A quanti capita di inciampare o, addirittura, cadere con un sonoro tonfo già alla seconda prova matura, per non parlare del sospirato primo disco? A troppi, ecco: colpa di un mercato che, velocissimo e famelico, tutto tritura e banalizza, mente ci vorrebbero più tempo e frusta per soppesarli bene, i dischi e i relativi autori. Colpa anche di questi ultimi, che si sentono pronti a spaccare il mondo quanto farebbero meglio ad aspettare. A non assecondare la frenesia e diventare grandi preferendo l’istinto.
Ryan George Bingham, in questo panorama, è un’eccezione che conferma la regola. Da quando si presentò al mondo con un esordio classico come Mescalito (Lost Highway, 2006; 8,0/10), LP tra i più intensi e azzeccati dell’ultimo lustro di "Americana", ne abbiamo amato ogni caratteristica. Il talento compositivo e l’aspetto da tenebroso, il passato drammatico e il futuro dorato.
Un "quasi trentenne", costui, che non fatichi a pronosticare nome che resterà, forte di un vissuto che lo ha sì bersagliato, ma in dote ha lasciato correttezza e semplicità, sommate a una fiera determinazione - da texano testardo - a non lasciarsi incasellare: In qualche modo sono stato segnato dalla scena country più integralista. Poiché indosso un cappello da cowboy, la gente pensa che siamo una band da balera mentre non è affatto così. Voglio essere considerato un artista versatile; uno che attinge da diversi aspetti della realtà e racconta storie diverse. Lo commettiamo tutti, l’errore di pensarlo e/o chiamarlo il "nuovo Tizio" o il "prossimo Caio": d’accordo che significherebbe un’ulteriore maniera di confermarne la statura, ma si rivelerebbe più che altro una zavorra da legargli sulle spalle per non lasciarlo andare dove davvero vuole.
Del resto, è lui a raccontarsi bravo da guadagnarsi il ruolo di contemporaneo anello della catena che dal capostipite Townes Van Zandt si snoda lungo nomi iscritti negli annali come Guy Clark, Terry Allen, Joe Ely e Steve Earle. Al pari di alcuni di lor, il ragazzo ha consumato i primi anni di vita sfangandosela da solo nel mondo, bruciandosi l’adolescenza tra un rodeo e un pavimento su cui riposare le ossa; vivendo da sradicato e condensando notti fredde e polverosi dì in una manciata di canzoni favolose.
Prima delle quali c'è un apprendistato di chitarrista, l’educazione sentimentale a base di Bob Dylan e una sceneggiatura casuale ordita da un regista nascosto chissà dove. Sentite qui: dopo aver lasciato una disfunzionale famiglia e aver a lungo girovagato, Ryan si stabilisce in Texas presso uno zio; una sera il proprietario di un locale lo ascolta suonare per caso e, folgorato, gli propone una residency fissa. Utile per affinare il repertorio e l’esecuzione, convincersi di potercela fare sul serio mentre raduna quei Dead Horses - prima famiglia di amici, poi musicisti - che tutt’ora lo accompagnano. Due cd-r autoprodotti, Lost Bound Rails e Wishbone Saloon, servono a fermare il momento mentre il primo approccio a un disco professionale fallisce in una Nashville plastificata e meccanizzata.
Allorché le speranze sono al lumicino, uno dei dischetti di cui sopra plana sul tavolo della Lost Highway. Poiché da quelle parti posseggono un palato fino assai, finanziano subito le registrazioni di quel che diverrà Mescalito, alla cui ottima riuscita contribuisce la regia preziosa di Marc Ford, ex chitarrista dei Black Crowes.
Il risultato parla la lingua solida e convincente dei capolavori, non solo di genere: El Borracho Station la vorresti da un Mark Lanegan in gita sul border e Take It Easy Mama dai Rolling Stones dei primi ’70; Ghost Of Travelin’ Jones ospita Terry Allen in un plausibile passaggio di consegne e perle come Ever Wonder Why o l'innodica Southside Of Heaven fanno ipotizzare un Bruce Springsteen giovane e sudista alle prese con blues e country'n'roll. Roba che ha mandato in visibilio critica e pubblico, cagionato a Bingham un tour nazionale a fianco dei Drive-By Truckers, diverse esaltati date europee come attrazione principale e spalancato le porte degli studi televisivi di Conan O’Brien e Jay Leno.
In mezzo a cotanta giostra e al nuovo lavoro Roadhouse Sun, Ryan ha affrontato l'oculata gestione di sé stesso e un trasferimento in California per amore, il duro e quotidiano lavoro su scrittura e arrangiamenti. Poiché squadra che vince non si cambia, della partita sono ancora i fidi Cavalli Morti - vieppiù affiatati e potenti grazie all’attività live - e Ford. Quali le differenze, allora, oltre un effetto sorpresa non più ripetibile? Influenze dei Byrds maneggiate con arguzia, tanto per cominciare (Dylan's Hard Rain), e la maggiore complessità esibita in Change Is, tutta cambi di registro e atmosfera non distanti da Micah P. Hinson, e Day Is Done, maturo saliscendi emotivo di furia e intimismo. Un sentire rockista in più, anche, che talvolta prende la mano e nuoce alla ricercatezza rude - no, non è un ossimoro - che contraddistingue il Nostro. Perdonato da qui all’eternità, nondimeno, quando butta su piatto quell’ugola a metà tra Bruce e Steve Earle, per affidare loro un pugno di crepuscolari ballate acustiche.
Che dire del domani di Bingham, se non che, in base a quanto mostrato finora, abbiamo la certezza che imboccherà la strada scelta per lui dall’istinto e che sarà, di conseguenza, quella più giusta. Senza alcunché da dimostrare, che si evolva: noi saremo con lui a osservarlo decidere la misura del passo: Credo che da giovane avessi più di un motivo per odiare la società. Sono cresciuto povero e arrabbiato per questo. Ma a un certo punto capisci di non poter essere incazzato per sempre: devi provare a combinare qualcosa di positivo, e il nuovo disco è la mia maniera di farlo. Andrà lontano, ne siamo sicuri.
Scheda: Ryan Bingham
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