In fondo molti la provincia se la portano dentro, con la sua voglia prepotente di evadere, lo scazzo e la noia quotidiana dei lunghi pomeriggi passati ad ascoltare musica e a fantasticare su altre geografie possibili. Capita anche di andarsene e poi di tornare, dove tutto ha avuto inizio, pronti per nuove ripartenze, che danno probabilmente un senso al percorso già fatto fin lì.
Prendiamo il caso di Dario Brunori, dalla provincia di Cosenza, titolare della ditta musicale Brunori SAS, all’esordio con Vol.1 (in recensioni) su Pippola Music. Un passato dreamglitchpop nei toscani Blume (In tedesco vuol dire fiore, 2006), prima ancora la partecipazione al collettivo virtuale Minuta, il rientro alla base nel 2007 per occuparsi dell’azienda di famiglia e in seguito la decisione di rimanere.
Nel frattempo, la composizione dell’album, nato emotivamente da voce e chitarra come frutto della rielaborazione sedimentata di un ampio periodo, dai ricordi d’infanzia all’adolescenza tra “il mare d’inverno e le cotte di agosto” e oltre. Un’urgenza espressiva e formale che sa di cantautorato italiano dei Sessanta (Tenco, Piero Ciampi, Sergio Endrigo, gli “urlatori”), Settanta (Battisti, Gaetano, Ivan Graziani) ma anche Caputo, Battiato, Bugo, per le liriche cinematiche e l’ironia graffiante che si fa anche ritratto sociale. In questo non disssimilmente da altri cantori odierni coetanei del nostro, da Dente a Le luci della centrale elettrica fino ai Maisie.
L’imperativo è cantare, monitorandola, l’ordinarietà della vita, cogliendone aspetti non immediatamente visibili e dissacrandola, il tutto con spontaneità e autenticità nella scrittura, scrittura che risulta immediata e fresca. Di questo e di molto altro abbiamo parlato con Dario in uno stream a tutto campo.
A livello umano tantissimo, perché i tre anni in cui ho preso parte al progetto mi hanno dato modo di stringere rapporti con persone con cui condivido una certa visione del mondo e che oggi fanno parte della mia vita. Dal punto di vista artistico ho avuto la possibilità di sperimentare un'altra maniera di affrontare l’aspetto compositivo. Di solito tendo ad urlare e in quel contesto invece le cose andavano sussurrate.
Da piccolo amavo molto Battisti, che è una grande passione di mia madre. In quegli anni in casa girava un cofanetto di audio-cassette con il meglio dei cantautori italiani: da De Andrè a Guccini, da De Gregori a Vecchioni fino a Branduardi e appunto Battisti. Successivamente ho avuto grandi amori stagionali, come De Andrè, Battiato, Piero Ciampi, Gaetano e Ivan Graziani.
Sono ultimo di tre figli maschi e ciò rappresenta una grande fortuna, perché dai tuoi fratelli erediti un sacco di dischi, oltre che libri, film e fumetti. Erediti anche il ruolo di raccattapalle e di portiere fisso nelle partite di calcio in cortile. Ma ne vale davvero la pena. Anni ’80: Prince, tantissimo, tutta la discografia, quasi un’ossessione in camera nostra, poi Culture Club, Spandau Ballet, Duran Duran, Tears For Fears, Dire Straits, e tutto il ballabile in voga in quegli anni. Disco ricordo: Purple Rain. Anni ‘90: molta roba “pesante”. Sono stato un chitarrista heavy e all’epoca ero molto affascinato dalla tecnica e dal virtuosismo. Amavo anche Hendrix e il rock anni ’70, il grunge in auge a quei tempi e l’alternative rock italiano. Disco ricordo: Vs. dei Pearl Jam. Anni ’00: mi sono innamorato dell’aspetto tecnico musicale, della registrazione e della produzione del suono, per cui tanta elettronica, in particolare quella di stampo Morr Music e in ambito folk Sufjan Stevens e Bon Iver. Disco ricordo : Neon Golden dei Notwist, ma anche Come on Feel the Illinoise di Sufjan Stevens. In questi ultimi mesi sto ascoltando gli artisti della Tiger Sushi, e gli italiani DID, Le Rose e i The Gentlemen's Agreement.
