Ostia Lido è un quartiere periferico di Roma. Località marittima e allo stesso tempo realtà urbana, Ostia ha un colore che va dal grigio delle industrie al marrone delle spiagge. Un posto come ce ne sono tanti in Italia, ma con il privilegio/difetto di essere alle porte della Capitale. È qui che muovono i primi passi tre “regazzini” dalle idee fin troppo chiare, che ascoltano i Kiss e gli Slayer e come tutti i giovani della generazione post ’77 hanno subito il fascino dissacratore del punk.
La loro musica è urbana e rumorosa come la città da cui provengono, e pregna di quell’ironia e disinvoltura tipica dei capitolini, ma sarebbe riduttivo collocarla nelle strette maglie del suo luogo di provenienza. Localismo e internazionalismo possono essere due concetti assolutamente contrastanti, ma non per gli Zu, così proiettati verso il mondo, da ricordarsi, a un certo punto della loro carriera, che esiste anche la cultura popolare del proprio paese. Del resto la musica è un gioco divertente se le regole in campo sono poche e loro lo sanno benissimo.
La storia degli Zu dimostra che non sempre il successo (per fortuna!) è frutto di coincidenze e che il consenso di critica e pubblico, se la qualità c’è, prima o poi viene fuori. Massimo Pupillo, Jacopo Battaglia e Luca Mai non sono musicisti dell’ultima ora, né ragazzetti sprovveduti. Hanno grandi idee e sono consapevoli di poterle mettere in pratica.
Ad aiutarli, una visione molto ampia della musica che permette loro di mescolare con coerenza, senza pregiudizi e in maniera più o meno consapevole, i generi musicali più diversi, dal thrash metal al noise, dal math rock alla musica popolare romana. Tredici anni di carriera non sono pochi, ma la band dimostra i suoi anni senza dare il minimo segno d’invecchiamento.
Sperimentare, si sa, non porta sempre ai risultati desiderati e questo piace molto ai tre romani, li fa sentire liberi di provare e riprovare senza una meta precisa. Le ormai innumerevoli collaborazioni con musicisti provenienti dagli ambiti più diversi (l’ex-Karate Geoff Farina, il sassofonista Mats Gustafsson e il rapper Dälek, tra i tanti) hanno caratterizzato un tratto sempre più distintivo della musica degli Zu, così “aperta all’esterno” da favorire a piacimento l’inserimento di un guest. Una musica trasformista che passa con disinvoltura dalle raffinatezze del jazz rock al metal più estremo.
Volendo azzardare qualche suggerimento, consigliamo di mettersi in contatto con il signor Mike Patton, che insieme a John Zorn ci sembra l’artista più vicino alle idee musicali del trio.
La discografia degli Zu, intricata quanto la musica stessa, si divide essenzialmente in due tronconi: Zu e Zu And. Al primo nucleo appartengono la doppietta iniziale Bromio (Wide, 1999) e Igneo (Wide, 2002). Il debutto - che vede della partita anche Roy Paci - rimane ancora oggi esempio, alla pari delle coeve opere di A Short Apnea, Starfuckers e Three Second Kiss, di un modo totalmente nuovo di suonare “rock” nell’Italia indipendente dei ’90.
Le coordinate si potrebbero inquadrare nel free-jazz da un lato e nel nichilismo metal e hard-core dall’altro; quello che conta, comunque, è l’impatto del disco su pubblico e stampa specializzata: si citano, tra gli altri, Ruins e Naked City come possibili referenti di un suono che si scaglia sulla giugulare del jazz con attitudine hard-core (un nome su tutti: Iceburn Collettive), muovendosi spastico tra citazioni “colte” e frenesia esecutiva.
Le doti tecniche (ineccepibili) e lo stato di grazia del gruppo fanno sì che Bromio suoni, per intensità, molto prossimo agli Area di Maledetti e spiani la strada al più quadrato Igneo, disco che vanta “ospiti” della portata di Ken Vandermark, Joe Bishop, Fred Lomberg Holm e la presenza al mixer di mister Steve Albini. Il disco, complice la produzione impeccabile di Albini, che mixa gli strumenti con suo fare abituale, cattura tutta l’essenza live del gruppo, che proprio nei concerti fin lì effettuati ingranerà la marcia, decisiva, verso quelle collaborazioni “esterofile” (e secondo nucleo della discografia Zu) inaugurate nel gap temporale tra il debutto e il secondo disco.
