I Cosiddetti Contemporanei
Pubblicazione 08 Agosto 2009

Julien Temple

Filmare e abitare la musica

Musica come condizione di abitabilità. Il punto su Julien Temple: trent’anni di film, documentari e video del regista londinese ossessionato dalla musica, dal punk al pop.
Sex Pistols
Julien Temple
1977
Sex Pistols

Julien Temple è un regista condannato a vedere il proprio nome legato a vita a quello dei Sex Pistols. È vero, ha diretto tre film su di loro, ma la sua è una figura più complessa, di cui si può dire di più. Regista (quasi sempre) indipendente, ha fatto molti altri film – alcuni dei quali davvero eccezionali come i recenti Glastonbury (2006) e Il futuro non è scritto - Joe Strummer (2007) – e ne ha altri ancora in cantiere. Il suo nome, poi, spicca tra quelli della prima ondata dei registi di video musicali.

Andiamo con ordine. Temple, classe 1953, è il maggiore dei figli di una famiglia della middle-class londinese, gente colta e molto di sinistra che decide di vivere nelle case popolari. I suoi genitori rifiutano di acquistare un televisore, perciò da bambino vede pochi film. Non è infatti la televisione che condiziona i suoi gusti estetici, ma la musica pop degli anni Sessanta: “se eri un teenager inglese, vedevi il mondo attraverso la musica pop. Era fonte di grande energia e di orgoglio. Era tutto quello che avevamo, davvero. Tutto il resto era solo un suono che scendeva giù per lo scarico: la spettacolare caduta dell’Impero inglese da uno stato di grazia”.

La musica, non il cinema, è la sua ossessione. Studia architettura al King’s College di Cambridge e non va spesso al cinema, ma Il disprezzo di Jean-Luc Godard e i film di Jean Vigo lo convincono ad iscriversi alla British National Film School nel ’76. Ne esce una sorta di guerrilla film-maker che poco più che ventenne ruba le macchine da presa per filmare i Sex Pistols, così come Steve Jones rubava gli strumenti per il proprio gruppo. Dedica loro prima un cortometraggio: Sex Pistols Number 1, con materiale d’archivio e interviste televisive. Poi è l’ora di La grande truffa del rock‘n’roll (The Great Rock‘n’Roll Swindle, 1980).

Certamente, i Sex Pistols

La grande truffa del rock ‘n’ roll è un film mitico, di quelli che vengono più volte citati che visti. Non è esattamente un documentario, ma un grosso pasticcio di filmati live, assurde sequenze di finzione, animazioni eccetera. Commissionato dal manager della band Malcolm McLaren, in buona sostanza smaschera proprio la spregiudicatezza dell’operazione commerciale dei Sex Pistols. McLaren se ne vanta cinicamente per tutto il film e elenca le dieci regole fondamentali per truffare lo show-business musicale. Visto oggi il film può sembrare modesto, e il fatto che lo spirito demistificatorio tipicamente punk venga qui indirizzato proprio verso il gruppo punk per eccellenza confonde un po’ le cose.

In realtà Temple ama i Sex Pistols, e ricorda come fantastica quell’estate in cui li conobbe per la prima volta: “Far parte della scena punk era come partecipare alla Rivoluzione Francese”. I Sex Pistols non erano semplici imbroglioni, non giocavano ad essere trasgressivi, a “fare” i punk. D’altra parte, a ben guardare, nello stile del film di Temple si può ritrovare molto dell’irriverenza anarchica di Rotten e soci. Soprattutto nel carattere eterogeneo e pasticciato dei materiali assemblati: video, Super8, 16 millimetri, 35 millimetri, sequenze d’animazione – una caratteristica che si potrà trovare anche in altri film del regista. Per non parlare del fatto che in realtà Temple doveva fare da assistente a Russ Meyer (il regista sexploitation noto per film con ultramaggiorate) per un film completamente diverso e su sceneggiatura di Roger Ebert (critico e sceneggiatore premio Pulitzer), intitolato Who Killed Bambi?. Pare che un cerbiatto ci abbia lasciato la pelle per davvero. McLaren interrompe la produzione, e a Russ Meyer non resta un bel ricordo di Julien Temple: “Io disprezzo Mr. Temple. È un perfido, infido figlio di puttana. Mi ci sono voluti anni per riprendermi”. La grande truffa del rock‘n’roll conserva comunque qualcosa del bad taste che avrebbe dovuto avere Who Killed Bambi?, non solo negli spezzoni che vennero effettivamente girati e inseriti, ma anche ad esempio nelle scene in Brasile in cui compare Ronnie Briggs, l’ideatore della rapina al treno Glasgow-Londra del ’63 (che partecipa a qualche registrazione con Steve Jones e Paul Cook), e un uomo in divisa vorrebbe impersonare il criminale nazista Martin Bormann.

