New York, Berlino, Venezia, Bilbao, Abu Dhabi. Ecco i luoghi dei cinque più famosi Dolmen dell’arte moderna e contemporanea, i Guggenheim Museum. L’inestinguibile sofisma dello statuto dell’opera d’arte, oggi ormai spolpato ed esautorato a chiacchiera da bar. Cedrata Tassoni e salatini. E se la vita è un po’ come la scatola di cioccolatini – Gump insegna - un museo d’arte moderna e contemporanea è un po’ come la ciotola dei salatini. Può contenere Fonzies, e finisci che ti lecchi le dita, così come ti possono capitare le noccioline, potenzialmente quelle di …E alla fine arriva Polly di John Hamburg, quelle che contengono il raduno mondiale dei nemici dell’igiene. E allora ciao. E’ stomacata per sempre. Come per le cozze. E se ti va bene. Chi non si ricorda l’enorme fallo di porcellana che uccide la vecchia che fa yoga in Arancia Meccanica (Stanley Kubrick, 1971)? Andy Warhol era un coatto dice Tommaso Labranca nel suo celebre libro. Sarà. Ma di furbetti ce ne sono tanti. Artisti o presunti tali. Poi ti dicono che non puoi capire e capirai tra cent’anni. Come le sperimentazioni elettroniche di Lucio Battisti. La devi capire o sei out. Ed ecco che quindi il museo d’arte contemporanea diventa una sorta di purga culturale. E’ Fantozzi che spegne la radiolina dove trasmettono la partita di calcio e si mette a patire volontariamente di fronte al Potemkin. Si va anche per non capire, come la messa in latino nel medioevo.
E al Guggenheim di Bilbao il pubblico è vario, nonostante l’audio guida. Ci sono quelli che passano l’intera giornata in una galleria, prendono appunti con febbrile devozione, tracciano bozzetti e consultano tutto il materiale multimediale. Chiamali amanuensi. Ci sono quelli nel mezzo. Ci sono gli altri, come in Lost. E come in Lost se guardi bene sono sempre di più e ovunque. Molti si arrendono subito lasciando l’audio guida penzolare al collo, altri dopo aver confuso il numero dell’opera con quello della sala o della galleria, ricevendo segnale muto dall’apparecchio. Nervosismo. Resa. I diecimila metri quadri di spazio espositivo diventano pascolo dove la suggestione diventa libera. Perché indubbiamente, anche se non si capisce l’intento originale dell’artista (il sospetto spesso è che l’intento che ha dato via al folgorante colpo di genio sia in realtà un’osservazione fatta a posteriori), suggestione, curiosità o per lo meno perplessità sono stati d’animo democratici. Lo spazio sognante inizia all’esterno a Bilbao. Lo scafo di una nave rovesciata ricoperta dalle lastre che dovrebbero ricordare le squame di un pesce. Quello di una carpa che la nonna dell’architetto Frank Gehry teneva in una vasca. Succede anche nelle migliori famiglie. Ora, non si prenda questo come il manifesto della controcultura o il baluardo di chi come qualche nostro politico grida fiero, «un film di Pierino vale tutto Antonioni». Tutt’altro. Il populismo culturale ha fatto tante vittime quanto la cucina cinese, l’aids, il tabagismo. Piuttosto c’è da chiedersi cosa sia e quali potenzialità abbia effettivamente l’arte moderna, quale sia il suo pubblico, se vi sono dei livelli di comprensione. Una sorta di scala a gradi come per il terremoto o la massoneria. Bilbao, galleria Learning through art, l’arte moderna fatta da bambini. Dimostrazione del mito futurista dell’artista bambino o dubbio amletico dei seguaci di Sordi? Tutto questo nell’epoca in cui un altro reperto museale, il recentemente scomparso Mike Bongiorno, si metteva alla prova con Sei più bravo di un ragazzino di 5a su Sky.
