Parlare di progressive-rock nel 2006: follia o raziocinio? La seconda ipotesi è sicuramente la più pertinente. Sì, perché il prog-art-rock, alla faccia di chi lo smentisce, gravita a mo’ di feticcio intorno a molte delle teste musico-pensanti odierne. L’uscita del nuovo act dei Super Numeri, The Welcome Table, fa sì che la mente viaggi a ritroso sino alla pagina anni ’70; quella dei ricordi mai sopiti, delle suite, dei nostalgici inguaribili. Quella di… James “Lcd Soundsystem/Dfa” Murphy, che indossa fiero e gladiatorio una t-shirt col logo Vertigo (celebre marchio lanciato dalla Phonogram negli anni ’70 dedicato esclusivamente al prog e art-rock) nel video di Daft Punk Is Playing... e Andy Votel, che nel suo Vertigo Remix taglia, cuce e combina groove pescati dal catalogo della stessa label. Tutti segnali - gli ennesimi – di un fascino mai estinto per le pratiche progressive-rock, di una fede nascosta in molta musica “che conta” (vedi alla voce post-rock, vedi certe wave odierne e non per non dire delle ultime sperimentazioni in campo hard-core) eppure mai celebrata coi dovuti crismi, o comunque spesso evitata come termine di paragone.
Ciò nonostante, il progressive rock, dopo il vistoso calo in epoca punk e qualche pessima rinascita nella prima metà degli ’80 (ci perdonino i Marillion, ma occhio alla meteora Cardiacs..), continua a rigenerarsi in nuove ed affiatate prospettive: Urdog, Mars Volta, Tv On The Radio, Pattern Is Movement, Field Music sono più che semplici dettagli; la loro forma canzone, il loro modus operandi vive nella (della) necessità di sovvertire le regole della pop music, proprio come insegnato dai maestri “dinosauri”.
Su questa scia si collocano gli inglesi Super Numeri, gruppo di tredici elementi messo su da Pop Levi (tastiere, piano elettrico, vibrafono, sitar, clarinetto percussioni e farfisa), Snap Ant (basso, kalimba) e Mark Webb (chitarra, sassofono soprano, viola e tastiere): sono loro l’ossatura di un gruppo nato sì nella città dei Beatles, ma per una volta tanto – finalmente- non si tirano in ballo i baronetti poiché il sound del gruppo, qualora necessiti di un eventuale parallelismo con la città di Liverpool, sembra condurre dritti al capitolo sei (cioè quello dedicato ai Can) di Krautrocksampler, il libro culto sui corrieri cosmici redatto dal liverpooliano doc Julian Cope nel 1995; iperbole necessaria e non peregrina, quella del Cope “cosmico” scrittore e la musica dei Super Numeri, visto che il sound espresso dai nostri è una crosta tardo-kraut-prog nel moderno terzo millennio, una prospettiva hi-tech dei Can acculturati di Future Days e del jazz Davis-iano (versante elettrico) e Coltrane-iano (versante Alice); dei King Crimson di Lark's Tongues in Aspic sino alla ritmica tesa e dilatata dell’afro-funk, senza dimenticare certe geometrie post-rock “elettrificate” (diciamo metà Tortoise metà Savath & Savalas).
Gruppo nato per infiammarsi nella resa live (si leggano le testimonianze dei loro concerti), i Super Numeri su disco non potevano avere altro logo se non quello della Ninja Tune, label-feticcio di new- elettronica che non si nega excursus prog “camuffati” come l’avant hip-hop dei Sixtoo, Amon Tobin (uno digitale in superficie ma prog nell’animo) e Jaga Jazzist (ora Jaga), compagine che condivide coi Super Numeri molto più che la semplice appartenenza a quella famiglia Ninja che pubblica, nel 2003, The Great Aviaries. Presentato come “un viaggio psichedelico tra il Miles Davis elettrico e Can”, il disco dopo la partenza new-age da salotto zen di The Electric Horse Garden, rispetta appieno le premesse di cui sopra, passeggiando alacremente in quel limbo soggiornante tra psichedelica prog (l’andazzo krauto di When The Sundials con tanto di fraseggi retro-funk da spy-movie settantiano) e spezie tardo jazz-funk (la chitarra à la John McLaughlin - ma anche un po’ Robert Fripp - nel trip davisiano di Beaks).
