Pubblicazione 10 Marzo 2007

Polvo

Psico-delia: i Polvo

In tempi poco sospetti né tanto vicini, si pensava che non fosse più possibile aggiungere altre pagine significative al romanzo psichedelico. Ci si sbagliava di grosso...
Polvo
1993

Uno stile di vita attivo

Come i nostri più assidui frequentatori sanno, i Polvo si sono ritrovati ad occupare saldi il secondo posto nella graduatoria dei migliori dischi della Touch & Go indetta tra redattori e collaboratori di Sentireacsoltare in occasione del venticinquennale dell’etichetta. Detto che sul podio più alto sedevano gli Slint, ossia concorrenza praticamente imbattibile, la cosa ha costituito comunque una piacevole sorpresa, garante del fatto che la formazione di Chapel Hill abbia saputo scavarsi una dimensione sotterranea epperò importante. Ripensandoli e risentendoli ora, i Polvo suonano infatti ancora bizzarri, figli di un decennio - gli anni Novanta - che tutto fece per abbattere le barriere. Sfuggivano le catalogazioni ferree con la febbrile impollinazione incrociata dell’era “crossover”, costoro, rimescolando stili e linguaggi e collocandosi nell'intimo di orizzonti “oltre rock”.

Da bravi studenti pronti a ricordare tutto e non gettar via nulla, riuscivano in spediti viavai dalla New York dei Television all’Asia, attraverso le destrutturazioni rumoriste dei Sonic Youth, il Medio Oriente e i raga indiani. Psicodelia, se vi pare, oppure isterico cannibalismo che prima divorava e subito dopo rigettava in forme sbalorditive. L’inquietudine sottilmente nevrotica e la ricerca della melodia zigzagante, le chitarre sbilenche e scordate servivano a ricordare che, d’accordo, siamo “slackers” ma pensiamo in grande. E, per favore, non confondeteci con quegli sfigati che suonano in bassa fedeltà solo perché non sono capaci.

Un nervoso apprendistato

C’era una volta una cittadina celebrata da una splendida canzone contenuta in Dirty, caratterizzata da una fiorente ed eclettica scena musicale, dovuta come spesso accade oltre oceano alla folta popolazione universitaria. Ash Bowie e Dave Brylawski, chitarre e voci, si incontrano nel 1990 proprio a una lezione di spagnolo della facoltà di Chapel Hill, facendo presto combutta con la sezione ritmica del bassista Steve Popson e del batterista Eddie Watkins.

Si scoprono accomunati dalla passione per le formazioni della SST (hard core punk e le sue mutazioni…) e il rock avant. Ispirazioni pronte all’uso che soffiano vita su sei corde matematicamente intricate in orditure dissonanti secondo il miglior acid-rock californiano, sempre però trattenendo una solidità strutturale e un'essenzialità da punk. Il quartetto s’affila coi concerti ed entra in pista nel 1991 col doppio singolo Can I Ride (Kitchen Puff, 1991), ossequio allo stile “indie” in voga che somma indolenza Dinosaur Jr all’obliquo baccano dei Sonic Youth. Di maggior peso il successivo 7” Vibracobra (Rockville, 1991), dove il rintoccare del tremolo resta in aria a farsi travolgere dalla ritmica possente ma elegante, come se il risveglio dai sogni conservasse ancora un po' d'abbaglio estatico. 

Il miraggio è forte da stregare anche l’amico - ex compagno delle superiori - Mac McCaughan, che li accoglie presso la Merge per il debutto su LP. Cor-Crane Secret (Merge, 1992; 7.2/10) esalta con un avanguardismo distillato da radici post punk ed è allora sensato il paragone coi Television. Well Is Deep ne aggiorna la lezione mentre Sense Of It rimanda a Moore e Ranaldo; ciò nonostante, si impongono l’altalena umorale in salsa raga Bend Or Break e gli strumentali Kalgon e Duped.

