Tune in
Pubblicazione 01 Settembre 2009

The Clean

La possibità di un'isola

I The Clean furono un’anomalia nel già anomalo kiwi rock dei primissimi eighties. Tanto trasversali, acuti e intensi da sfuggire alla presa. Quello che si dice un culto. Finalmente in espansione.
The Clean
1981

I fratelli Hamish e David Kilgour, batterista il primo, chitarrista e cantante il secondo, nacquero e crebbero in quel di Dunedine, nel sud dell'isola sud della Nuova Zelanda. Erano i seventies e bruciava forte in loro la passione per il rock, con particolare predilezione per il garage e i Velvet Underground. I due non si perdevano un concerto delle grandi star inglesi e americane che passavano da quelle parti (Lou Reed, Talking Heads, The Cure...), uscendone sempre più esaltati. Quanto alla scena neozelandese, in quel periodo non era particolarmente vivace. Certo, le scorribande del punk imperversavano selvatiche, ma il subbuglio più significativo era provocato da due band della vicina (si fa per dire) Australia, i Radio Birdman e i The Saints. Quel loro rock surfeggiante e scellerato fu però la goccia che convinse i Kilgour a fondare il proprio gruppo.

Battezzatisi The Clean, scelsero una quadratura classica, contando sulla chitarra di Peter Gutteridge e sul basso di Robert Scott. Entrarono negli anni ottanta con baldanza formidabile e l'intenzione di uscirne vivi, convincendo la gloriosa Flying Nun Records - vero e proprio ricettacolo del kiwi rock alternativo (del cui roster faranno parte The Verlaines e Dead C) - a scritturarli. Fu l'inizio di un rapporto ventennale ancorché discontinuo, che ha dato vita ad un repertorio non copioso però ad altissimo peso specifico, punteggiato da intuizioni spesso considerevoli e talora - senza tema di esagerare - sconvolgenti.

A partire dall'intrigante singolo d'esordio Tally Ho! (Flying Nun, 1981, 7.0/10), un sette pollici stringato, battente, robotico, la scansione minimale come una drum machine giocattolo, l'organo puntuto e la chitarrina arricciata, la melodia mossa da un entusiasmo sbracato. Insomma, sembra il parto garrulo di un Brian Eno colto da fregole bubble gum stradaiole. Qualcosa di strano si agita tra queste vibrazioni contagiose, un voltarsi all'indietro che condanna il gesto ad un presente incarognito, la voglia di pop strozzata in culla dalle tossine della contemporaneità, come ben testimonia il lato B Platypus, presa live brumosa e arcigna di spettri elettrici noise, la flemma motoristica e minimale del drumming scossa da spasmodiche accelerazioni punk, la tensione lirica ad alzo zero dei Sonic Youth ed il piglio da marciapiede quale gentile lascito dei Velvet Underground.

Gli elementi si affrontano e si fondono con fluido stridore: Hamish picchia su pelli e piatti con la risolutezza tarfelata e selvatica di una Moe Tucker, è gesto vitale puro, arcaica scansione; Scott introduce tremori dark wave conducendo il basso con tarcotanza arcigna, pastosa e inesorabile; le chitarre e l'organo giocano a stuzzicarsi con scherzetti acuminati garage psych salvo poi deragliare verso la rumorosità sgranata e incandescente del coevo hardcore, mutuato dalle propaggini estreme del garage psych (13th Floor Elevators, Blue Cheer) più che dall'avanguardia targata Glenn Branca da cui invece discenderanno i Sonic Youth (al debutto con Confusion Is Sex nel 1983).

Ridotti a trio con la dipartita di Gutteridge, nel settembre dello stesso anno decisero di incidere un ep che da solo basterebbe a garantirgli un posto ben illuminato con vista panoramica nel pantheon dei migliori, se solo vivessimo in un mondo  - diciamo così - meno distratto (il che vale ovviamente anche per il sottoscritto). In effetti, Boodle Boodle Boodle (Flying Nun Records, gennaio 1982, 7.8/10) sbocciò speciale fin dal booklet, un fumetto di sedici pagine disegnato dalla stessa band con l'aiuto di alcuni amici. Ma è nelle cinque tracce che il discorso si fa serio. Segnano una decisa definizione del sound in chiave power pop con implicazione garage e surf episodi come Thumbs Off (cantata da Robert Scott - che del reso fungeva da chitarrista e cantante nel suo progetto parallelo The Bats), sintonizzata tra sberleffo ghignante The Who e beat turgido Small Faces, e Sad Eyed Lady col suo caracollare sordido e gracchiante benedetto dal backing vocals saettante di Chris Knox (leggendario reduce della stagione punk di Dunedine - avvenuta senza ritardi, anno 1977 - in sella ai suoi Enemy) tra l'altro anche co-produttore dell'ep.