La musica dei Super Numeri si gode l’intesa basso/batteria proprio come le migliori compagini d’una volta, solo che a tratti (diversi tratti e per nulla disprezzabili) pare di ascoltare una versione “purgata” del Photek di Modus Operandi suonato a 78 giri; la battuta secca e oppiacea di Leisure Lakes, la delicatezza visionaria di The Ember Love (con tocchi d’arpa molto Alice Coltrane), il tema di Classic British Ponds (che piacerebbe tanto a Scott “Savath & Savalas” Herren quanto ai Tortoise) vivono nel basso profondamente funk e di come questo faccia da collante ritmico all’intera faccenda slabbrandosi, nella successiva Flaurent Carmin, in riverberi ed echi dub caldi come il sole jamaicano ed efficaci a tal punto da promuovere la compagine inglese a nuova promessa del modern-prog. (6.5/10)
La tournée che segue il disco si rivela un vero circo vintage, rétro ma mai nostalgico: Le canzoni si dilatano ulteriormente e la tendenza alla jam - come avviene nelle date in compagnia dell’ex Can Damo Suzuki (un concerto, un sogno, un programma) - prende il sopravvento.
Il piacere per le lunghe improvvisazioni sembra attrarre notevolmente i Super Numeri, tant’è che il nuovo The Welcome Table (Ninja Tune / Family Affair, 30 gennaio 2006) spiazza per lunghezza (si supera abbondantemente l’ora di durata) ed intenzioni, ora più che mai proiettate ai vecchi e gloriosi vinili (doppi) d’ una volta: infatti una canzone come The First League Of Angels, forte dei suoi ventiquattro e passa minuti, potrebbe occupare benissimo il Side A del vecchio surrogato plastico; un mostro bifronte nel segno dei King Crimson, prima riveduti nell’ottica di Lark’s Tongues In Aspic (quella batteria precisa e contundente, quelle frasi di chitarra monotone, secche e circolari) poi rimembrati nei primi ’80 di Discipline (i “versi” della chitarra da puro Elephant Talk frippiano); ancora meglio The Buzzard And The Lamb, un voodoo-funk spiritato come il Santana di Soul Sacrifice perso nelle ritmiche afro di Fela Kuti che conferma l’accentuato groove dei nostri, ora molto più urgente (il funk algido di The Chart), visionario (la psichedelia al Patchouli della title-track, il lento avvolgimento di The Sea Wolves) e jazz-rock (le trame da Directions In Music di The Spies Of St Ives, con plettrata ancora McLaughlin-iana) del debutto. Un notevole passo in avanti. (7.0/10)
Poche righe fa accennavamo delle similitudini tra Super Numeri e Jaga. Ebbene, se i norvegesi hanno il loro genietto nella figura di Lars Horntveth, anche i SP possono vantare una figura stravagante in Mark Webb, titolare in compagnia di Mark Kyriacou del progetto (sempre per Ninja Tune) Loka. In attesa del debutto adulto (annunciato per il principio del 2006), i Loka ad oggi sono titolari di un unico Ep, Beginningless, che proprio come il Pooka di Horntveth evidenzia quelle atmosfere appena accennate dal gruppo madre: in questo caso si parla di tre episodi griffati retro-funk, come se i Cinematic Orchestra suonassero il Morricone “poliziesco” dei ’70. Un interessante variante “cinematica” al sound dei Super Numeri che, tenendo fede al concetto di in progress, confermano il fascino di un genere che inconsciamente o no continua (continuerà?) a fare proseliti.
Scheda: Super Numeri
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