Ottimo il riscontro critico per chi non ha le orecchie intasate dal grunge, mentre il pubblico resta - e resterà - confinato nell’angolo dei cultori. Quelli che hanno fiuto per la qualità, però, e non si arrestano a curiosità o mero collezionismo. Si replica nel giro di dodici mesi: il salto in avanti si chiama Today's Active Lifestyles (Merge, 1993; 7.5/10), registrato in tre giorni dal valente Bob Weston. Il baricentro si sposta verso un sinuoso tintinnare chitarristico (sensazionale l’epica Gemini Cusp, tra Magic Band e Pavement) in perenne interazione, integrato a melodie sbilenche che s’impongono con la frequentazione - Sure Shot possiede svagata allegria follemente “nerd” - e un equilibrio strumentale paritario tra le componenti. Si riteneva, in piena epoca post rock, che non fosse più possibile stupire con le chitarre: errore che Thermal Treasure aggredisce con un assalto stemperato in aeree pause e Lazy Comet spazza via da infervorato “art blues”; altrove, Tilebreaker confonde l’istrionismo con l’isteria ed è una delle migliori reinvenzioni sonicyouthiane; My Kimono ci fa accettare sereni l’ossimoro “dissonanza armonica”. 

Altrove si finge di viaggiare su binari “noise” salvo smontarli da dentro, si veda Stinger (Five Wigs), e medesima sorte subisce la psichedelia disturbata da elettronica e sarcasmo per Time Isn’t On My Side. In tempi più recenti si rinverranno svariate tracce di questa peculiare “ansia statica”, nelle band d’area emo-core meno propense all’urlo. Resta, a confondere con costanza le carte, un senso d'irrisione e d’amorevole beffa post moderna, sia nell’autoanalisi che nell’interpretazione delle fonti estetiche, che colloca la band nella sua epoca e pure al di fuori.

Diventare adulti

Alla ricerca del sé contribuiscono anche i due EP frapposti al terzo risolutivo album: Celebrate The New Dark Age (Merge, 1994; 7.0/10) conquista l’armonia, smussando le punte nella pura psichedelia di City Spirit. Fractured tiene fede al nome, mentre lo strumentale Old Lystra è lì a far scuola. Le congetture su una classicizzazione in atto già dopo due lp sono rafforzate - e al contempo scompigliate - dal mini This Eclipse (Merge, 1995; 7.2/10).

Batradar suona difatti come un Daydream Nation “ripulito”, esibendo peraltro una coda fiammeggiante che ci s’attende allungata e invece si spegne all'istante. Bombs That Fall From Your Eyes cammina circospetta e gonfia di valium lasciando in bocca uno straordinario sapore d’amaro. Da annotare sul taccuino anche i disturbi della nenia Production Values e il brano omonimo, efficace “space-rock” giocato tra reiterazioni e staffilate ipnotiche. E’ l’ultima uscita per il marchio Merge: il gruppo cede alle lusinghe di Corey Rusk e il primo frutto che cade dall’albero fa un tonfo che ancora rimbomba.

Polvo
1996

Exploded Drawing (Touch & Go, 1996; 8.0/10) è un "masterpiece" di eclettismo che racconta un geniale restauro del corpo rock più visionario, basato su una compiutezza certosina del lavoro tra chitarre e benedetto dal ritorno di Weston in cabina di regia. Si porta avanti di un (atonale) passo la fusione tra psichedelia e new wave: Pope e Brylawski s’aggiungono così al solco dei tessitori che inizia con John Cipollina e Gary Duncan per proseguire nei decenni con le coppie Verlaine/Lloyd e Kyser/Kunkel.