Se Anything Could Happen dimostra una disinvoltura folk rock declinata bluesy non distante dai Rolling Stones altezza Between The Buttons, l'iniziale Billy Two è una giga folk tesa e accorata, col ritornello capace di un coretto suadente e gagliardo e persino un accenno di chitarre in reverse, roba che ti figuri dei Kinks dimessi e strattonati dall'estro scorbutico Velvet Underground. Cimenti meritevoli perché frutto di un equilibrio inconsueto, trasversale eppure solido, sorretto da un impeto fragrante e forse un po' naif ma conmvinta fino in fondo dei mezzi utilizzati e della direzione intrapresa. Tuttavia, è Point That Thing Somewhere Else che fa il botto vero: cantata da un oppiaceo Hamish Kilgour, si dipana motoristica e noise wave, quelle chitarre effettate sono un vento sonico radioattivo, rapimento oppiaceo da Sonic Youth narcolettici ante litteram, un ponte tra noccioline psichedeliche 13th Floor Elevator e glassa malmostosa My Bloody Valentine mentre sotto scorre il fiume siderale Hawkwind.

Controlli e ricontrolli le date, e quasi non ci credi: era appena il 1981 porco cane. Provi a spiegartelo come ad una lunga decantazione di scelleratezze garage psych e azzardi sonici new e post wave, il siero distillato dalla brodaglia Electric Prunes, Blue Magoos, Vanilla Fudge, Velvet Underground, Seeds, Stranglers, Neu!, Joy Division, Kluster... Un processo compiuto nella cameretta sonora dei Kilgour spersa nel vasto isolamento dello stato oceanico, giunto ad esiti straordinariamente affini epperò dissimili da quelli delle avanguardie newyorkesi, forse più vicine per la basilarità dell'approccio ai primi Flaming Lips, tolto però l'estro allucinato e nevrastenico (per non dire furioso) di Coyne e compagni.

Ed è infatti a questi ultimi, in particolare all'estasi visionaria e sguaiata che informerà Hit to Death in the Future Head (Warner, 1992), che fa pensare la splendida Slug Song, contenuta nel successivo ep Great Sounds Great, Good Sounds Good, So-So Sounds So-So, Bad Sounds Bad, Rotten Sounds Rotten!! (Flying Nun, 1982, 7.4/10). Titolo fluviale per sei tracce che ribadiscono il solco garage psych avendo cura di ammorbarlo con la verve beffarda d'un John Lydon e l'intransigenza primitiva dei Velvet Underground (Side On), senza disdegnare fughe motoristiche tra il blando e il torvo (Flowers) e aspersioni di dolciastra adrenalina Kinks (On Again/Off Again) che finiscono per tirare in ballo quei Go-Betweens all'epoca impegnati a seminare singoli nell'orticello della vicina (come sopra, si fa per dire) Australia. Per non dire di quella Beatnik che si fa largo garrula e beffardella come potrebbero i nipotini scellerati dei Blues Magoos.

Boodle Boodle Boodle
The Clean
1981
Boodle Boodle Boodle

Il repertorio fino a quel momento, visto da oggi, sembra il tipico trampolino di lancio verso una gloriosa seppur altrenativa carriera. Acadde invece che il progetto The Clean fu messo in soffitta. I fratelli Kilgour avviarono un nuovo progetto (dalla geniale egida Great Unwashed) assieme a Gutteridge, mentre Scott impegnava sempre più estro ed entusiasmo coi suoi Bats. Prima Odditties (Flying Nun, 1985, 7.2/10) e poi Compilation (Flying Nun, 1988, 7.0/10) raccolsero quanto catturato durante incisioni decisamente lo-fi (alcune su un due piste prestato loro dai Dead C). Il beat wave e garagista, brumoso e motorizzato di At The Bottom, l'innodia aspra e pettoruta (tra Seeds e The Move, poniamo) di Odditty, l'andirivieni brutale e onirico (tra i Velvet più ruvidi e certe caligini Big Star) di Quickstep, soprattutto il piglio hard noise illanguidito da sbuffi di tromba e un malanimo che diresti The Cure di Getting Older, alimentano il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e non fu.

Intanto che i progetti si squagliavano (Great Unwashed) e altri più o meno paralleli ed estemporanei sbocciavano (Stephen, Bailter Space), capitò che nel 1989 i tre organizzassero una rimpatriata in quel di Londra, un concerto secco - da cui fu ricavato il ficcante 12 pollici In-A-Live (Flying Nun, 1989, 6.9/10) - che provocò un rigurgito d'intesa. Effimero ma fruttuoso. Inciso negli studi londinesi Blackwing nel luglio 1989 con la regia di un tecnico del suono come Alan Moulder (già al lavoro con Jesus And Mary Chain), Vehicle (Flying Nun, 1990, 7.1/10) sfrondò ovviamente il sound dal bozzolo lo-fi mettendo altresì in mostra una attitudine più pop, stemperando i fantasmi beat e motorik tra emulsioni madreperlacee d'organo e arguzie chitarristiche che cuciono nostalgie jingle jangle e tremori wave psych. Se The Blue esala dolcezza attonita di stampo Robyn Hitchcock, e se Diamond Shine stuzzica arguzie wave pop à la Cure sul nastro trasportatore Can, c'è una Big Soft Punch che azzecca l'equilibrio perfetto tra dinamismo incessante e struggimento sperso, con certi guizzi omeopatici surf che forniranno più di uno spunto agli Yo La Tengo (tra l'altro conosciuti l'anno precedente in una data tedesca del tour europeo), mentre Drawing To A Hole corre sul filo con passo febbrie e accigliato innescando una gradevole trepidazione R.e.m.. Vuoi per la latitanza di quel successo che avrebbero meritato, vuoi per le imperscrutabili circostanze della vita, la band si sfaldò nuovamente: Hamish se ne andò a New York per avviare con la moglie i Mad Scene, mentre David intraprese una a quel punto opportuna carriera solista (debuttando con l'eccellente Here Come The Cars nel '92).