Sì e no. Sono tornato in seguito alla perdita di mio padre, ma non ero obbligato a rimanere, anzi i miei hanno spinto molto perché rientrassi in Toscana, dove ho passato quasi 11 anni della mia vita tra università e calvari interinali. Sono rimasto giù perché in quei mesi ho avuto la percezione (paradossale visti gli eventi) di star meglio, di aver ritrovato alcune cose che credevo perse. A volte quando sei eccessivamente concentrato su un particolare non riesci a guardare il quadro nella sua interezza. Tornare ha ampliato la mia visione e mi ha rimesso in contatto con una parte di mondo che ignoravo da troppo tempo. Non è stata comunque una scelta razionale, ma impulsiva ed emotiva, un po’ come la stesura del disco.
Io l’ho cantata quasi tutta in Sol e l’arrangiamento dalle nostre parti è giocoforza essenziale.
Non ho mai vissuto in una vera città, se non per periodi molto brevi, e quindi non amo parlare di ciò che non conosco. Se la domanda è tesa ad evidenziare l’ influenza della provincia sull’ispirazione artistica, sono convinto che nel mio caso abbia giocato un ruolo importante, soprattutto nella prima parte della mia vita: la noia del mare d’inverno aguzza l’ingegno, e passare 8 ore al giorno a suonare e ad ascoltare musica incide inevitabilmente. La città ha il pregio di metterti in contatto più rapidamente con le novità e di assistere ad eventi che in provincia non passeranno mai. Ma in provincia “succedono cose che voi cittadini non riuscite neanche ad immaginare”.
Tra gennaio e febbraio 2007 mi sono di colpo ritrovato in un’altra vita. Ho lasciato Siena, ho chiuso i miei progetti musicali e mi son messo a lavorare nel posto che era stato di mio padre fino a quel momento. E’ ovvio che di questo risenta il disco, sia negli aspetti amari e malinconici, sia nei passaggi ironici e diretti. Spesso di sera mi trovavo a suonare la chitarra sul divano, abbozzando i brani, senza avere un progetto musicale da portare avanti, senza apparecchiature per registrare, senza l’idea di un disco, esattamente come mi succedeva 15 anni prima più o meno nelle stesse stanze. Poi ovviamente il rivivere nei posti dell’infanzia e dell‘adolescenza ha tirato fuori ricordi ed istantanee degli anni passati, un po’ come la madeleine di Proust o come i Gran Premi di Prost. Avrei potuto intitolare questo disco Il ritorno, citando il meraviglioso film di Andrei Zvyagintsev, ma Volume Uno è perfetto perché lascia intravedere un seguito.
Con gli Annie il primo incontro è avvenuto a Fidenza durante un loro concerto ed è stato amore a prima vista. Sono meravigliosi sotto tutti i punti di vista: i migliori Annie della nostra vita. Loro fan parte della scuderia di Pippola per cui è sembrato ovvio collaborare, visto il feeling e la natura del brano. Io li definisco “CalaBresciani” perché hanno il corpo lombardo, ma il cuore meridionale. I Camera 237 sono invece arrivati in zona Cesarini, quasi alla chiusura dell’album. Anche loro dal vivo sono davvero d’impatto, roba da spettinare i capelli a Kojak. Gli ho proposto di vestire un abito diverso e calarsi nei panni di una band da balera anni ’60 e penso ci siano riusciti egregiamente. Meritano molta attenzione e credimi hanno un live che, come dicono i giovani d’oggi, “spakka”.
Qui succede una cosa curiosa. Sono lontane alcune dinamiche e i musicisti si sentono un po’ tagliati fuori dalla “scena che conta”, quasi che la SA - RC rappresenti un limite non solo per i turisti ma anche per gli artisti. Al contempo germogliano realtà davvero all’avanguardia e c’è un attenzione ed una voglia di novità che non ho riscontrato in altri luoghi. La lista sarebbe lunga, ma potrei citare il Partyzan che ha portato a Cosenza negli ultimi anni il meglio della scena indie nazionale e internazionale, Radio Ciroma la radio alternativa storica cosentina e poi gli artisti : i già citati Camera 237, Shirt vs T-Shirt, Captain Quentin, Kyle, Vinsent, Gripweed, Appleyard College, La Soluzione, Red Basica e non ultimi i Maisie che pur essendo siculi hanno tra le loro fila fior di musicisti calabri. Nel mio piccolo sto cercando di fare rete e stimolare la scena sia con l’attività del mio studio di registrazione Picicca, sia mediante la realizzazione di un contenitore web di prossima pubblicazione, che tenderà a valorizzare le realtà artistiche locali e ad evidenziare quel che di buono si fa da queste parti. Si chiamerà “ OlioDaLive” ed avrà un taglio decisamente ironico e giocoso. A me piace molto chi fa sul serio senza prendersi troppo sul serio.