Fast Canoe riassume con eloquenza articolata su sonnolenti angoli, ostentando potenza in un guanto di velluto. Bridesmaid Blues non ha nulla delle dodici battute e s’accascia su distanti bordoni alla Neu! e Feather Of Forgiveness accenna rock scomposto e dondolante, come un ubriaco in bilico tra collera e confidenza. Crumbling Down, Snowstorm In Iowa e High-Wire Moves riportano la foga in primo piano a irrobustire una canzone perennemente indecisa tra psicosi e incanto. Light Of The Moon cavalca al tramonto in un western filmato da David Lynch e Street Knowledge scorge l’oriente in un perverso nucleo acid-wave. 

Non si pensi però a qualcosa di slegato dalle proporzioni, perché In This Life sta al crocevia tra pieni ’60 e tardi ’70 sgusciando tra echi Xtc in un'attorcigliata cantabilità; The Secret’s Secret indossa fogge orientali maestose ma contenute, mentre The Purple Bear sembra parodiare il power-pop e Taste Of Your Mind è asso wavedelico da far impallidire. Tutta abbondanza che sbiadisce se raffrontata col favoloso saluto di When Will You Die…, una dozzina di minuti dove le divagazioni di corde raggiungono la perfezione assoluta e consegnano il gruppo all’Olimpo: ineffabile visione che da lisergici squarci campagnoli approda, lungo una via di fumiganti cocci, a un isterico martellare che non apre la mente, bensì la ottunde. Ribadendo la presenza d’una sottile logica nell’operato del quartetto, alla fine si sente la voglia di ripartire.

Dopo il diluvio

La storia tramanda che molto spesso, ad apice artistico raggiunto, segua un volgersi altrove per prendere fiato, osservare altri panorami nell’incertezza del domani. Dopo lo sforzo di cui sopra, Watkins getta la spugna rimpiazzato dal più lineare Brian Walsby e Brylawski trasloca in India. Ash, invece, si ritrova a Boston con in mano un basso negli spenti Helium accanto alla fidanzata Mary Timony.

Si rincontrano per un ultimo disco sottovalutato a causa dei precedenti: Shapes (Touch & Go, 1997; 7.3/10) suona invece ancora opera ben dotata d’idee, che da un lato proseguono quanto fin lì proposto e dall’altro inseguono modelli inediti (tendenze unificate dalla lunga, atmosferica El Rocio). Enemy Insects sveglia dal torpore con la complicità di intarsi chitarristici e macchie di tastiere; The Fighting Kites stende un ponte tra Bosforo e Appalachi; The Golden Ladder è litania memore dei Kaleidoscope americani. Più avanti, Downtown Dedication mescola i Love e i 13th Floor Elevators e non era impresa dappoco, Twenty White Tents mantiene i nervi nella stasi apparente e, infine, Lantern dichiara una personale sensibilità verso l’estetica del deserto di fine millennio.

Chiusa l’esperienza, Ash Bowie si mette in proprio col progetto Libraness e il discreto Yesterday...And Tomorrow's Shells (Tiger Style, 2000; 6.8/10), situandosi al confine tra il gruppo madre e gli Helium. Meno inelegante di quanto possa apparire sulla carta, si compone di registrazioni sparse negli anni che, senza forzature, applicano le consuete storture melodico-chitarristiche a un “indie” dal sapore tipicamente metà ’90.

Dave Brylawski è tornato in North Carolina per unirsi - con una svolta logica - agli Idyll Swords, formazione propensa a una non banale ricerca d’impronta etnica. Due i dischi dati fino a oggi reperibili, un omonimo (Communion, 1999; 7.0/10) e il successivo II (Communion, 2000; 7.0/10), entrambi apprezzabili nel loro spaziare tra un’idea peculiare di blues ed eterogeneità folk sostenute dall’approccio sempre eclettico e competente alla strumentazione. Nulla a che vedere coi Polvo ed è più che ragionevole, giacché esistono modi peggiori di maturare e invecchiare. Quel che più conta è che la serpeggiante traccia lasciata in quei dischi stravolti e quasi immateriali è stata di quelle importanti: date solo tempo al tempo.

Scheda: Polvo

copertina pdf #91