The Zu Side Of Chadbourne (Felmay, 2000) e Motorhellington (Felmay, 2001) accreditati a Zu & Eugene Chadbourne, vedono la compagine romana delirare in combutta col folle chitarrista statunitense, dapprima storpiando classici della storia del rock (Stairway To Heaven dei Led Zeppelin che diventa Stairway To Chadbourne e via discorrendo…), aggiungendoci due intense riletture di Cosmos di John Coltrane e Spirits di Albert Ayler, per poi “addomesticare” a modo loro classici off del rock stesso (Iron Man dei Black Sabbath a braccetto con Corcovado di Jobim, Sacrifice dei Motorhead in condominio con Boogie Stop Shuffle di Mingus, fino a vere “pepite” come Pushin’ Too Hard di Sly “The Seeds” Saxon…).
Operazione di ripescaggio che si ripete per quattro degli otto episodi di Radiale (Atavistic, 2003), disco con ragione sociale Zu And Spaceways Inc (il supergruppo chicagoano di Ken Vandermark e Hamid Drake). Accanto ad episodi originali spiccano le tiratissime riletture di Trash A Go-Go e You And Your Folks, Me And My Folks dei Funkadelic, Theme De Yoyo dell’ Art Ensemble Of Chicago e un medley divino tra We Travel The Spaceways e Space Is The Place del sempiterno Sun Ra.
Zu Live In Helsinki (Tang Plastik 2003) immortala - a ragione, vista la costante attività concertistica dei nostri - la tappa live finlandese del 2002, proprio mentre From Filthy Tongue Of Gods And Griots dei Dälek compare nei negozi di dischi: il lavoro di Dälek piace agli Zu e viceversa, cosicché il prolifico 2005 dei romani si inaugura proprio con Igneo Deadverse (Wallace, 2005), “concorso di colpe” tra Zu e Dälek che si tagliano e remixano a vicenda per un sette pollici la cui unica colpa (o pregio…) è quella di essere una limited edition di 600 copie (in vinile!!!).
Si arriva pertanto a The Way Of The Animal Powers (Xeng, 2005) disco sì a nome Zu, ma d’impostazione a quattro, visto che si (ri)vede Fred Lomberg Holm al violoncello e nei nove episodi trova spazio, per la prima volta, una traccia cantata da un componente del gruppo (Every Seagull Knows, con voce di Jacopo Battaglia); How To Raise An Ox (Atavistic, 2005) va sotto la voce Zu And Mats Gustafsson e vede i nostri dividersi la posta col sassofonista svedese, per un disco che aggiunge l’ennesimo tassello ad una discografia - una carriera - instancabile e prossima a rinforzarsi del disco completo con Dälek e di una collaborazione nientemeno che con Alvin Curran. Staremo a vedere (e sentire…).
Al di fuori dell’universo Zu, il più attivo in quanto a collaborazioni è sicuramente Massimo Pupillo. Lo si vede, infatti, in Before And After Dogon (Amanita, 2000) e Who’s Playing In The Shadow Of Who (Wallace, 2001) dei Dogon, compagine che, oltre a Pupillo, vede la presenza dei Metaxu, il duo formato da Maurizio Martusciello e Dj Okapi. Nato come divertissement live (sotto forma di Metazu, ovvero fusione di Metaxu e Zu), il gruppo suona una musica ferocemente fisica nel primo lavoro (complice anche il drumming di Martusciello) e ferocemente elettronica nel passo successivo (complice stavolta l’elettronica di Martusciello); ancora Pupillo in Williamsbourg Sonatas (Wallace, 2004), trio con Gianni Gebbia e Lucas Ligeti fautore di un jazz tanto free quanto cool.
Chiude il supergruppo Ardecore, progetto che vede gli Zu al completo, spalleggiati da Geoff Farina, Giampaolo Felici, Luca Venitucci e Valerio Borgianelli in un disco omonimo (Manifesto, 2005) che da gioco è diventato uno degli act più sorprendenti dell’anno appena trascorso.