È in questo clima sognante o semplicemente assopito, dipende dai punti di vista, che la cugina più chic del cinema, la video arte, si presenta con tutto il suo corredo di intellettualismi, macchinazioni, artifici e sorprendente intelligenza. Due cose mi hanno colpito sempre dell’arte moderna: la riflessione sul sociale traducibile come dramma del messaggio; l’aspetto di riproducibilità, la riflessione sul suo essere copia di. Il secondo ha avvelenato gli ultimi 50 anni almeno, e a ben dirla gli ultimi due secoli. Da copia del reale, a copia dell’oggetto, a copia di copia. Apogeo di zuppe Campbell e guerriglieri eroici: dall’oggetto comune all’opera d’arte il passo era stato breve. Poi l’esplosione delle pretese un po’ artistoidi e a volte anche un po’ cazzare di un gruppetto radunato attorno alla corte di miracoli del furbetto del quartierino di Pittsburgh. Iniziava il Camp quintessenziale.
Se nell’epoca del boom economico ad essere trasformato in oggetto d’arte era l’oggetto industriale, quindi la bottiglia della Coca Cola, latte di zuppa e quant’altro, oggigiorno la società dello spettacolo si diverte a guardare alle moderne forme di intrattenimento. Sport e musica in primis, usati per ricavarne altro: un film-opera o molti film-opera. Se il film in sala è diverso da quello in DVD grazie a inserti speciali, giochi, poster, menù interrativi, la video arte nei musei non è da meno. Prendiamo Zidane, un portrait du 21e siècle (2006). Il film è conosciuto già ai più. Se ne parlò tanto in Tv, ne hanno fatto un edizione in DVD, sulla scia c’è stato poi Kobe Doin’ Work (USA, 2009) di Spike Lee su Kobe Bryant che avevamo recensito il mese scorso. Douglas Gordon e Philippe Parreno riprendono Zizou con 17 camere sincronizzate, mischiando HD e 35mm, in&out tecnico per il corpo e i gesti dell’atleta immortalati come opera d’arte. Come per il body painting qui il soggetto è più vivo che mai. Corre, impreca, sbraita, sputa, fa magie. Ovviamente non potevano mancare i Mogwai. Al museo però il film è riproposto in una vesta innovativa su due schermi. Sul primo il final cut cinematografico presentato a Cannes. Sul secondo delle immagini inedite che a volte si allineano con quello dello schermo primario. Il real-time portrait in questo caso si arricchisce di qualcosa in più. Non si tratta necessariamente di un film diverso, ma nemmeno si può parlare dello stesso film. Gemelli, si ma come Danny de Vito e Arnold Schwarzenegger. E se sul secondo schermo fosse possibile selezionare quali immagini proiettare in una sorta di montaggio immediato ad opera degli spettatori? Il mantra temuto è 2.0. Nessun cifrario cabalistico o passaggio biblico. Solo il destino che l’opera (d’arte) ha già iniziato a percorrere in internet e sui nuovi media. Riassumibile nella formula: opera collettiva. Più che a spaventarsi per il destino dell’opera d’arte, dell’autore, dovremmo forse pensare che dopo Bryant e Zidane a qualcuno verrà la brillante idea di compiere un’operazione analoga su Tiger Woods o Vishy Anand, campione del mondo in carica di scacchi. Sai che brividi. Il resto è normale operazione di routine. Si filma un evento, lo si decontestualizza come i migliori ready-made ci hanno insegnato. Però se questi erano comuni manufatti di uso quotidiano, ora ci troviamo di fronte a copie, modifiche, derivate di prodotti dello spettacolo che oltretutto erano già presenti in video. La partita di calcio tra Real Madrid e Villareal del 23 aprile 2005 esiste come ricordo nella memoria degli spettatori, come montato televisivo, come versione presentata a Cannes dell’opera di Gordon e Parreno, come versione DVD e infine – con possibilità di ulteriori sviluppi – nella versione presentata al Guggenheim di Bilbao. Insomma, un Rashomon calcistico. Le stesse possibilità, forse, in un futuro, potrebbero essere allargate anche alla regia televisiva che già permette per la Tv digitale di selezionare il tipo di inquadratura. Immaginatevi la possibilità di eseguire per ogni giocatore in campo quanto fatto dai due registi per Zidane. E ad opera di ogni spettatore. Privatamente. Dalla propria poltrona, dal proprio televisore, con il proprio telecomando. L’incubo di George Orwell tramutato in forma di espressione artistica. Le vite degli altri, presenta il signor Rossi.