E siccome ci tocca, parliamo subito degli altri film che Temple gira sui Sex Pistols

A vent’anni esatti di distanza Julien Temple avrebbe avuto modo di dedicare alla band un secondo lungometraggio, decisamente più tradizionale ma forse migliore del primo. Sex Pistols – Oscenità e furore (The Filth and the Fury, 2000) rende sicuramente più giustizia alla band di La grande truffa del rock‘n’roll. La prospettiva è rovesciata e l’aspetto commerciale e manageriale sul quale insisteva McLaren qui passa del tutto in secondo piano. Oscenità e furore, che propriamente è un documentario, parla infatti del contesto in cui i Sex Pistols nacquero – nel quale furono inevitabili e necessari. La Londra della fine degli anni Settanta riempie lo schermo, con la disoccupazione giovanile, lo squallore cittadino e suburbano, le strade piene di spazzatura per lo sciopero di netturbini, il terrorismo dell’IRA, l’incombere dell’era Thatcher. La mostruosità di Johnny Rotten, che mostra sorprendente lucidità quando viene intervistato (come John Lydon) da Temple, viene accostata a quella del Riccardo IIIdi Laurence Olivier (1955), e diverse scene del vecchio film vengono usate con funzione di contrappunto. Sex Pistols – Oscenità e furore storicizza finalmente il gruppo e evita il mitologismo più vieto: meno ostico di La grande truffa del rock‘n’roll, è un film che merita di essere visto, almeno per capire la band (è stato pubblicato quest’anno in edizione DVD + libro da ISBN).

Il terzo e ultimo film sui Sex Pistols è quello che registra la reunion del 2007 e che si intitola There’ll Always Be an England (2008). Temple filma il concerto del 10 novembre alla Brixton Academy londinese. Lo filma e basta – non è che ci metta molto di suo. Lo spettacolo dei Sex Pistols inseniliti a trent’anni da Never Mind the Bollocks può intristire abbastanza, ma i punk (tutte le generazioni) in sala sembrano divertirsi un mondo. Il classico film “solo per appassionati” che qualcuno potrebbe trovare penoso. Molto migliori invece gli altri filmati di contorno a quello del concerto, visibili anche come extra nel DVD di There’ll Always Be an England (Temple li ha commentati il giugno scorso al Biografilm Festival di Bologna). The Knowledge – The Pistols Guide to London e John Lydon’s Open -Top Bus Ride sono una bella occasione per vedere i Pistols alle prese con la propria città. Lydon/Rotten che si improvvisa guida di un bus turistico scoperto e inveisce contro i passanti e l’orrida, a suo dire, architettura ultramoderna londinese è davvero qualcosa di strepitoso.

Julien Temple
1990

Chiuso l’excursus, torniamo all’epoca di La grande truffa del rock‘n’roll per precisare che quel film non fu un caso isolato. Il movimento punk era già stato al cinema: tre anni prima, nel ’77, Derek Jarman aveva girato Jubilee. E Don Letts, figura cardine della scena punk inglese, nel ’78 assemblava pellicola Super8 per The Punk Rock Movie. Dell’’80 è Rude Boy (Jack Hazan, David Mingay), un quasi-documentario sui Clash, e anche Breaking Glass (Brian Gibson), che per la verità parla già più di New Wave che di punk. Un filmaccio tardo e agiografico come Sid & Nancy (Alex Cox, 1986) non va tenuto in considerazione.

