Sfuggenti, irriverenti, scherzosi. In una parola fanciulleschi. Si potrebbe cominciare in questo modo a descrivere i Deerhoof. Una band dalle mille sfaccettature, che riesce a far convivere nella sua musica elementi in palese contraddizione tra loro con una disinvoltura impressionante: l’immediatezza del punk e un approccio “progressive”, il garage e le filastrocche per bambini.
Sono proprio questi forti contrasti a fare della musica del quartetto statunitense un caso più unico che raro di crossover che, più che cercare l’interazione tra culture musicali diverse, si preoccupa di rimescolare gli elementi della propria cultura di riferimento: il rock. Definiti, dopo i primi anni di carriera, degli emuli dei Blonde Redhead, i Deerhoof, nonostante i numerosi cambi di formazione, sono riusciti a creare un sound veramente particolare, poco avvezzo alle categorizzazioni. Un suono “deerhoof”, in pratica.
Ricostruire la discografia della band fondata da Greg Saunier e Rob Frisk non è impresa facile. Le pubblicazioni sono divise tra una decina di etichette, per cui tracciarne un percorso impone un lavoro di “ricerca” non indifferente e una qualche selezione. Cerchiamo, dunque, di fare il punto della situazione sulla band con l’aiuto di Chris Cohen, che gentilmente si è offerto di rispondere a qualche domanda via mail.
Tutto cominciò a San Francisco. Potrebbe essere l’incipit di una storia sulla Woodstock generation. E invece no. Tutto comincia a San Francisco, ma i tempi sono cambiati. E’ il 1994 , il rock prova a ricostruire per l’ennesima volta le sue fondamenta dopo la morte di Kurt Cobain e la California non sembra vivere un periodo di grandi sussulti musicali.
In questo clima culturale e nella città che fu patria della hippie generation, il bassista Rob Frisk e il batterista Greg Saunier danno vita ai Deerhoof, e l’anno seguente esordiscono con un singolo (Return Of The Woods M’Lady, Kill Rock Stars, 1995). Manca qualcosa e quel qualcosa è Satomi Matsuzaki. Con l’arrivo della cantante di origini nipponiche la band si stabilizza come trio, Frisk passa alla chitarra e nel ‘97, dopo qualche altra uscita in formato 7”, arriva il primo album, The Man, The King, The Girl (5 Rue Christine, 1997) uscito in seguito anche per la Kill Rock Stars. In effetti, le due etichette si dividono fin dagli esordi gran parte della produzione della band.
“ 5 Rue Christine è direttamente collegata a Kill Rock Stars” - spiega Chris - penso che tecnicamente siamo su entrambe le etichette, anche se abbiamo collaborato con tantissime altre, tra cui P-Vine, All Tomorrow’s Parties, Menlo Park, Children of Hoof e Trifekta”. Ma veniamo al disco. Un esordio fulminante, sia per l’impatto che per la durata dei brani, che quasi mai superano i due minuti. Un sound intriso di influenze no wave (Weely Freed Speaks To The People), noise (Tiger Chain, Hitchy P-Pads) e garage (Polly Bee). La vocina di Satomi è già un segno fortemente distintivo, ma non basta ancora a personalizzare un suono ancora troppo legato ad approcci noise, molto in voga all’epoca e ancora non assimilato a dovere. Sembrerebbe questa la strada che i tre sono intenzionati a percorrere. E invece, Holdypaws (5 Rue Christine, 1999), secondo album in studio, è già una sorpresa. L’ingresso in formazione della tastierista Kelly Goode (la cui collaborazione durerà lo spazio di un album) è già sintomo di un grande cambiamento, che accostato a un suono più “chiaro”, ne fa una piccola rivoluzione. E’indubbiamente da questo disco che nascono i paralleli (fin troppo esasperati dalla stampa specializzata) tra i Blonde Redhead e i Deerhoof. Basta ascoltare Lady People e Dead Blast Queen, per ritrovare i tratti della band dei fratelli Pace. Ma Holdypaws è anche gli undici minuti dell’ipnotica Data, una ballata minimale tra il doom e il post rock. Chris mi giura che il post rock non ha nulla a che vedere con la musica dei Deerhoof. Eppure…
Probabilmente Holdypaws è stato rifiutato un po’ da tutti non perché fosse un brutto disco, ma perché non era la logica conseguenza, né in positivo né in negativo, dell’esordio. Spiazzante. Come spiazzante è l’abbandono, insieme a Kelly, del co-fondatore Rob Frisk. Al suo posto arriva John Dietrich, chitarrista di Colossamite e Gorge Trio, che esordisce in tour (come testimonia Koalamagic, live registrato in Australia e pubblicato dalla locale Dual Plover nel 2002). Dovrà, però, attendere un po’ di tempo prima di entrare in studio con gli altri. Nel 2001, infatti, esce Halfbird, (Menlo Park, 2001), raccolta di brani registrati con Rob tra il ’96 e ’99 e mai pubblicati. Un’occasione per chiudere in bellezza il primo capitolo della storia della band.