Sempre di copie ed esercito dei cloni si parla nello splendido The doppelganger Trilogy di Slater Bradley, classe ’75. Tre schermi (nella video arte lo schermo multiplo va forte), tre star si esibiscono live: Michael Jackson, Kurt Cobain, Ian Curtis. Stile documentarista per questo falso footage. Jako è filmato con un bianco e nero in super8, muto. L’esibizione di Curtis è resa da una pellicola rovinata, metafora del doloroso ritmo musicale dei Joy Division. Cobain con una telecamera amatoriale che incornicia primi piani mossi. Fin qui niente di diverso da quanto ci hanno abituato Julien Temple o Martin Scorsese, più qualche vezzo in più da artista. Peccato che ad esibirsi sia sempre il sosia di Bradley, Benjamin Brock. Per chi non aveva considerato il triangolo: il sosia di qualcuno che diventa il sosia di un altro, idolo di quel qualcuno. L’artista californiano è solito lavorare con video istallazioni, fotografie che vogliono essere frammenti di storie dimenticate, non raccontate, spesso legate agli idoli della sua adolescenza. Un olimpo iconografico tutto personale insomma. Romanticismo del consumo e dell’eroe decadente. Brock studia la psicologia di Bradley attraverso i dischi che ascoltava in adolescenza. Il monito della società dei simulacri è chiaro: siamo quello che consumiamo. Il legame tra realtà, vita e morte passa attraverso il consumo, da intendersi sia come deterioramento che come utilizzo. Tre eroi decadenti. Due suicidi e un Jackson sconvolto dallo scandalo pedofilia. L’opera d’arte si intreccia con la vita, anzi come nel caso del film dedicato a Zidane, la vita – o per lo meno le sue porzioni performative – diventano opere d’arte. Del resto questo statuto lo avevano nel DNA. I tre saranno risarciti del falso da Last Days (2005) di Gus Van Sant, Control (2007) di Anton Corbijin e nel caso di Jackson bisogna solo saper aspettare, i diritti se li è già accaparrati la Sony e alla regia dovrebbe esserci Kenny Ortega, quello di High School Musical (2006). Un film per bambini, ironia della sorte.
Il secondo aspetto sul quale la video arte e in senso lato l’arte contemporanea non può fare a meno è il messaggio, specie se legato al contesto sociale. Diciamo che è quasi una sorta di giustificazione, il contro altare della sua difficoltà concettuale. Mika Rottenberg con il suo Dough (2006) di 7’ propone delle operaie che sembrano essere uscite da un film di Tim Burton. Abbiamo la sentimentale cicciona di colore, l’annoiata segretaria di Twin Peaks, l’anoressica dall’unghia laccata rosa shocking. Tutte intente a lavorare un impasto melmoso nella filiale futurista di Willy Wonka, un edificio brevettato Freddy Sport dove girandole, pedaliere sono l’unica forma di divertissement, ovviamente non sfruttato dalle operaie. Queste sono in mezzo a una fanghiglia color ocra, non a bolle di sapone del resto. Quello che sembra lo spot ideale per il Mr. Muscolo o per qualsiasi integratore della flora intestinale è ovviamente un’acuta osservazione sul mondo del lavoro. Una sorta di Tempi moderni di noi altri. Al femminile. Per le quote rosa. Del resto dopo gli anni ’40 i baffetti sono visti con sospetto. Mika Rottenberg come Charlie Chaplin mostra l’apatia e la meccanicità del lavoro. Anche quando sembra fantasioso è sempre meccanico. Del resto puoi suonare la tastiera gigante a F.A.O. Schwarz, ma se per anni suoni sempre Fra’ Martino alla fine son sempre i soliti tasti o se la fai in RE minore, la stessa successione. Ti scassi. Resta indubbiamente l’interesse per il mondo del lavoro. Bisognerebbe chiedersi se questo interesse è una presa di coscienza, una sorta di socialismo proattivo targato nuovo millennio da parte dell’arte e dell’artista o semplicemente un vezzo un po’ naif come la kefia griffata e colorata.