Video killed Bambi!

Quelli in cui Temple inizia a girare sono anni particolari, c’è qualcosa nell’aria. Il fermento sociale e l’eccitazione punk da una parte, e la rivoluzione elettronica del video dall’altra. Nel Regno Unito le due cose riescono a trovare un felice punto di saldatura.

I primissimi anni Ottanta sono gli anni in cui il video e l’immagine elettronica sconvolgono il mondo del cinema e gettano nella disperazione generazioni di film-makers ancora affezionati alla pellicola di celluloide. Registi cinematografici più o meno giovani tentano di fare il punto sull’ennesima crisi della settima arte – alcuni più ottimisti, altri catastrofisti, ma tutti sinceramente preoccupati. Per farsi un’idea della situazione basta dare un’occhiata a Chambre 666 (Wim Wenders, 1982) e ascoltare le risposte che danno i sedici registi interpellati da Wenders a proposito del futuro del cinema.

Lo scenario rischia di essere apocalittico e allora c’è chi, tra gli autori, finge dimestichezza con i nuovi mezzi e azzarda qualche sperimentazione, con esiti esteticamente e/o economicamente disastrosi: Il mistero di Oberwald (Michelangelo Antonioni, 1981) viene stroncato dalla critica e Un sogno lungo un giorno (Francis F. Coppola, 1982) dissangua la casa di produzione Zoetrope.

Negli stessi anni c’è chi, senza troppe sottigliezze teoriche, semplicemente i video li fa. E i nuovi videomaker, se vogliono sperimentare, lo fanno per tre-quattro minuti alla volta, con grande sollievo dello spettatore che può risparmiarsi indigestioni elettroniche di due ore. In Italia passano ancora solo su “Mister Fantasy” (Rai Uno), ma su MTV i promo video sfondano velocemente. Se il cinema è malaticcio, questa invece è un’industria subito fiorente, e presto diventa possibile individuare i nomi di alcuni dei più promettenti registi di questa nuova forma audiovisiva: ad esempio David Mallet (David Bowie Ashes to Ashes), Russel Mulcahy (Duran Duran: Hungry Like the Wolf), Steve Barron (Michael Jackson: Billie Jean).

Ma nel Regno Unito chi sperimenta l’immagine elettronica non manca di animarla di una sensibilità politica, o perlomeno fortemente sociale. L’eredità degli angry young men di John Osborne e dell’impegnato free cinema inglese di tre decenni prima viene infatti raccolta e rideclinata in accordo con le nuove esigenze mediali da personaggi come, ad esempio, Don Letts o Dave Robinson. L’anglo-jamaicano Letts, già dj del noto club “The Roxy” e futuro fondatore di Big Audio Dynamite con Mick Jones dopo lo scioglimento dei Clash, aveva esordito nel ’78 col lungometraggio The Punk Rock Movie, ma poi si dedica ai videoclip – soprattutto proprio per i Clash. Robinson è invece il manager della Stiff Records, nonché regista e produttore di alcuni video dei Madness (Grey Day, Our House).

In questo scenario si inserisce Julien Temple. Dirige più di un centinaio di videoclip, alcuni dei quali diventano estremamente popolari, come Do You Really Want To Hurt Me per i Culture Club o Leave in Silence per i Depeche Mode. Con quest’ultimo Temple sperimenta pure qualche effetto elettronico, sebbene non sia un fanatico degli effetti (e nemmeno della musica dei Depeche Mode, pare, stando alle sue dichiarazioni). Ne dirige alcuni per i Kinks, che sono uno dei suoi gruppi pop preferiti (i suoi gusti vanno dal punk al cool jazz), e che ascoltava sempre da ragazzino. La poetica dei Kinks, con le sue venature nostalgiche, non è troppo lontana da quella di Temple. Nel senso che anche l’arte di Temple, così come la musica dei Kinks, ha un carattere fortemente situato dal punto di vista geografico – molto inglese, insomma.

