“Quando una canzone che viene fuori dal nulla finisce per essere la tua preferita dell’anno ti senti veramente spiazzato. Quando ho visto il video di The River è stato proprio così. Amore a prima vista …e un primo posto nella mia playlist di fine anno”. Ed Droste
A parte le amicizie di cui vi diremo alla fine, ammettiamo che l’aspetto che più ci piace di Markland Starkie è il più semplice e, se vogliamo, anche il più banale. Ci ha sempre stuzzicato l’idea di una one man band come punto di partenza per l’indie. Un moniker che, attraverso delle regole ascritte (e successivamente disdette), intraprende un cammino nell’oscurità sempre più telematica d’oggi. Del resto, la pratica è la più comune tra i bedroom artist 2.0. Che siano di stanza a Londra, Berlino, Portland o New York, poco importa. E’ un cliché ma pure l’aspetto più grande della faccenda: nel piccolo (piccolissimo) e nello spazio stretto (strettissimo) di una stanza c’è sempre qualcosa di eccitante, soprattutto se con tempo e registrazioni le cose s’allargano e arriva un momento preciso nel quale gli equilibri si realizzano. L’indie miracolo si compie.
E’ il punto a cui il ragazzo in questione è arrivato e per giunta nel più classico dei modi, con il terzo album. Un crocevia emozionale dove le atmosfere acustiche lo-fi e il crooning sonnolento dagli accenni Fifties arrivano a un punto di sintesi, e dove l’aplomb dimesso di Starkie porta fiori scuri e rigogliosi mettendo così il manico a quell’arma a doppio taglio che sono gli abiti indie.
Il contesto è quanto mai cruciale per capire i modi e le modalità. Mettendola con i soliti confronti della critica, ci viene naturale paragonare Markland a quell’Owen Ashwort che tante soddisfazioni ha regalato al mercato indipendente. Il ragazzone è il personaggio che più si avvicina al britannico originario delle midlands che ora vive a Bristol, città dove si è trasferito forse per amore, forse per saturazione londinese. E dunque Owen e Marlkland partono dagli stessi presupposti: all’individualismo imperante contrappongono un individualismo “differente” con un Exit door che si chiama moniker e sotto il presidio del quale si stabiliscono regole e si disegna un immaginario. Owen sceglie Casiotone For The Painfully Alone. Canzoni tristi di chi è appena stato mollato. Solitarie narrazioni cinematografiche poi rese autobiografie. Starkie invece opta per Sleeping States, rifondandosi narratore zuccheroso dai testi inevitabilmente agrodolci. L’immaginario anni ’50 scarnificato in un folk esistenzialista. Morbido il timbro e claustrofobico il contesto/contrasto di sola chitarra pronta ad accompagnarsi al noise, un aspetto quest’ultimo ereditato dall’esperienza con i Kaito (band che registrò un album, Band Red, su Mute nel 2004), e sprazzi di minimalismo ereditati dagli studi di Sound Art.
There The Open Spaces, la prima raccolta ufficiale pubblicata nel 2007 dalla Tome, è l'oscura pietra angolare di cui, già al tempo, il Pitchfork, vicino alle wav(v)es del caso, si accorge e strombazza. Nel frattempo, Starkie, di strada, ne fa parecchia: alle prese con le solite cose dell’every indie kid, pubblica, su svariate DIY label (Kontra Punkte, Homocrime e Undereducated), sette pollici e casette, e ne mette in circolazione una del 2004, uscita per la prima delle etichette appena citate.
E’ Distances Are Great, un album fedelissimo, di sola chitarra e voce, a tratti persino a cappella, e non c’è miglior spunto con il quale misurare la distanza artistica con la nuova prova In The Garden Of The North, uscita per Bella Union mentre vi parliamo. Se gli inizi erano puramente indie folk le nuove canzoni portano a destinazione le fascinazioni esotiche da teen idol dei primi Sessanta a lungo covate. Parliamo dell’American Graffitti, dell’Elvis cinematografico, delle serenate Doo Wop e di tutto un immaginario esotico che nella corde di Starkie si trasforma in un manifesto di zuccherosa solitudine. In pratica è come se avessimo a che fare con un Patrick Wolf rinunciatario del sempiterno amore Marc Almond per i modi dell’Elvis di Blue Moon, oppure, un Jens Lekman escapista e ligio sui Cinquanta delle radio. E un talento così non poteva rimanere segreto nelle maglie dell’ultra DIY a lungo. Amici come Simon Taylor-Davis dei Klaxons e Ed Droste dei Grizzly Bear lo hanno spinto in più di un occasione in questi tre anni, sia attraverso Pitchfork sia con vere e proprie dichiarazioni d’amore. In particolare ci è piaciuto riportare in attacco quanto detto da Ed; a noi è successo lo stesso.
Innanzitutto i dischi Evol - Sonic Youth, Book of Sounds - Hans Otte, Rumours - Fleetwood Mac, Live at Filmore West - Aretha Franklin, World of Echo - Arthur Russell. Per quanto riguarda la fuga ...fammi pensare. La prima che mi viene in mente è California di Joni Mitchell. Credo parli del desiderio di tornare a casa in verità, ma il suo è comunque un desiderio di fuggire da dov’è. E è una canzone deliziosa.