Poi ti capita tra le mani un video sponsorizzato da un’azienda come Whose Utopia di Cao Fei. In questo caso i soldi sono della Osram. Mi sia permesso il gioco di parole: l’imperatore della lampadina come luminario? Illuminato lo è di certo, ma al punto di finanziare un video nel quale viene mostrato il grigiore del processo di lavorazione dei semiconduttori? Bell’ossimoro. Perché al di là dello spottone, il girato in fabbrica nasconde il germe della verità. Parte prima: Imagination of a Product, traducibile in danza meccanica delle lampadine nella catena di montaggio; parte seconda: Factory Fairtale, una sorta di risveglio da primavera del Botticelli dell’era industriale; terza parte: My Future is not a Dream, musica onirica e laghetto dei cigni e delle gru, quelle che spostano gli scatoloni e li mettono sui bancali. Per un certo illuso ottimismo ricorda i primi documentari industriali di Ermanno Olmi. Addirittura qui le magnifiche sorti e progressive della fase onirica, escapismo virtuale per una massa di operai cinesi, sono celebrate dalla musichetta che parte proprio quando inizia l’incursione nel fantastico. Operai che cantano, ballano, giocano. Almeno come desiderata. Ed ovviamente ecco comparire il logo del gruppo. La falsa coscienza storica che si respira ricorda il pay off del più grande villaggio vacanze della storia: il lavoro rende liberi. Sappiamo tutti che di sognante in fabbrica - tolti i sogni rivoluzionari degli Stormy Six – c’è ben poco. Se Rottenberg, con le lacrime dell’operaia, mostra emozioni impacchettate nella freddezza del cellophane e interiorizza un rapporto di routine proprio alla vita lavorativa quanto alla sfera degli affetti, cosa fa Cao Fei? Siamo nel canone tipico della sua produzione a cui ci aveva abituato nel corso dell’esposizione Asian Dub Photography (Foro Boario di Modena nel 2008), quindi lo stile scanzonato rappresentato da fantasie volutamente naif e adolescenziali? O siamo di fronte ad un’amara riflessione del mondo reale? Il colosso Osram China Lighting ha pagato e acconsentito le riprese nello stabilimento di Guangzhou. Cao Fei insiste sui volti come in What are you Doing Here? sempre del 2006, non cerca più rifugi come in Cosplayers ( 2004). Volti. Nonostante i primi piani anonimi. Nella massa indistinta. Nonostante i sogni. Il motore di sviluppo sognato da Mao si è ingolfato.
Eduardo Galeano non ce ne vorrà, ma l’utopia a camminare sul nastro di una corsia di montaggio in fabbrica serve a ben poco. Tra porci con le ali e cinghiali laureati in matematica pura, resti sempre nel solito punto. Immobile come in Head One, istallazione di design teatrale presentata al Guggenheim di Berlino e presente in copia a Bilbao, di Cai Guo Quiang; o alle statue d’argilla della Collezione Court Yard. Nel primo 99 lupi imbalsamati si schiantano contro un vetro, un muro invisibile che fuori dalla metafora diviene emblema del Muro di Berlino o di qualsiasi altro regime politico. Per il branco ideologico di matrice nazista c’è ancora speranza, però. Avrà forse ragione Hobbes , homo hominis lupus, ma i lupi sono 99. Ogni epoca ha il suo centesimo: Cristo, Marx, Ghandi, Buddha. Anche se lì vicino il gruppo The Age of not believing in God fa da chiaro monito sulle sorti che aspettano anche a questi ultimi. Nessuna corrente politica è per sempre, forse il tempo non è stato gentile nemmeno con la religione. Di certo non lo è con l’arte né con ogni sua corrente artistica. Nel gruppo di Court Yard viene riproposta una celebre opera cinese, leitmotif dello sfruttamento da parte dei proprietari terrieri ed inno alla liberazione nazionale di Mao. Ma Cai Quo Quiang e Cai Fei mostrano una rivoluzione incompiuta nelle loro opere. L’esercito di terracotta di Mao si sgretola differentemente da quello del primo imperatore Qin Shi Huang. L’armata eterna cede il passo al nuovo millennio, a crollare sono le ideologie e le correnti.