Non certo nell’accezione nazionalista, semmai in senso sociale, Temple intende interrogarsi sul modo in cui l’Inghilterra può essere abitata e vissuta in un’epoca ormai ben lontana dai fasti dell’Impero. Ecco allora che le storie d’amore ambientate nella periferia londinese dell’immediato dopoguerra e nei suoi vecchi locali da ballo fanno di Come Dancing e Don’t Forget to Dance dei video particolarmente riusciti. E Ray Davies si dimostra pure ottimo attore, tanto che il regista vorrà servirsene in altre occasioni.

Absolute Beginners - Sade
Julien Temple
1986
Absolute Beginners - Sade

Julien Temple firma video per gli Undertones (My Perfect Cousin), gli ABC (Poison Arrow), Billy Idol (Don’t Need a Gun), David Bowie (Day-In Day-Out), i Rolling Stones (Undercover of the Night), Sade (Smooth Operator), Janet Jackson (Alright), Tom Petty (Learning to Fly, ma anche Into the Great Wide Open, con Johnny Depp), Whitney Houston (I’m Your Baby Tonight), Neil Young (This Note’s for You), i Blur (For Tomorrow), in tempi più recenti i Babyshambles The Blinding), e innumerevoli altri ancora. This Note’s for You per Neil Young viene curiosamente bandito da MTV – è il 1988 – perché prende in giro le pubblicità del canale musicale.

Ritorno al cinema, stavolta quasi sul serio

Fino alla metà degli anni Ottanta Temple si dedica di fatto solo ai videoclip (con qualche parziale eccezione, come il buon corto di venti minuti Jazzin’ for Blue Jean per il lancio della canzone di David Bowie, nell’84). Ci crede fermamente, è un modo per provare qualcosa di nuovo, ma anche per far soldi. Presto però molti videomaker decidono di esordire nel cinema. Steve Barron realizza Electric Dreams (1984), Russel Mulchay gira Razorback (1984), e allora anche Temple finisce per rimettersi in spalla la macchina da presa, ma per produzioni più serie e tradizionali rispetto alla sua prima avventura dell’’80 con i Sex Pistols. Certo, il video musicale è divertente e all’avanguardia, ma il cinema è un’altra cosa: “Mi sento imbarazzato quando la gente mi chiede cosa faccio: io rispondo videoclip e mi sento… sporco. Ora voglio fare dei veri film”, confessava nell’’84.

E sceglie il musical. È “la più elevata forma di cinema. Se si riuscisse a girare a Hollywood un musical di puro ‘entertainment’ con un discorso di tipo politico, allora verrebbe fuori una cosa stupenda”. Ma per ora resta in Inghilterra: nell’’86 dirige Absolute Beginners, con David Bowie, Patsy Kensit, Sade, Ray Davies, e con arrangiamenti musicali di Gil Evans, nientemeno. È l’adattamento di un romanzo del ’59 di Colin MacInnes ambientato nella Londra degli anni Cinquanta, in un’epoca di tensioni razziali e inquietudini giovanili. L’eredità degli arrabbiati è evidente, mescolata con l’estetica del musical americano di Berkeley e Minnelli. Tecnicamente il film è infatti molto buono, e il piano-sequenza iniziale è da antologia, dopo il prologo della voce narrante: “Mi ricordo quell’estate meravigliosa in cui il miracolo dei giovani fiorì in tutto il suo splendore. Sembrava un’estate come un’altra, e invece l’Inghilterra stava cambiando. Le notti di Soho erano calde e tranquille, le strade piene di luci e di musica, e non riuscivamo a credere che anche noi giovani stavamo diventando dei protagonisti. Nessuno sapeva esattamente come, ma dopo tanti anni orrendi di bombe, di attacchi aerei, di lenta ricostruzione, di rinuncia allo zucchero, alla marmellata, di mancanza di qualsiasi forma di comunicabilità, di grigiore assoluto che ormai sembrava irreversibile, all’improvviso la vita era esplosa con tutti i suoi bei colori, tutto era così giovane e splendido che molta gente stentava a crederci”. Gli scontri razziali del ’58 a Notting Hill, gli immigrati di Little Napoli (la zona dei distretti W10 e W11), i bordelli, i caffè, la musica di Soho, il quartiere del vizio – è chiaro che le rievocazioni angry ammiccano a tensioni e entusiasmi più recenti, anche punk.