“Quell’album è stato lasciato e ripreso più volte. E’un metodo fruttuoso per la band questo, che abbiamo usato spesso anche quando sono arrivato io”assicura, non senza un filo d’ironia, Chris, quando gli chiedo cosa ne pensa di chi ha definito quest’album un po’ “raffazzonato”.
Essendo una raccolta, Halfbird è logicamente disomogeneo. Vi convivono il garage-punk di Six Holes On A Stick, con tanto di flauto monocorde che gareggia con la chitarra metallica di Frisk, la psichedelia di Queen Orca Wicca Wind, l’aggressività spigolosa, tra i Boredoms e gli Shellac, di Rat Attack, il divertissement bambinesco di Sunnyside.
La prima prova in studio per il nuovo arrivato John Dietrich arriva con Reveille (5 Rue Christine, 2002), per molti l’album della svolta. I termini di paragone cominciano ad essere Captain Beefheart, gli Who (l’ammirazione di John per Pete Townshend è palese) e certo progressive rock. Il sound dei Deerhoof si fa più complesso, ma senza perdere di immediatezza. L’attitudine garage viene a volte filtrata con tempi dispari e stoppati (Punch Buggy Valves, ad esempio). Al trio si aggiunge durante le registrazioni anche Jamie Stewart degli Xiu Xiu e il suo apporto si fa sentire (nella ripetitiva e insistente The Last Trumpet Swan come nelle atmosfere di Days And Nights In The Forest).
I Deerhoof stanno trasformando il loro suono passo dopo passo, nota dopo nota. Hanno rielaborato le sonorità (accostando al noise più intransigente melodie dolci, sognanti, ma anche sarcastiche e giocose); le atmosfere (non solo tese, ma anche ipnotiche, a volte psichedeliche); la composizione (elementi progressive accostati all’immediatezza garage punk, maggiore cura per le sfumature). Manca una cosa ancora per arrivare al "deerhoof-sound": intervenire sulla forma.
Con Apple ‘O (5 Rue Christine, 2003) inizia a compiersi l’avvicinamento a forme meno “aperte”, dalla struttura determinata (spesso sul modello della canzone) che culminerà nei due album successivi. Dummy Discards A Heart, che apre l’album con tanto di strofa e ritornello, è l’esempio evidente di questa nuova trasformazione. Con l’ingresso in formazione di Chris Cohen, che affianca Dietrich alla chitarra, la band diventa il quartetto che conosciamo oggi: Satomi Matsuzaki alla voce, John Dietrich e Chris Cohen alla chitarra e Sauner alla batteria. Completezza: traguardo raggiunto? Chris, un po’ per modestia, un po’ per fare il bastian contrario mi dice di no:
“I Deerhoof per loro natura rimarranno sempre incompleti. Da un momento all’altro non siamo più la stessa band. E’ per questo che un nostro disco può essere considerato l’insieme di un infinito numero di momenti diversi, ma allo stesso tempo una piccola parte di un momento più grande. Quando facciamo qualcosa ci pensiamo in più modi possibili prima di realizzarla”.
La voce della giapponese si fa più melodiosa (l’aggettivo non sarebbe, in realtà, molto adatto al caso) plasmando quel suo stile personalissimo di girare attorno alle note, mentre il chitarrismo più meditativo di Dietrich (rispetto all’irruenza di Frisk), fa sentire sempre di più la sua influenza. Ne vengono fuori ballate a orologeria come Apple Bomb, pronta a esplodere nel momento più inatteso, il rock schizoide di Panda Panda Panda e Floer, l’intrusione folktronica di Adam + Eve Connection, il progressive tra Henry Cow e King Crimson di My Diamond Star Car e il mosaico sonoro di Sailed With A Kiss. Il tono a metà tra l’irriverente e lo scherzoso viene sempre più accentuato, fino a confondersi con la serietà e diventare tutt’uno con essa.
A questo punto il cammino è tracciato e la prova arriva l’anno dopo con Milk Man (All Tomorrow’s Parties, 2004), l’album della conferma di uno stile consolidato e maturo. Squadra che vince non si cambia, e Saunier e compagni non fanno altro che ritoccare gli elementi che avevano dato all’album precedente quella personalità, che lo ha reso ben presto il più rappresentativo della band californiana.
Qui, più che del progressive tout-court, i Deerhoof sembrano essere debitori di certo pop rock intellettuale à la Slapp Happy, anche se Satomi ricorda più Vanessa Paradis che Dagmar Krause.