Domanda che ci siamo fatti per il cinema a suo tempo. Figurarsi per l’arte, è almeno dai tempi di Nadar che l’interrogativo è diventato quasi pruriginoso. Qui non si parla più solo di ready made, video arte o cultura pop. Cioè non saranno certo le incursioni del linguaggio pubblicitario o del quotidiano a intimidire l’arte moderna. Sono cose che non intimidiscono nemmeno il cinema, decisamente più bacchettone. Operazioni come i neon a cascata carichi di frammenti di spot pubblicitari di Jenny Molzer dimostrano tutti i loro cinquant’anni abbondanti di servizio. E il legame non proprio poetico tra necessità commerciali e intenti artistici di un museo sono ormai evidenti ai più. L’opera Names del brasiliano Jac Leirner, che da i sacchetti brandizzati di altri musei trae un’opera per il Guggenheim di Bilbao, fa riflettere due volte. Oltre al giudizio ad personam o in base al luogo, lo statuto d’opera d’arte può oscillare tra luoghi con le stesse competenze, dato che sempre di musei si tratta. Uno presente come brand. L’altro come luogo dell’allestimento. Non solo che cos’è l’opera d’arte, ma cos’è il museo, oggi. Ed è da questo interrogativo che muove i passi l’iniziativa Everything is a Museum. Riconversione di spazi altri. Per ora tre, uno in Giappone, uno in Toscana e uno a Taiwan che utilizza ex bunker della guerra combattuta contro la Cina. Tutto questo mentre architetti illustri progettano nuove sedi del Guggenheim in giro per il mondo. Tutto questo mentre alcune scolaresche disegnano e costruiscono i modellini del loro museo ideale. Sorprendentemente il genio non ha né età né titolo di studi.
L’impressione che se ne ricava è che per l’arte contemporanea, oggi, dopo la rivoluzione pop e digitale, gli interrogativi spinosi non siano tanto cos’è un’opera d’arte o cos’è un museo. Ormai è divenuto chiaro a tutti che ci sarà sempre qualche genio che dipingerà con tuorli d’uovo un copertone, qualche intellettuale che lo vedrà come una critica alle quote alimentari dell’Unione Europea e qualche yuppie che lo acquisterà. La vera sfida, oggi, è dopo aver fatto entrare in questo club esclusivo una tecnica o un’opera capire come è possibile copiarla, riprodurla nella maniera più precisa possibile e su quanti canali.
L’artista cinese Cai Guo Quiang rilancia con le esplosioni, l’ architettura della deflagrazione. Altro ossimoro. Nel 2008 è divenuto famoso con i giochi olimpici di Pechino, ma è da molto più tempo che nel settore il suo è un nome ben noto. Del resto sono in pochi gli artisti in grado di lavorare con l’imprevedibilità della dinamite. Ancor meno quelli in grado di abbinare colori, forme, suoni, ritmo. A testimoniarcelo lavori su tela, video che mostrano il suo modo di operare, una sorta di dietro le quinte e risultati finali non così poi distanti da quel cinema Hollywoodiano d’azione che va oggi. L’arte pirotecnica non aggiunge niente di nuovo al dialogo sulla caducità delle correnti artistiche e delle opere stesse, del resto già arti performative e body painting avevano sostituito il miraggio dell’immortalità fisica ad un carpe diem emozionale e ad un’eternità virtuale, quella video ad esempio. Sicuramente offre uno spunto di riflessione per il nuovo millennio. Possono essere due spettacoli pirotecnici davvero identici o per lo meno sembrar tali? Salvo cataclismi meteo verrebbe da dire sì. Ma cosa dire in merito alle tele istantanee dipinte in cielo con esplosivo e vernice? I fattori discriminanti sono le condizioni atmosferiche: luce, vento, umidità e molti altri. Ancora più aleatoria ogni tipo di conclusione se ad esser presa in considerazione è l’azione della polvere da sparo su una superficie di lavoro, ad esempio la carta. Domandiamoci prima di tutto se la composizione tra una tela e l’altra sia la medesima. Poi se chi dovrà soffocare il principio di incendio userà la stessa forza o avrà gli stessi riflessi e tempi d’azione. Anche a rendere l’operazione meccanica, il fuoco resta sempre imprevedibile.
Vi è una sottile differenza tra le due prospettive. L’interlocutore del tenzone cambia e l’altro viene seppellito. Nietzsche ha detto che Dio era morto. Nas alla liste dei defunti ha aggiunto recentemente l’hip hop. Schicchi nel suo libro autobiografico piange la morte della pornografia. Un loculo nel camposanto dei prodotti di consumo forse spetta anche all’arte contemporanea. Suicidio preterintenzionale o colposo? Unico vero highlander è l’idea di copia, la volontà di copiare che resta fine a se stessa. Per ricordarci che chi di spada ferisce, di spada perisce.
Scheda: Mika Rottenberg, Slater Bradley