Tune in
Pubblicazione 01 Dicembre 2007

The Slits

These are (not) typical girls… The Slits

L’imminente tournée in Giappone e la freschissima ristampa del controverso secondo album, rappresentano la perfetta scusa per ripescare una delle più fresche esperienze post punk britanniche
The Slits
1979

Soli due dischi ufficiali all’attivo per le Slits, eppure il loro è un caso del quale si potrebbe parlare per ore e da una miriade di punti di vista, musicali e non, di costume come di contraddizioni in seno al post-punk, d’attitudine e di contaminazione ecc. Un naturale sbocco introduttivo, a nostro avviso, inforca sia un tipico vezzo britannico sia una peculiare novità dentro la novità che le ragazze rappresentarono. Il quartetto nasceva attorno al 1976, anno domini dello sbarco dei Ramones nell’isola, il preludio dei Pistols e di McLaren. Un culto senza un suono. Ragazze violente, femmine incazzate. Attorno a loro e al nascente fermento punk s’era creata una morbosa curiosità che sconfinava nel parossismo, fatta di casi discografici senza dischi e praticamente neanche una session.

Del resto, era accaduto per le formazioni in cui le ragazze avevano militato poco prima (le Castrators, i Flowers Of Romance) e stava accadendo ancora con lo stesso canovaccio: età giovanissima, incapacità totale di imbracciare gli strumenti. Praticamente erano un fenomeno alla Mclaren fatto di soli tentacoli senza la testa, come un tipico vizio britannico. Eppure, l’attenzione maniacale dedicata alle Slits, la morbosità mediatica con la quale tutti s’attendevano un output, riguardava principalmente il fatto sessuale. Una roba del tipo: animali incontrollabili (Ari, la più giovane, aveva addirittura 16 anni) pronte a ogni nefandezza. Una fantasia erotica e una bella fonte di recondite paure per il maschio working class. 

L’immagine, per davvero, era sfrontata quanto il punk richiedeva, in armonia col nome che si erano scelte: slit, taglio, fenditura. Un quadro chiaro quello outside the slit, quanto curioso appariva dentro: le ragazze non erano affatto le tipe violente mitizzate dalla stampa. Il punk e l’energia di quel famoso ’77 aveva dato loro un’incontrollabile vitalità e un’unica arma, l’ironia, un anticorpo al panico da palcoscenico. Quel non avere modelli, il sapere suonare… Il pubblico comprese tutt’altro, s’impaurì, ma anche scattò: durante un'esibizione un ragazzo salì sul palco con un coltello e puntandolo sul sedere di Ari disse “E’ questo che volete, no?”.
Le ragazze si spaventarono a loro volta, ma non si fecero prendere dal panico. L’onda era troppo forte per non essere cavalcata e nel mentre si avvicendavano piogge di sputi on stage, una scacchiera si colorava di bianchi e neri mentre una partita veniva giocata con agile e sinuosa prontezza. Assieme ai PIL, furono le prime a contaminare il punk con i detonanti bassi del dub, e da lì si spalancò un'altra porta che le porterà a quel duplice pre: utero/Africa. In questo senso, le Slits erano le eredi del Pop Group e degli Alternative Tv, anche se lo furono soltanto in parte e per un brevissimo tempo.

Prima di raccontarvi della loro fine facciamo perciò un passo indietro, quando il grande pubblico le conobbe e le incensò con Cut (Island, 1979; 7.5/10), debutto ufficiale su major che fruttò loro il 30° posto nelle chart del Regno. L’album arrivava sulla cresta di un emergente successo reagge-punk spianato commercialmente da Roxanne dei Police e ideologicamente dai Clash (una canzone: The Guns of Brixton, 1978). E, sempre a proposito di paragoni, le Slits avevano qualcosa in comune anche con quest’ultimi: entrambe le band denunciavano e schernivano i luoghi morali e le ipocrisie della società britannica preferendogli lo stile di vita giamaicano, decisamente più comunitario e rilassato. Inoltre, le ragazze avevano dalla loro Dennis Bovell, produttore del quel monolite di proporzioni kubriche chiamato Y (firmato, che ve lo dico a fare,  Pop Group), semplicemente l’unico nel Regno a tenere testa agli illustri padrini dub quali Lee Perry e King Tubby.

Cut – si ascoltino le diverse (e non poco) Peel Session registrate un anno prima e pubblicate nel 1998 - era di fatto anche figlio suo, non lesinava filamenti acid-rock (alla Beyond Good And Evil) e, più di ogni altra cosa, affondava bassi stordenti ed effetti campionati che i fan dei Joy Division conoscevano bene. Sono aspetti di contorno (di produzione) certamente, eppure l’album, tra dissonanze e canto eccentrico (il tocco “operistico”, il fare infantile, di Ari - radical chic ante litteram), era sostanzialmente un affare pop fischiettabile e ballabile. Qui stava la sua forza con le ragazze riottose di Olympia fino a M.I.A. a ringraziare.