Hai chiesto i dischi che porterei sull’isola deserta e non da quali dischi Sleeping States è stato influenzato! È vero, amo davvero tanto la musica di quegli anni, il Doo wop e il Rock’n’Roll, i Flamingos, Frankie Lymon, Del Shannon. Quel genere di cose. Infatti, con quella musica sono cresciuto. Mio padre ne era proprio un grande appassionato. Tuttavia devo contestarti: hai ragione fino a un certo punto quando dici che il mio gusto privato è diverso da quello artistico, almeno in relazione a Sleeping States. Una delle regioni per le quali ho scelto quel nome è circoscrivere area da esplorare. E poi, riguardo a quei dischi, vedo legami e influenze nel maggior parte di loro. Certamente Arthur Russell e, nei momenti più tranquilli, Evol dei Sonic Youth.
Sono cresciuto in un villaggio vicino a un paese piuttosto piccolo chiamato Stratford-on-Avon, situato sul confine a Nord di Cotswolds, nel Midlands. Shakespeare è nato là e quindi è una cittadina molto turistica e come tutte le cittadine fatte in quel modo era una noia mortale per un’adolescente grungey come lo ero io. Mi sono trasferito a Norwich per studiare, e dopodiché, dopo la laurea, a Londra, per circa 6 anni. Lo scorso anno mi sono trasferito a Bristol. Londra è stata meravigliosa ma, come tanti, ho sempre provato odio/amore per lei. Ho avuto bisogno di un cambiamento ma anche sono sicuro che ci tornerò.
Per quanto riguarda il mio gusto musicale ha sicuramente visto grandi cambiamenti nei miei tardi teens, innanzitutto perché dove sono cresciuto avevo davvero poco accesso alla musica. Ero molto appassionato ma era così difficile trovare qualcosa che non fosse nelle charts. Frequentando l’Università ho finalmente trovato la scena underground inglese e ho messo in moto la mia ossessione per l’indie rock americano. I miei gusti sono ripartiti da lì. Dimenticavo, mentre abitavo a Londra, ho studiato Sound Art entrando nel mondo della esperimentale, da Tony Conrad ai sound artist come Raymond Murray Schafer... Così suppongo di essere stato influenzato anche da loro.
Gardens Of The South è stata sicuramente influenzata dal Doo Wop. Mi sentivo davvero romantico il giorno in cui l’ho scritta e, mentre scrivevo, pensavo a quali fossero le mie love-song preferite. Le canzoni erano tutte appartenenti a quei favolosi anni: I Only Have Eyes For You, Smoke Gets In Your Eyes, canzoni così, infinitamente kitsch ma, al tempo stesso, meravigliose e sincere.
Eh eh le mie canzoni spesso riguardano la fuga. Non desidero di qualcosa migliore o diverso. È un approccio più aperto e fondamentalmente fantasia. E anche nostalgia, certo, fantasia e nostalgia. Se c’è un periodo di cui sono particolarmente nostalgico quello riguarda la mia prima infanzia, la meta degli anni ’80 e i primi ’90. L’underground americano di quel tempo. Penso sia piuttosto normale per la gente riesaminare il periodo in cui è cresciuta, specie quando l'età ti dà una maggior comprensione della tua cultura e torni indietro a riappropriartene. Poi, è vero, non sono più ossessionato come lo ero qualche anni fa, e non so se la musica contenga qualche legame eighties. Del resto, ricevo ogni tanto paragoni con i Pavement, per cui…..
Loro sono sicuramente una delle mie band preferite. Non credere, ho fantasticato di portarli sull’isola e se lo avessi fatto, avrei portato Head Over Heels, il disco che preferisco. Alla fine non li ho inclusi perché quel disco è così intenso. Non potrei gestirlo emozionalmente sull’isola deserta, mi sentirei troppo solo. I Cocteau Twins sono stati una grande influenza per Sleeping States. I vocalismi della Fraser, ma soprattutto gli accordi di Robin Guthrie. La gente parla sempre dalla voce di Liz come marchio della band, eppure le chitarre di Robin avevano un suono così caratteristico e autonomo.
Ho suonato con Casiotone For The Painfully Alone qualche anno fa ed è stato divertente ma non conosco nessuno individualmente. Penso però che la maggior parte di loro abbia una concezione romantico malinconica di loro stessi. Fanno musica che sembra profondamente rammaricata. Elvis? Che paragone bizzarro!
È interessante, in realtà da sempre preferisco le cantanti femminili. Liz Fraser naturalmente, poi Kate Bush, Stina Nordenstam, Patty Waters, Joni Mitchell ...c’è qualcosa di speciale in quelle voci. Penso sia difficile per gli uomini approcciare uno stile più emozionale, femminile, senza dar l’idea di esagerare. Ovviamente non è impossibile: pensa a Arthur Russell o a Scott Walker per citarne alcuni. Eppure è vero. Sono più attratto dalle cantanti femminili e non ho mai pensato che il mio canto lo esprimesse. Sono molto contento che lo hai colto.
Scheda: Sleeping States
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