Affinità : la spontaneità, la scrittura autentica, l’aderenza tra ciò che si canta e ciò che si veicola “dal vivo”. Divergenze : - Dente: non è ancora venuto in concerto a Cariati (paese vicino Cosenza) e mi piacerebbe leggere su una locandina: “Dente a Cariati”; - Le Luci delle Centrale Elettrica: una sera ho provato a lavarmi i denti con le antenne della televisione e mi sono scheggiato un canino; - Maisie: abbiamo lo stesso batterista, intravedo un potenziale conflitto d’interessi. Fuor di battuta hai citato tre splendidi esempi di scrittura fresca e innovativa. Al di là delle questioni di gusto, loro stanno cercando davvero una via nuova per la canzone italiana e mi pare che i risultati siano evidenti.
La mia dimensione umana, oltre che artistica, è sicuramente più vicina a quella del Bugo degli esordi, nell’attitudine a cantare storie ordinarie, sia come sorridente provocazione verso alcuni eccessi poetici, sia per scovare lo straordinario dove apparentemente non c’è. D’altro canto amo i dischi dei Baustelle, in particolare Il sussidiario illustrato della giovinezza. Subisco inevitabilmente il fascino di personaggi come Bianconi, per quella capacità di incarnare in modo credibile non solo un personaggio, ma un immaginario fuori dal tempo. Sono però cresciuto in campagna ed ho nel sangue l’ironia cinica e “spoeticizzante” dei piccoli paesi del sud. Italian Dandy è dunque al contempo un tributo ed una canzonatura, una duplice veste che la rende adorabile ai miei occhi.
E’ il mio quotidiano e quello delle persone con cui sono stato in contatto nel periodo in cui ho scritto le canzoni. I muratori che fischiettano nei cantieri, gli agenti di commercio col sorriso a comando, gli impiegati di banca grigi, le signore petulanti in macelleria, il barista sempre allegro, il meccanico con San Francesco di Paola e le donnine nude attaccati sulla stessa parete. Io me l’ero perso un po’ questo mondo, e l’ho trovato così vero e genuino, nelle sue mille contraddizioni, che mi sembrava giusto farne un quadretto, un piccolo acquerello da tenere sul comodino.
A proposito di techno, dovrei farti conoscere un mio amico che è davvero un gran personaggio: punkabbestia casalingo, che sabato va ai rave e domenica prepara gli gnocchi fatti in casa. Ma questa è un’altra storia… Sull’odio e l’odiare posso solo dirti che da un paio d’anni ho imparato una lezione: “fuggi dalle emozioni negative”. Non solo sono inutili, ma spesso dannose. A volte basta fermarsi dieci secondi, non rispondere immediatamente alle sollecitazioni, per cambiare il corso delle
La poesia è sempre una balla, è immaginazione priva di sostanza, inspiegabile in termini razionali. Per questo è così affascinante.
Io adoro la forma canzone, adoro proprio la geometria semplice della struttura strofa-ritornello. Penso che le canzoni debbano volare leggere. Quando ascolto un brano il meccanismo inconscio è: “ mi piace o non mi piace”. Questa rapidissima considerazione avviene molto, ma molto prima che il cervello possa spiegarmene le ragioni. E’ altrettanto vero però che ci sono esempi meravigliosi di canzoni / noncanzoni. Adius di Piero Ciampi ad esempio, basta e avanza..
Mi chiedi un parere su qualcosa che non ho vissuto di persona e che non ho approfondito, per cui rischierei di dire cose banali o inesatte. Mi sento solo di dire che oggi avverto forte la mancanza di luoghi genuini di aggregazione, di posti in cui si possa comunicare spontaneamente, dove si possa entrare in relazione in (con) tutti i sensi. Vedo tanti recinti, troppe case e molta gente chiusa dentro ad aspettare.
E’ un terreno che non mi è congeniale quello della politica. Io faccio parte della famigerata schiera di quelli che leggendo il giornale s’indignano per un quarto d’ora e poi passano alla pagina sportiva. Non mi sento disimpegnato nella misura in cui vedo nell’attività artistica un modo alternativo di fare politica. Devo dire che non amo particolarmente le canzoni politicamente impegnate, e ad ogni modo non mi sentirei affatto nella posizione di scriverne una. Almeno ad oggi.
Tutto perfetto. Manca solo: Brunori Sas, la piccola impresa e il “meridione che rugge”. Andare, camminare, lavorare.
Scheda: Brunori Sas
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