Va anche detto però che le Slits erano perfette figlie del loro tempo: confini labili, membri in prestito da altre band e persino batteristi in incognito. Negli anni del Rip It Up, assieme al Pop Group, Ari e co. condividevano quel concetto di liberazione “totale” che partiva dall’happening rock dei Sessanta e giungeva ora a un lacerante rituale ancestrale. In comune con la band di Stewart, con la quale stabilirono una vera e propria alliance (e un singolo split, il datato ma divertente In The Beginning There Was Rhythm), le ragazze possedevano una leader, giovane, istintiva e curiosa.
Ari-Up scavalcava a sinistra il più ortodosso stile dark-punk della musa Siouxsie, era free e grottesca, al confine con il nichilismo delle scuole in op position, ma più vicina all’infantilismo (che sarà anche delle Raincoats) che a qualsiasi nichilismo. In una parola era vitalisticamente se stessa. Assieme a lei, due compagne sodali quali Viv Albertine, chitarrista capace di funk liquorosi e ritmi chuka chucka taglienti come lame (aveva preso il posto di Kate Korus nel 1977 quando la band passò al post-punk – aveva provato a lungo con Keith Levene dei P.I.L.) e Tessa Pollitt, bassista intrippata con i sound system (subentrava a Suzy Gutsy) e una terna di batteristi/turnisti ovvero Paloma Romero (aka Palmolive), figura problematica dall’altrettanto tumultuoso drumming prima sostituita (nelle session di Cut) da Budgie e infine dal più solido Bruce Smith del Pop Group, percussionista tribaleggiante e strategicamente “laterale”.

L’insieme formava un canovaccio musicalmente apolide quanto lo erano poi le biografie delle stesse musiciste: il padre di Viv era francesce, quello di Ari tedesco, mentre Palmolive aveva trascorso l’adolescenza con la famiglia in Spagna. Non meno trascurabili i menage familiari: Up e Albertine erano di nobili origini, la prima era figlia del proprietario del tedesco Der Spiegel e di Nora (futura moglie di John Lydon nonché amica a suo tempo di Hendrix) mecenate di musicisti squattrinati. E affettivi: la cantante era stata legata per tre anni con il chitarrista Chris Spedding, uno dei primissimi produttori dei Pistols e successivamente session man di lusso, mentre la batterista e la chitarrista rispettivamente con Joe Strummer e Mick Jones. Infine, tutte e tre frequentarono da vicino i membri del Pop Group. Tutti aspetti, come si diceva all’inizio, che contribuirono a connotare tre band differenti: una (ultra)punk, una reagge-dub-punk e infine una avant-africana (anche world), emanazione del Pop Group-pensiero di cui vi diremo. 

The Slits
1980

Tornando alla prima, c’è da ricordare il fondamentale documentario di Don Letts, The Punk Rock Movie (un ritratto verace, denso di colori e trend della bohème primo-punkista pre-borchia ed eroina), il cui corrispettivo vinilico è il Bootleg Retrospective (Y, 1980; 6.0/10), un ritratto di autentici intenti punk (abbaiate più qualche avanguardiata stracciona), mentre per il secondo, oltre a Cut ricordiamo la cover di Man Next Door (solo su singolo o 12’’), splendido rifacimento del classico del rastaman John Holt e missato da Adrian Sherwood.

La terza e ultima fase delle Slits coincide con Return of the Giant Slits (CBS, 1981; 7.2/10), l’album tribale e post-popgroup con ancora Bovell in produzione e la partecipazione di un altro geniaccio come Launay (suoi molti espedienti in post-produzione di Flowers Of Romance). L’album  fu accolto in maniera controversa: da una parte c’è chi lo tacciò di essere un prodotto commerciale, dall’altra chi disse che le Slits avevano perso la verginità/ingenuità. Il lavoro rappresentò in verità una crescita e una classica transizione, ad ogni modo ascoltandolo ora non possono non risaltare certe chicche come l’opener Earthbeat che contiene lo stesso affascinante terriccio afro sul quale Bjork partorì Human Beahvior (e se scavate vedrete che tutto torna…), il balletto avant anti-classifica Face Place con un intrigante performance di Ari-Up, e l’afro-funk liquoroso di Walk About nel quale le ragazze bilanciano mirabilmente la vertigine di Stewart e co.

Le Slits non si sciolsero per le critiche, i motivi veri risiedevano altrove, legati al vuoto che molti reduci del punk avvertirono come una voragine. È stata una figata, ma ora? Horror vacui che molti, alcune Slits comprese, colmarono con l’eroina (alla faccia dell’ironia perduta) e rincorse di verità più profonde (la fuga in india della già Raincoats Palmolive , la dipendenza di Tessa). Una di queste, musicalmente parlando, fu l’affare New Age Steppers, un progetto aperto che oltre a Ari e Viv, coinvolse membri del Pop Group e del mondo reggae (SA #16). Per un attimo sembrò quello il naturale sbocco, una famiglia allargata capitanata da Adrian Sherwood, l’esegeta del dub contaminato che al tempo riarrangiò alcuni brani di Return Of the Giant Slits (disponibili nel secondo CD della ristampa di Return a nome Dub-ble Discuss). Era solo un miraggio. La postfazione di questa analisi arriva ben venticinque anni dopo con Revenge Of The Giants Slits (2006), EP con tre nuovi brani dove apprendiamo che le ragazze (ancora ragazze!) si sono appropriate delle istanze rap (che a momenti avevano annusato nel 1980 - vedi Neneh Cherry che aveva militato nell’ultimissimo periodo della band) e del drum’n’bass, naturale corollario degli africanismi brit di Ari. Non vediamo l’ora di rivivere tutto questo. Vale a dire, le attendiamo live.

Scheda: The Slits

copertina pdf #91