Dopo il concerto di Napoli abbiamo incontrato per qualche minuto Massimo Pupillo, Jacopo Battaglia e Luca Mai nei camerini del Teatro Galleria Toledo. Ne è venuta fuori una chiacchierata interessante, a volta spiazzante e con qualche sorpresa…
J. B. : Basta guardare la maglietta di Luca per capirlo! (indica la t-shirt con il disegno di copertina di Season In The Abyss degli Slayer indossata dal sassofonista. Risata generale). Ascoltiamo un po’ di tutto, ma il nostro passato è stato sicuramente segnato dal metal.
L. M. : Zu è una semplice sillaba: in tedesco vuol dire chiuso, ma esiste anche in altre lingue e indica significati diversi.
M. P. : Non ci interessa! Non ascoltiamo cose del genere e non penso ci abbiano influenzato più di tanto.
M. P. : Ti capisco, non sei il primo a dircelo e probabilmente ci sono degli elementi nella nostra musica che si avvicinano a quelle sonorità, ma ti assicuro che le nostre influenze sono altre (sorridendo, indica di nuovo la t-shirt di Luca).
J. B. : Il jazz non è stato un elemento fondamentale della nostra formazione musicale, ma di sicuro Coltrane e Sun Ra sono da sempre i musicisti a cui ci ispiriamo di più quando suoniamo.
M. P. : Ottimo. La Atavistic ci ha praticamente adottati. Si fidano di noi e ci lasciano totale libertà. Ultimamente, anche con la Xeng di Boris Battistini, che ci ha prodotto The Way Of The Animal Powers, abbiamo instaurato un buon rapporto di collaborazione.
J. B. : Ti rispondiamo: Alvin Curran über alles!! Abbiamo fatto un lavoro con lui a giugno ed è un grande, riesce a unire insieme diverse tradizioni con una personalità unica! Abbiamo anche in previsione di registrare un disco con lui, che dovrebbe essere pronto per il prossimo autunno…
In coro: No, Zappa no!
M. P. : A Zappa un no secco! Non è un pregiudizio, ci abbiamo provato ad ascoltarlo, ma ci ha detto sempre poco.
J. B. : In realtà la cosa è nata in tour, dove erano presenti quasi tutti i musicisti che hanno partecipato al disco. Giampaolo Felici, che apriva i nostri concerti da solo con la chitarra, aveva portato con sé in tour un disco di Alvaro Neri (?), che all’inizio ascoltavamo fondamentalmente per ridere, fino a quando abbiamo pensato di metterlo in apertura dei concerti come intro. Poi abbiamo prestato più attenzione ai testi e alcuni ci sono sembrati particolarmente interessanti. Dal gioco la cosa è diventata più seria e siamo arrivati alla conclusione che sarebbe stato bello farne alcune versioni rivisitate. Non c’era neanche l’intenzione di fare uscire un disco, che, infatti, è stato registrato davvero con pochi mezzi.
M. P. : Certo che è importante. Anche se dopo l’uscita di Ardecore siamo andati al Maurizio Costanzo Show. Abbiamo avuto contatti con la massoneria! (risatona generale)
J. B. : Ce ne sarebbero tante, anche se purtroppo non c’è il coraggio. Il coraggio di prendere un furgone e attraversare il confine o di provare a proporsi dovunque capiti. A distanza di anni si comincia a vedere qualcosa in questo senso, tipo i Larsen o gli OvO: ci sono sempre più gruppi che non sono cloni di altri, ma c’è ancora parecchia strada da fare. Tanto nun famo na lira uguale!
In coro: Costanzo ah ah ah! (si comincia a delirare, fantasticando tutti su una possibile formazione).
M. P. : Un po’ difficile come domanda. Beh, sta succedendo qualcosa di strano in questi anni. Ci sono gruppi come i Wolf Eyes che, per quanto marginali, riescono a ritagliarsi la loro fetta di pubblico. Oggi fanno dischi con la Sub Rosa. Cinque o sei anni fa sarebbe stato impensabile che ci fosse qualcuno disposto ad organizzargli un tour...
L. M. : Di ascoltare Pierre dei Pooh suonata insieme ai Wolf Eyes..
(il delirio continua, l’intervista no..)
Scheda: Zu
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