Tv On The Radio e Animal Collective come dire l’evento del giro indie dell’estate. E infatti non manca nessuno, dagli organizzatori (i Gandolfi Unhip e i Croci l’Electricpriest) agli addetti ai lavori vari, tra cui stampa (Pasini ecc. ecc.), musicisti (Enrico degli Offlaga Disco Pax, Jukka dei Giardini di Mirò, Paolo Blake/e/e/e, Michele Mariposa, qualche Julie’s Haircut, Vasco Brondi – Le luci della centrale elettrica ecc. ecc.), blogger e speaker radiofonici (ecc. ecc.). Tutti assiepati per il set campale del Ferrara Sotto Le Stelle 2009, lunghissimo per durata e puntualissimo per via degli orari anti rumore.
Headliner e spalla suoneranno tre ore equamente divise, prima i ragazzi di baltimore e poi i newyorchesi. Partono dunque gli animali, sfavoriti soltanto per una questione di cachet (e in verità i più attesi visti i fasti di critica di Merriweather Post Pavilion). Ed è ancora luce.
Pessimo il contrasto visivo tra il palco con le 4 barre di led (intensità e colore regolabili come vanno adesso in molti live set), la techno in bassa battuta dei nostri e l’imbrunire. Il pubblico più ampio fatica ad avvicinarsi e il climax amniotico tarda ad avvolgere i fan, ma è una questione di tempo. Basta un layer di blu e sono in molti, presenti alla data Milanese di questo inverno, a notare uno scarto di sound e missaggio: gli Animal Collective, ci si accorge, non hanno mai suonato così bene, o perlomeno così coesi. Sicuramente è il passo oltre l’indie-genza, verso un sound più in grande e da grandi, verso la sintesi e poco male.
Precedentemente, in quattro, puntavano alla jam proprio come i Black Dice ma, al contrario di loro (che perlomeno 1 su 2 la magia la creano), fallivano nell’affiatarsi e nel convincere i più attenti. Erano una studio band e sicuramente l’essere stati lontani geograficamente per gran parte dell’anno non li aiutava. Ora abbiamo una maturazione, una formula rinnovata e, senza il casco di Geologist, la freakness è una questione interiore.
I tre, con praticamente sole macchine tornano bimbi tra i loop e una cascata di preghiere animal pagane lanciate al cielo. Quest'ultime non hanno più nulla di infantile e l’aspetto notevole di tutto questo è il canto: ne esce liberato, una Young Prayer che a contrasto e sublimazione degli arrangiamenti risalta in purezza e conduce in un mondo a che fare con l’House Nation. E’ un’Ibiza alternative in frangiflutti quella che si profila all’orizzonte, una chill out 2.0, ancora fatta di cassa ma stracolma di libertà neo-folk, la stessa dei Devendra Banhart e Cocorosie, di una generazione di spiriti uniti dalla ricerca profonda con la natura e incapaci di filtrarla senza le macchine.
Macchine che, a loro volta, non sono più le arcigne e cattive testimoni dell’alienazione ma scatole addomesticate e gracchianti, svelate nella loro natura pre-digitale, amate nella veste anni ’80. Un grande set quello degli Animal Collective l’evidenzia che la strada, d’ora in poi, si batterà in scrittura e un formato canzone.
A proposito di canzoni, Tv On The Radio, i blackmen digital-punk abbacinati dal soul di Return To Cookie Mountain convertono il set ai modi più r’n’b dell’ultimo Dear Science, con risultati tra lo scarso e l’indifferente. Complice un soundcheck sfigato, la chitarra si porterà via gran parte delle frequenze medie con l’effetto appiattimento sull’intera performance. E pure il canto ha sofferto: Tunde Adebimpe è scarico, la voce, nei momenti più punk, non è all’altezza del ritmo e, altra nota non da poco, i nuovi brani dal vivo non catturano, non hanno sufficiente personalità.
Sicuramente l’odore di band di razza i newyorchesi la conservano, pur con le peggiori carte nel mazzo. E' innegabile che stiano cercando nuovi equilibri: i momenti ruspanti sempre più ai margini e la voglia di rifondare la personale blackness stampata in faccia. Sia come sia, tra le novità convincenti, il sax à la Roxy Music che amplificava il sound nei momenti tirati è stata la cosa che ha colpito di più.
Scheda: Animal Collective, Tv On The Radio