Il progetto di Temple è ambizioso, e piuttosto costoso per essere il suo primo “vero” film. L’accoglienza di critica e pubblico però è tiepida, per usare un eufemismo. In breve, la casa di produzione Goldcrest Films va in rovina.

Ma inaspettatamente il mondo del cinema non chiede la testa di Temple, anzi, stavolta lo chiama addirittura negli Stati Uniti. Cioè a Hollywood, cosa strana per un regista che si direbbe culturalmente antihollywoodiano: “Laggiù ci sono persone che non sono esseri umani”, diceva. È la volta di Le ragazze della terra sono facili (Earth Girls Are Easy, 1988): tre alieni pelosi e colorati precipitano in una piscina della San Fernando Valley. Nel film recitano Geena Davis, Jim Carrey e Jeff Goldblum, e compare pure Angelyne, una supermodella da poster senza alcun talento che nel film “non fa assolutamente nulla, ma a Hollywood c’è un sacco di gente nella sua posizione”. Continua Temple: “Mi piaceva l’idea di finire in una cultura che non avevo mai conosciuto e fare un film su degli alieni che devono sopravvivere in quella cultura. Mi sembrava parallelo rispetto a quello che poteva capitare a me”. Le ragazze della terra sono facili è una commedia musicale che, proprio per ironizzare su Hollywood e l’America, condensa una gran quantità di luoghi comuni narrativi e iconografici e li patina spudoratamente con un gusto perverso per l’ultracolorata spazzatura pop. Nel film rimane certo molto della mentalità da videoclip che Temple crede stia alla base di una cultura audiovisiva del futuro (il video di Planet Texas fatto per Kenny Rogers è alla base di alcune idee del film). Ma si rintraccia anche l’ispirazione di Frank Tashlin, regista di molte commedie musicali in Technicolor degli anni ’50 (e di Jerry Lewis), e si trova forse anche qualche affinità con un regista estremo come John Waters, per una certa sensibilità quasi trash – Cry-Baby (John Waters, 1990), ad esempio, è il prodotto di un’operazione abbastanza simile.

Aria - Rigoletto
Julien Temple
1987
Aria - Rigoletto

È un gusto che si può rintracciare pure nei video musicali di Temple (quelli americani soprattutto) e che forse è più evidente oggi a distanza di anni che all’epoca. Certo, come videomaker è stato in parte responsabile della creazione di miti dell’industria culturale e musicale ma, come puntualizza, ha sempre cercato (anche con le armi del trash) di “complicare il mito”. L’ha fatto ad esempio in modo evidente con David Bowie in Jazzin’ for Blue Jean. L’integrità del regista indipendente e politicizzato è salva.

Nel frattempo Temple, come prevedibile per un cineasta che non smette mai di flirtare con la musica, si cimenta anche con la trasposizione dell’opera al cinema, e firma l’episodio “Rigoletto” per il film collettivo Aria (Robert Altman, Bruce Beresford, Bill Bryden, Jean-Luc Godard, Derek Jarman, Franc Roddam, Nicolas Roeg, Ken Russell, Charles Sturridge, Julien Temple, 1987); un buon risultato vicino al kitsch di Ken Russell e, nuovamente, alle perversioni di John Waters.

