Tempo fa, girovagando sul web, incappando in uno dei tanti blog sparsi nella rete adocchiai una definizione in merito ai Television veramente indovinata: i Grateful Dead della new wave. Ci rimasi. Anche perché era vero; cioè rendeva l’idea. Come tutte le musiche giovanili del novecento, la new wave guardò al passato per ritagliarsi un presente importante e un e inconsapevole futuro. Seppe assorbire insegnamenti antecedenti e travasarli in un contesto rivoluzionario come quello a cavallo tra ’70 e ’80; ma di contro al genitore punk, in esame vennero presi movimenti - psichedelica, progressive algoteutonico, art-rock – che i vari Sex Pistols e/o Buzzcocks, impegnati ad amplificare in forma isterica gli accordi di Chuck Berry, rifiutarono a priori. Un etichetta di comodo e necessaria la new wave, poiché al suo interno venne catalogato tutto quello nato sulla scia del punk o ad esso contemporaneo ma che non rispondeva ai dettami del punk stesso.
Fu così che nei negozi di dischi si ritrovarono emuli tardo glam Music (Magazine) di fianco a kraut rocker fuori tempo massimo (Pil), freak metropolitani (i citati Television) e visi pallidi dal cuore nero (Talking Heads) senza suscitare scandalo alcuno. Un genere che al suo interno, quindi, esalava molteplici chiavi di lettura che ancora oggi fanno da imprescindibile riferimento. È notorio che al tramonto della new wave rispose il ritorno alla psichedelia ai tempi etichettata Paisley Underground. Non uno strappo generazionale (vedi prog e punk) bensì un continuum, il Paisley, tra le tante cose, mandò a memoria gli insegnamenti di Tom Verlaine & Co (i True West) nonché di un gruppo che nella diaspora dopo punk ebbe la bislacca idea di rifarsi, oltre ai Velvet Underground, nientemeno che a quei Byrds poi setacciati dalla neopsichedelia di cui sopra. Questi erano The Feelies, misantropi e bonaccioni nerd da Haledon, New Jersey. La loro storia ha inizio nel mezzo dei ’70 con ragione sociale Outkids. Glen Mercer (chitarra e voce), Bill Million (basso) e Dave Weckerman (batteria) suonano poche volte in giro, ma in una di queste incontrano, in un luogo chiamato Phase Five (“l’unico posto a ovest di Heldon dove potevi ascoltare band di New York” dirà poi Weckerman), Vinnie DeNunzio e Keith Clayton rispettivamente batteria e basso di tali Commercials.
L’empatia creatasi destabilizza l’organigramma degli Outkids: Million passa alla seconda chitarra e Weckerman siede alle percussioni. Siamo intorno al 1976 e l’embrione dei Feelies comincia a prendere forma. Intanto dalla sponda opposta dell’oceano giungono voci di questo nuovo movimento chiamato punk e Weckerman pianifica un breve soggiorno londinese al fine di tastare con orecchio le gesta dei vari Sex Pistols e Clash. Al suo ritorno scopre che l'amalgama tra Mercer, Million, DeNunzio e Clayton non si è solo solidificato, ma le traiettorie sonore della band stanno virando decisamente altrove anche in virtù di un repertorio che alle solite cover unisce diverse composizioni originali. Stabilizzatisi nella grande mela, cominciano a suonare regolarmente al CBGB (ma anche in qualche festa studentesca) aprendo per Patti Smith e Richard Hell (ovvero l’aristocrazia new yorkese) e facendo parlare di sé alla luce di un suono ipnotico e nel contempo tradizionale.
Era parecchio difficile ai tempi farsi notare: con i citati Hell, la Smith e Television a padroneggiare, l’unico modo per emergere era suonare il più possibile distante da quei modelli con la speranza che qualche etichetta li adocchiasse. Frattanto che Vinnie DeNunzio lascia per aggregarsi a Richard Lyiod cedendo il posto all’allora promessa Anton Fier (ex Electric Eels), il tecnico del suono del CBGB, Mark Ambel, rapito dal sound dei Nostri parla dei Feelies al primo Manager dei Television Terry Ork tanto da invitarlo per un loro show che si sarebbe tenuto da lì a qualche giorno. Da questo momento il vociare sul conto dei fu Outkids si infittisce e le label cominciano a farsi sentire. Un timido contatto con la Rough Trade sortisce il 7” Raised Eyebrows, ma il debutto adulto sarà bagnato dalla Stiff. Dunque Crazy Rhythms (1980). Disco alieno.
Folk a là Byrds sotto mescalina o minimale come dei Neu! campestri. Nervoso senza dubbio e apparentemente sprovveduto, l’esordio dei Feelies cela un meticoloso lavoro di gruppo dove svetta la simbiosi mentale tra le chitarre di Million e Mercer (contraltare isterico di Verlaine/Lyiod dei Television) di contro alla ritmica serrata e monotona del binomio Fier (batteria)/ Weckerman (percussioni). Le percussive The Boy With The Perpetual Nervousness e Loveless Love, le goliardiche Fa Ci-La e Everybody's Got Something To Hide (cover dei Beatles), la lunga e motorik Forces At Work e la policroma title track innalzano un wall of sound impavido e severo checché ne dica la cover raffigurante la band come degli innocui bibliotecari di provincia segretamente innamorati dei Velvet Underground. Già, i Velvet. Anche loro gravitano tra i solchi di Crazy Rhythms, e le sorti di questo disco seguono alla lettera quelle del debutto di Reed & Co, dal momento che ai consensi unanimi da parte della critica seguono vendite non eccezionali causando la frattura tra Stiff Records e i Feelies.