Chiedo a Chris se la loro musica ha subito, in qualche modo, l’influenza del sound “canterburiano”. Gli faccio qualche nome, giusto per capirci: Slapp Happy, Robert Wyatt, Henry Cow, Matching Mole. Naturalmente (dopo qualche domanda mi sono già abituato) mi risponde picche:
“Se il sound di Canterbury è qualcosa che assomiglia al concetto di ‘San Francisco sound’, credo proprio di no. Non abbiamo mai ascoltato gli Slapp Happy. Di Wyatt mi piace sia la voce che il modo di suonare la batteria”. Tutto qui…
La disinvoltura e la naturalezza con cui la semplicità si integra alla sperimentazione più avanguardista, rende l’ascolto piacevole a vari livelli: ne è un esempio Rainbow Silhouette Of The Milky Man, un’ apparentemente semplice canzoncina, su cui si stagliano “strappi” ritmici in controtempo di stravinskiana memoria e che si perde in un campionario di rumorismi vari, senza che questo disturbi le orecchie fragili dell’ascoltatore “non-colto”. La sperimentazione rumoristico-elettronica è più in evidenza, invece, in un capolavoro come Dog On The Sidewalk, in cui brevità e intensità vanno perfettamente a braccetto.
Se cè un bell’esempio di come il minimalismo di Steve Reich e Terry Riley continua ad influenzare il rock, in Milking è ancora il pop-rock intellettual-cabarettistico (mi si passi la definizione alquanto fantasiosa e colorita) degli Slapp Happy a farla da padrone, ma con un’attitudine garage-punk che mancava per formazione culturale a questi ultimi (anti-opposition?).Ora sì che si può avere un quadro più chiaro del progetto musicale dei Deerhoof: si comprende il senso di quella batteria sfasata che rende ancora più sognanti le atmosfere di Dream Wonderer’s Tune, il pianoforte stonato e lontano che intermezza frasi pop di gran classe di Song Of Sorn o la sequenza di accordi di New Sneakers che starebbe benissimo in una Chiesa, e che conclude le peripezie del nostro lattaio. Una tacca al di sopra di tutto, la perlina avant-rock That Big Orange Sun Run Over Speed Light.
Dopo la parentesi dell’ep Green Cosmos (Toad, 2005) che inaugura il nuovo anno, tra brani inediti e rifacimenti di vecchi singoli (Come See The Duck), i Nostri ricompaiono dopo pochi mesi con il settimo album della loro discografia, The Runners Four (Kill Rock Stars / Goodfellas, 2005).
E’ difficile che un gruppo in fase di “alleggerimento” riesca a migliorare. Questo però vale per musicisti che provano ad essere più accessibili per ragioni di mercato o (come dicono tante pop star) “per allargare il proprio pubblico”, che tradotto in soldoni vuol dire fare più affari. Per i Deerhoof l’uso di melodie (apparentemente) più facili, dirette, rappresenta più un’esigenza espressiva che una strategia di marketing. Satomi Matsuzaki e compagni, dopo anni di esperimenti hanno raffinato uno stile pronto per confrontarsi con altre forme. Una formula intelligente e mai banale che mischia l’avant rock, le arditezze del progressive e le canzoncine dei cartoni animati.
The Runners Four è un album vasto, complesso e lunghissimo, difficile da assimilare in pochi ascolti. Venti brani che non superano quasi mai i tre minuti e raccontano quasi tutta la storia di una band ormai più che decennale. L’abbandono di rumorismi e riff taglienti è solo ridotto, come testimoniano gli echi di free improvisation di News From A Bird o le durezze di Siriustar.
Ma c’è qualcosa in più rispetto ai lavori precedenti: quella apparente leggerezza a cui si accennava, che semplifica molto le cose senza renderle banali, nascondendo le finezze dietro un’apparente mancanza di complessità, un gioco che piaceva molto al signor Wolfgang Amadeus Mozart.
Ne viene fuori una freschezza limpida, che cela al suo interno tempi dispari, melodie complesse e citazioni. Running Thoughs ne è l’esempio più lampante: un basso minimale e funky che sembra appena uscito da casa ( Sly) Stone, un ritornello apertissimo e melodioso e parti che paiono citare il rock sinfonico degli Yes. Odyssey e Bone Drag, con Satomi che si fa da parte per lasciare il posto alla voce maschile, riesumano il Barrett solista più psichedelico, nel loro andamento dondolante e trasognato. Anche il riffettino à la Keith Richards di Wrong Time Capsule e la smorfiosa ‘O Malley Former Underdog riescono a modo loro piacevolmente spiazzanti, trovando un posto coerente in un album impossibile da sintetizzare in poche righe. Non mancano i richiami ai precedenti due album ( Scream Team; You Can See, con un’introduzione che sembra scritta da Billy Preston) e i momenti più essenziali come l’iniziale Chatterboxes. La carne a cuocere è tanta e non è messa lì per fare numero.
Non penso di azzardare definendo i Deerhoof una delle band più interessanti e creative degli ultimi anni, una delle poche risposte concrete alla fine del post-rock e al suo vero superamento.
Deerhoof. Già, ma che significherà mai questo strano nome? “Per me non significa nulla” mi risponde Chris con la solita ironia. Sarà vero? Difficile saperlo.
Scheda: Deerhoof
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