Segue, in pieni anni Novanta, un film che tocca davvero i vertici del trash più ridicolo (e che quindi rischia di diventare un cult prima o poi): Bullet (1996), interpretato da Adrien Brody, Tupac Shakur e Mickey Rourke. Quest’ultimo l’ha pure scritto (e si sente), cucendosi addosso il personaggio del protagonista. Già sfatto e maciullato allora, ben prima di The Wrestler. Periferia, droga, violenza, degrado, crimine, pazzia, fallimento – gli ingredienti ci sarebbero, ed è poi sempre la poetica della marginalità di Temple – ma il risultato è micidiale. Anche qui si ritrova una certa tensione tra la crudezza e la sporcizia dei temi toccati e lo stile patinato e colorato con cui vengono presentati sullo schermo, una tensione che a pensarci bene è una costante di molto cinema di Temple oltre che di molti suoi videoclip. In Bullet ha la meglio lo stile leccato, anche se viene il sospetto che venga usato intenzionalmente con una funzione straniante – non crediamo nemmeno per un minuto nella verità della storia e dei personaggi mostrati, sembra un fumettone troppo brutto. Temple non è Gus Van Sant e, nonostante i due registi sembrino condividere più di qualche cosa, il regista di Portland mostra negli stessi anni una finezza sconosciuta a quello londinese.

Qualcosa, di questo contrasto tra i contenuti e la loro resa stilistica, si incontra nuovamente nel modesto Vigo – Passione per la vita (Vigo: Passion for Life, 1999), dedicato ovviamente a Jean Vigo, cineasta amato per quei soli due lungometraggi (e due corti) che poté girare nei primi anni Trenta. La morbidezza visiva fa stavolta da contrappunto alla vita maledetta del regista incompreso, malato di tubercolosi e costretto al sanatorio. La giovinezza, la trasgressione, l’eredità politica del padre anarchico fanno del regista (condannato dalla malattia a una morte prematura a soli 29 anni) il soggetto ideale per un film di Julien Temple. Quasi un protopunk, con ben più poesia però.

I film recenti

Con il nuovo secolo arrivano finalmente dei capolavori. Non tanto Pandaemonium (2000), che è comunque una buona occasione che Temple coglie per mostrare il proprio amore per l’Inghilterra – è la storia delle “Lyrical Ballads” di Wordsworth e Coleridge, girata sulle Quantock Hills, nel Somerset. E nemmeno una cosa abbastanza trascurabile come il recente Eternity Man (2008), adattamento di una buona opera da camera composta da Jonathan Mills con libretto di Dorothy Porter (da una curiosissima storia vera) e ambientata in Australia, purtroppo però quasi indigeribile sullo schermo.

The Liberty Of Norton Folgate
Julien Temple
2009
The Liberty Of Norton Folgate

I capolavori sono ovviamente Glastonbury (2006) e Il futuro non è scritto - Joe Strummer (Joe Strummer: The Future Is Unwritten, 2007). Film gemelli, malgrado le apparenze. Glastonbury mostra quarant’anni di uno dei festival più famosi e longevi del mondo. È un affresco di quasi mezzo secolo di storia musicale e culturale della Gran Bretagna, o piuttosto un collage di materiali di vario formato: video e pellicole di diverse qualità, amatoriali e professionali – il lavoro di montaggio è stato durissimo e l’effetto del pasticciato mosaico che ne è uscito è emozionante. Più tradizionale e narrativo, ma non meno coinvolgente, il documentario dedicato a Joe Strummer, alla sua vita e alla sua musica con i 101’ers, i Clash, i Mescaleros, raccontate anche con le parole di amici d’eccezione come Jim Jarmusch, Johnny Depp, Bono, Martin Scorsese, John Cusack, Matt Dillon, Steve Buscemi, Flea, Anthony Kiedis.

Un film descrive un fenomeno culturale di massa, l’altro è il ritratto di un musicista. Ma Il futuro non è scritto mostra pur sempre un uomo testimone della propria epoca, un osservatore del proprio paese. Anzi, qualcosa della dimensione comunitaria del festival di Glastonbury la si può ritrovare, certo in scala ben più ridotta, nel piccolo raduno di amici che ricordano Strummer e strimpellano il passato intorno al fuoco.