A ben vedere le colpe sono da ambo le parti: se da un lato dei misantropi ritrosi nell’esibirsi dal vivo ostacolano la naturale promozione di un prodotto - non si suona in giro non ci si fa conoscere, e quindi non si vende - dall’altro un etichetta che non presta molta attenzione alla promozione dei suoi protetti non passa certo per encomiabile. Fine dei giochi. Da qui in avanti si rompe qualcosa anche all’interno dei Feelies: Keith Clayton lascia e subito dopo verrà il turno di Anton Fier (si unirà ai Lounge Lizards di John Lurie e Arto Lindsay) congelando la sigla in un limbo lungo un lustro. Approfittando della pausa forzata, Mercer, Million e Weckerman allestiscono prima gli estemporanei The Willies (nessuna registrazione ai posteri) e poi The Trypes (un Ep nel 1984) dove insieme alla bassista Brenda Sauter e al batterista Stanley Demeski porranno le basi della rinascita.
Nel frattempo l’onda lunga di Crazy Rhythms continua a crescere: i Violent Femmes del debutto omonimo, il Paisley, la neopsichedelia, tutti, chi più chi meno, gli devono qualcosa. Anche le nascenti stelle R.e.m. non nascondono il fascino esercitato da quel lavoro; e sarà proprio Peter Buck, coadiuvato da Mercer e Million, a sedere dietro i comandi del nuovo The Good Earth (1986). Licenziato dalla Coyote, in The Good Earth si avverte la mancanza di Fier ma non di certo della verve compositiva. La cifra stilistica, ora, ripiega decisamente in forme edulcorate di folk-rock alla stregua del Velvet Underground più quieti e dei soliti Byrds.
Epiche cavalcate folkye (On the Roof) e digressioni nel tempo che fu (Two Rooms) fanno da sfondo a nuove trovate (il raga cinto di archi di When Company Comes) per un disco più che dignitoso e bissato sul finire dello stesso anno dall’Ep No One Knows nel cui interno trovano spazio le cover di She Said, She Said dei Beatles e Sedan Delivery di Neil Young e dalla partecipazione - nelle vesti di The Willies – nella pellicola di Jonhatan Demme Something Wild (in Italia noto come Qualcosa di travolgente) che li ritrae mentre suonano ad un party scolastico cover di David Bowie (Fame), Monkees (la classica I'm a Believer) e pezzi dal loro repertorio (Crazy Rhythms). Il 1987 si apre con un nuovo progetto, The Yung Wu, compagine capitanata da Dave Weckerman più John Baumgartner alle tastiere. Un unico parto, Shore Leave, dove a farla da padrone è un roots-rock convenzionale che sparisce al cospetto di Only Life (1988), il ritorno dei Feelies griffato A&M. Per i dettagli vi rimandiamo allo spazio recensioni. Qui ci limiteremo a dire che Only Life è un signor disco che sulla scia del precedente The Good Earth rimanda al classico debutto. Demeski rivela la sua identità e Mercer è definitivamente posseduto dal fantasma di Lou Reed. Il contratto major porta in dote una tranquillità mai provata prima e un elevato budget affinché il successivo Time For A Witness (1991) suoni, paradossalmente, come il loro lavoro più stanco e scontato. Alla maniera di una rimpatriata di Stooges (l’iniziale Waiting e la cover di Real Cool Time) e V.U. (Find A Way) ma anche stile Lou Reed più impalpabile (Decide).
Dieci canzoni fioche che sommate al fallimentare tour segnano il tramonto dei Feelies. Salutano così, in silenzio. Poteva chiudersi meglio, certo, ma visto l’anonimato degli ultimi anni meglio accontentarsi. Grazie. Postilla: side-project e oltre. I progetti paralleli dei Feelies, come diciamo qualche riga sopra, hanno inizio nell’interregno tra Crazy Rhythms e The Good Earth. Tralasciando i The Willies che non incideranno nulla, la storia comincia con The Trypes di Mercer e Million il cui unico lascito, The Explorers Hold Ep, suona come una sorta di Feelies più tastieristici. Seguono The Yung Wu di Shore Leave, disco di roots-rock molto Neil Young oriented che oltre agli stessi Mercer e Million comprende Weckerman, la Sauter, Demeski e il tastierista John Baumgartner.
La storia riprende non appena i Feelies cessano d’essere. Nascono, nell’ordine: Wake Ooloo (tre dischi di anonimato rock) e True Wheel (una sola canzone incisa per una misconosciuta compilation) di Mercer e Weckerman; The Sunburst (un demo di tre canzoni datato 1998) di Mercer, Demeski e Weckerman; Speed the Plough (quattro lavori tra Walkabouts e American Music Club) che raccolgono l’eredità dei Trypes e Wild Carnation (un unico parto di indie-folk) capitanati dalla Sauter. Poi, per chi non si accontenta, ricordiamo che Demeski lo si può ascoltare nei post Galaxie 500 Luna mentre Glenn Mercer ha pubblicato, nel 2007, il suo debutto solista…
Scheda: The Feelies
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