Ma per i Clean non era finita, forze centrifughe e centripete si alternavano attorno a questa entità così effimera e significativa: prima il singolo Late Last Night nel 1994 - il soffice piglio psychomotoristico, il canto sornione e minimale, l'organo un ricamo acidulo - poi l'album Modern Rock (Flying Nun, 1995, 7.3/10) riportano a casa la band. Fu infatti in New Zealand che le incisioni ebbero luogo, impreziosite dal non piccolo aiuto di Alan Starrett a fisarmonica, mandolino ed archi. E' un disco molto bello, ancora più stiepidito in direzione pop, a partire dal singolo Outside The Cage che, in una glassa psichedelica d'organo, tastiera e basso radiante, con quel canto allampanato e il chiacchiericcio sullo sfondo, imbastisce un'ipnosi che ibrida i Wire più soft e i Beta Band (che esordiranno tre anni più tardi). Se ballate come Do Your Thing e Safe In The Rain scomodano il rapimento abbacinato e lunare di Mike Scott e Robyn Hitchcock, Secret Place e Too Much Violence azzeccano la formula definitiva wave-psych, con le tastiere argute da Stranglers narcotizzati, l'inquietudine dolciastra delle chitarre, quelle melodie tese e dolciastre. Ben poco da invidiare insomma rispetto al lavoro dei coevi Yo La Tengo, alle prese all'epoca col non imprescindibile Electr-O-Pura (ma in procinto - due anni più tardi - di sfornare il capolavoro I Can Hear the Heart Beating as One).

A quel punto, pur se distratti dalla ridda di progetti paralleli, i fratelli Kilgour e il buon Scott capirono che il ferro era caldo e andava opportunamente battuto: Unknown Country (Flying Nun, 1996, 7.5/10) vide all'opera la stessa formazione, Starrett compreso, per un quasi quartetto con la stessa idea pop eterea, irrequieta e allampanata, portata però ad un livello di ulteriore sofisticazione. Se Clutch si snoda bucolica tra slide miagolanti come un divertissement tra Rem e Hidden Cameras, Chumpy zompetta robotica ed esotica in una cospirazione di violino e tastiere come ti aspetteresti da una versione cameristica dei Wire. Quanto a Twist Pop, è il singoletto beat affacciato sul terrazzino della wave poppettara, retrogusti nostalgici e tutto, mentre Indigo Blue ci ricorda la confidenza dei tre coi raga oppiacei. A sorprendere davvero sono Balkans, che tra frinire di violino e chitarra acustica si produce appunto in una escursione strumentale dai sapori gitani, e quella Franz Kafka At The Zoo che spalma un talkin' vaporoso su una caligine di basso e tastierina che diresti quasi Air.

The Clean
Tim Soter 2009

Due colpi consecutivi di tal fatta avrebbero dovuto aprire porte che invece si socchiusero appena, e il progetto finì di nuovo nel freezer per un lustro buono. A riscaldarlo pensarono quelli di Merge Records, che nel 2000 li accolsero nel roster marchiandone l'album del rientro Getaway (Merge, 2001, 7.0/10), in cui trovano cittadinanza tanto le brume kraute quanto l'agro folk-psych post-Syd Barrett (Golden Crown), impastandole con elettricità scabra un po' Sonic Youth e un po' Crazy Horse (Aho, Stars), alternate ad aciderie dinoccolate e friabili (Circle Canyon), spunti Scott Walker (Poor Boy) e spasmi country rock (E Motel). E' insomma il lavoro della maturità (e ci sarebbe da stupirsi del contrario), animato da un'autorevolezza a fari bassi, dall'estro di chi ormai vive l'attitudine con disincanto, seduto su un repertorio di intuizioni, esperimenti e - massì - espedienti che definiscono una calligrafia assieme soffice e misteriosa, arguta e affabile. Finalmente apprezzabile e apprezzata aggiungerei, ora che Sonic Youth, Yo La Tengo, Flaming Lips, Beta Band, Crystal Stilts e ci metterei pure Low e Blonde Redhead, hanno in qualche modo allenato l'auditorio a gustare certe commistioni, reso standard ciò che prima poteva apparire come (formidabile) stranezza. Condannando così e altresì i Clean ad un'aura di irrimediabile ritardo. Che lo splendido doppio Anthology (Flying Nun/Merge, 2002, 7.6/10) ed il nuovo, eccellente Mister Pop (Merge, 2009, 7.3/10) fanno somigliare ad una piacevolissima rivalsa.

Scheda: The Clean

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