Cinema situato, musica da abitare

La chiave per capire il cinema di Temple sta da qualche parte qui vicino. “Cineasta punk” è un’espressione riduttiva e che spiega poco. Va intesa nel senso di “cineasta legato ad una scena”, ad una cultura (non solo musicale), a dei luoghi e a un’epoca. Il luogo è il Regno Unito, l’epoca sono i sessant’anni che vanno dal secondo dopoguerra ad oggi – va bene, soprattutto gli anni Settanta-Ottanta. Julien Temple è un regista che ha sentito, magari poi dando risultati di valore diverso, l’urgenza, la necessità di filmare, di legare con il cemento della musica un luogo al modo in cui viene vissuto nella storia dalle persone che lo abitano.

Musica come “condizione di abitabilità”, allora, o (con le parole di un altro cineasta appassionato di musica, Wim Wenders) come un modo di esprimere “il diritto di godere di qualcosa”, di qualche luogo in una certa epoca. E anche la difficoltà ad ottenerlo, questo diritto. Filmare la musica può essere dunque, per Temple, il modo per problematizzare l’identità culturale e l’appartenenza sociale.

L’interesse di Temple per una musica geograficamente “situata” rende immediatamente comprensibile la sua collaborazione col gruppo dei Madness. Quest’anno ha ripreso un loro concerto-spettacolo e ne ha fatto un film di un’oretta intitolato, come l’ultimo album del gruppo, The Liberty of Norton Folgate(2009). È un ciclo di canzoni che parlano di Londra e di orgoglio londinese, e lo spettacolo fonde felicemente alcune suggestioni tradizionali e popolari come quelle del music-hall e contenuti contemporanei con una forte componente sociale. Le riprese del concerto sono spesso inframmezzate da inquadrature girate nelle vie londinesi, e in alcuni casi il regista proietta sui muri spezzoni dello stesso film del concerto, in un tentativo fin troppo esplicito di riappropriazione della città attraverso la musica.

There’ll Always Be an England” sembra dire il regista ad ogni film, come la canzone citata nostalgicamente dai Sex Pistols e da Temple nel film omonimo – la famosa canzone patriottica cantata nella sua versione più celebre da Vera Lynn (e viene in mente il verso altrettanto straziante dei Pink Floyd, un gruppo così lontano e così vicino a Rotten e compagnia: “Does anybody here remember Vera Lynn?”).

Si possono insomma ritrovare facilmente tracce di “inglesità” in un gran numero di film di Temple. I paesaggi di Pandaemonium, la scenografia e i costumi di alcuni video fatti per i Kinks (più di recente anche quelli per Love You But You’re Green dei Babyshambles, altro gruppo col mito di Albione), la toponomastica londinese di Absolute Beginners, lo sfogo metropolitano di John Lydon’s Open-Top Bus Ride, tutto Glastonbury, la periferia inglese (urbana ed esistenziale) di tanti suoi film più o meno punk, la diffidenza verso gli USA di Le ragazze della terra sono facili. Tra parentesi, una “costante narrativa” delicata e interessante da analizzare nei documentari sui gruppi inglesi – non solo nei film di Temple – sarebbe proprio quella dell’“invasione britannica” in America. Nei documentari di Temple vengono descritti gli sbarchi oltreoceano dei Sex Pistols, dei Clash e dei Dr. Feelgood (il regista ha mostrato a Bologna, a sorpresa, un bel rough cut quasi definitivo del suo ultimissimo documentario appunto sul gruppo di Canvey Island: Oil City Confidential – uscirà quest’anno, stiamoci attenti).

Il cinema di Temple ci avverte allora di questo: esistono dei luoghi, dei paesi e delle città (soprattutto), e con la musica le persone si preoccupano di come abitarli.

Se l’attenzione del regista è sempre stata rivolta al Regno Unito, egli sa bene però che questo succede in ogni paese. La scena grunge degli anni Novanta ha trovato un suo regista con Gus Van Sant, e allora adesso Temple – eccezionalmente in trasferta – sta preparando un film su Detroit, altra scena calda degli anni Sessanta-Settanta, città “difficile” e dalla grande tradizione musicale. Saranno coinvolti MC5 e Stooges, e forse anche Eminem, pare.

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