Pubblicazione 01 Settembre 2005

Hugo Largo

Il Fascino Del Discreto

Il mondo soavemente autunnale ed opalescente dei misconosciuti Hugo Largo ricscoperto in due ristampe
Hugo Largo
1986

Alla vigilia della rivoluzione noise newyorkese che, da ½ anni ’80 in poi, portò sulla ribalta della scena musicale cittadina, e conseguentemente mondiale, i nomi di davvero temibili guastatori sonici (Pussy Galore, Royal Trux ed Helmet, pescando a casaccio) vi fu nondimeno spazio, negli stessi fumosi locali che ospitarono live acts fra i più violenti, perché crescessero e si sviluppassero proposte d’artigianato pop realmente significative. Basti ricordare, a mò d’esempio, l’avventura folk pop dei ritrosi Tiny Lights, lo slow-core degli antesignani Codeine o il mondo soavemente autunnale ed opalescente dei misconosciuti Hugo Largo.

L’estetica del rumore, da sempre connaturata alle esperienze rock metropolitane, convisse così difficoltosamente, per lunghi anni, gomito a gomito, con quel pugno di pudici artisti ad essa fieramente avversi. Soprattutto a NY. Gli Hugo Largo fecero parte di quel partito di minoranza. A tutt’oggi sono solamente due i prelibati frutti maturati dalla caduca quanto estemporanea arte del gruppo: Drum, 1988 e Mettle, 1989.

A riunirli assieme (ne esiste anche una stampa che li accorpa in cd) sono forse un ora scarsa di suoni onirici, paradisiaci: musica delle sfere celesti, idealmente associabile ad una cosmogonia medievale. E dalle musiche di quei secoli bui questa attinge e conserva il fascino dell’arcano e dell’insondabile, dell’assoluto e dell’austero (un po’ come i contemporanei Dead can Dance). Con un lascito minimo di soli 17 pezzi suddivisi in due mini lp, la musica degli Hugo Largo potrebbe comunque competere (forse persino surclassare) con il miglior repertorio d’un gruppo stilisticamente omologo: quello dei Cocteau Twins.

Il gruppo però ebbe natali che più lontani non si potrebbe da tanto dream pop e 4AD sound britannici a cui apertamente si ispirava (i citati Twins, Breathless, My Bloody Valentine). Le radici musicali e culturali dei nostri sono, a differenza dei loro modelli, soprattutto americane. Ricalchiamone quindi fugacemente gli esordi. Era il 1986 quando Tim Sommer – oscuro critico musicale e chitarrista negli ensembles sinfonici del massimalista Glenn Branca – decise di fondare un proprio complesso, reclutando allo scopo il violinista d’estrazione accademica Hahn Rowe (futuro Firewater al fianco di intemperanti quali Tod Ashley – Cop Shoot Cop -, Duane Edison – Jesus Lizards, DK3 -, e David Quimet, ex Motherhead Bug) e la vocalist (vero nerbo del sound minimale degli HL) Mimi Goese. Serrati i ranghi col bassista Adam Peacock, il quartetto decideva finalmente di fare sul serio. Tanto sul serio da scomodare per l’esordio, in veste di produttore, il loro maggiore e più illustre estimatore, Michael Stipe dei R.E.M. Drum è solo un mini, ma per i godimenti che sarà capace di procurarvi vale quanto l’intero giardino dell’Eden. Quieto, semplice, poetico il flusso di suoni sviluppato dal disco è una soundtrack “alchemica” della vita quand’era viva, della festa quand’era allegra. Regredisce persino ad accompagnamento involontario d’una idillica infanzia perduta, con tutte le pretese di autenticità e ingenuità che, sulla stessa, il pensiero adulto s’arroga. Tutto ciò è reso dalla bella copertina. Vi si raffigurano due bambini, nel vanire d’una foto d’epoca, sfocati come ectoplasmi. Una metafora di dissolvimento del mito dell’infanzia. Musicalmente si tratta di colto dream pop da camera, di sicuro lo stato dell’arte raggiunto dal genere nel decennio trattato (in futuro ispirerà band altrettanto ignorate ma influenti: Amber Asylum o Black Tape for a Blue Girl nonché tutta la fitta schiera di labelmates in casa Projekt).

Numi tutelari della band: la prima Joni Mitchell (le malinconie e i flashbacks di Blue), Tim Buckley (medesima attitudine al tecnicismo vocale emotivo, per la nostra Mimi) ed infine This Mortal Coil (e tramite essi la garanzia di vicinanza ai suoni del pop sognante d’olreoceano). Uno sguardo alla scaletta adesso. Si comincia con Grow Wild che, fra evanescenti arpeggi chitarra-violino, permette il primo di tanti memorabili “trip” vocali della capace Mimi. Eskimo Song – prodotta anch’essa da Stipe – subisce invece l’influsso benefico della di lui amata sorella, Lynda (periodo Oh-Ok). Un po’ dappertutto riecheggiano le influenze folky dei newyorkesi, vedi l’arrangiamento minimal-barocco di Fancy o lo singspiel alla Nico di Harpers. Il lavoro, nel complesso, rifonda l’arte del lied romantico accostandola all’approccio rigoroso e chiesastico dei Dead can Dance. L’atto secondo della band – edito a quasi un anno dall’esordio – ne è una replica fedele ma certamente meno ispirata. Vi consiglio di non snobbarlo: è comunque materia sonora per palati sopraffini. Arrivati a questo punto della vicenda, degli Hugo Largo si perderanno le tracce fino quasi al termine del 1998 quando, a sorpresa, la Luaka Bop del buon David Byrne darà alla luce un cd (Soak) artisticamente attribuibile alla sola coppia Rowe-Goese. Trovatelo e ascolterete una versione aggiornata all’era del trip-hop dei suoni artmosferici degli Hugo Largo.

Scheda: Hugo Largo

copertina pdf #91