I see the moon and the moon sees me The moon sees the somebody I’d like to see. God bless the moon and God bless me God bless the somebody I’d like to see!
(Nursery Rhyme)
Gotico Americano. E’ il 1930 quando Grant Wood, sconosciuto pittore statunitense, arriva nella piccola cittadina di Eden, nel sud dell’Iowa. Qui rimane impressionato da una costruzione di stampo britannico, la tipica architettura importata dai coloni inglesi a partire dal 1800 e ribattezzata “Gotico da carpentiere”. Tornato nel suo studio comincia a dipingere su tela e servendosi di vecchi ritratti del 19° secolo pianifica il suo dipinto. Ritrae come figura femminile sua sorella e come figura maschile il suo dentista, tale Dott. Byron McKeeby. Nella mano di lui mette un forcone. Wood chiama il dipinto “American Gothic” e lo consegna all’eternità come icona. La forza di quella immagine va ben oltre le corde della pratica di settore, della pittura come ambito di creatività e pensiero.
Il fatto stesso che il quadro sia stato e continui ad essere parodiato in mille modi ne testimonia la potenza evocativa, il suo incunearsi nell’immaginario collettivo. Da allora il termine “gotico americano” è stato piegato innumerevoli volte per contesti diversi, rendendo sempre una gamma di significati, che stanno da qualche parte tra le ruvidezze da redneck, le piccole apocalissi rurali, uno spleen esistenziale da vecchia don’t fear the reaper New Orleans, le tremebonde solitudini appallachiane, il paganesimo oscurantista dei predicatori del profondo sud. Indimenticabili esempi visivi di gotico americano rimbalzano nell’immaginario collettivo, sputatati fuori dalla fantasia cinematografica: la casa di Norman Bates in Psycho, con la sua architettura coloniale (Robert Bloch, lo scrittore del romanzo da cui è tratto il film, è autore anche di un libro chiamato “Gotico Americano”), il piccolo albino dal banjo spiritato nel quale si imbatte la combriccola di Un tranquillo week-end di paura o i boschi della strega di Blair e rientrano sicuramente nella categoria i mondi partoriti nella letteratura di settore, con da un lato la terrifica trimurti Poe, Lovecraft, King e dall’altro i torridi scrittori del sud come Flannery O’Connor e William Faulkner.
Il concetto di gotico americano in musica si è invece rapidamente coagulato intorno ai ruvidi resti lasciati dal blues delle origini. Le leggende intorno a Robert e Tommy Johnson e ai loro patti con il diavolo e via così fino alla danse macabre di tanti cantastorie bluegrass armati di solo una chitarra o un banjo. Un campionario di murder ballads e di versi per antologie di Spoon River, che ha reso il folk rurale americano una biblioteca voluminosa di visioni cupe che vibrano tutt’oggi tra le pieghe della musica popolare. Storie tramandate di generazione in generazione, storie come quella di Pretty Polly, la giovane ragazza che si scopre incinta e viene portata dal suo amante sul ciglio della sua tomba. Storia riadattata moltissime volte e interpretata in epoche diverse dai più disparati musicisti, da Dock Boggs a Bob Dylan, dai Byrds ai Nirvana. Se il non-genere del gotico americano non è mai veramente scomparso, né mai è stato particolarmente presente da poter formare una scena ben definita, non si contano comunque i musicisti che hanno gravitato intorno al concetto.
Per rimanere in tempi recenti, guardando le copertine della serie American Recordings di Johnny Cash, possono mai sorgere dubbi? E cosa dire del convulso strimpellare di banjo di Woven Hand? Non è forse anche lui un isterico figlio di predicatore? La verità però è che la migliore immedesimazione del concetto nei suoni attuali si è avuta con l’avvento del nuovo free folk. La caratteristica, propria di tanti musicisti, di andare a ritroso per governare la propria ispirazione, facendo fede da un lato ai grandi classici dell’American Folk Music e dall’altro alla tradizione europea del folk apocalittico - un nome su tutti? Current 93 - ha finito per generare un agguerrito sottogenere che in epoca di doom e drone a tutto spiano non poteva non salire sempre più in superficie.
Timothy Renner, in questo senso, merita di essere considerato come un precursore e un innovatore. Il suo aspetto è quello di un hobbit tolkeniano, la sua visione delle cose è un patchwork di tradizione campestre e rurale, esoterismo alchemico, iconografia da fumetto dark. Non è un caso che si faccia apprezzare in primis come artista Freedoom folk Le murder ballads degli Appalachi e le nursery rhyme dalla vecchia Inghilterra. Le foreste nere e le vecchie mansion del gotico americano. Solo alcune delle terre desolate su cui sbocciano i fiori neri dell’avant folk americano. Il cuore diviso a metà tra traditional e folk apocalittico. grafico sia per fanzine di settore come The Broken Face che per i suoi parti musicali. Comincia presto a farsi chiamare Timothy “Revelator”, prendendo in prestito il termine dal traditional John The Revelator. Muove i primi passi in progetti di elettronica spicciola, come The Mourning Clock, ma è con gli Stone Breath che il Nostro comincia a fondare le basi di un mondo proprio e del tutto staccato dalle mode del momento. Quando gli Stone Breath pubblicano i primi dischi, come il primo e introvabile Of Mist and Ashes, e il tris di capolavori: Songs of Moonlight and Rain, A Silver Thread to Weave the Seasons, Lanterna Lucis Viriditatis siamo ancora lontani dalla voga del wyrd folk e della New Weird America.
A dare una mano a Renner, ci sono Prydwyn e Sarada e lo stile degli arrangiamenti è quello di una lettura oppiacea di vecchi traditional della vecchia e nuova Inghilterra. L’influenza dei Current 93 sui primi lavori di Renner è evidente, così come vengono mostrate come un vanto le parentele con Syd Barrett, Clive Palmer, Donovan, Pailhead, tutta gente coverizzata dalla band nel compilativo The Long Lost Friend: a Patchwork. Quando gli Stone Breath trovano il punto di equilibrio tra incanto e ipnosi, tra senso dell’arcaico e rilettura autografa, tra l’uso di strumenti desueti (dulcimer, banjo, harmonium, dumbek, ukulele) e voglia di azzardo sulla forma canzone, si ottengono alcune delle migliori pagine folk degli ultimi anni. Successivamente e contemporaneamente il vulcanico Renner trova il tempo di sciogliere gli Stone Breath, di dedicarsi ad altri progetti come Breath Stone e The Spectral Light and Moonshine Firefly Snakeoil Jamboree e di fondare la Dark Holler, che in compagnia della sussidiaria Hand/Eye si dedica espressamente a lavorare su musiche che seguono il solco aperto dagli Stone Breath.
Nel roster della label gente come Martyn Bates, The Does, Skye Clad, Fit & Limo. Riesce nel migliore dei modi possibile, stabilendo un esempio da imitare, anche la serie di 3” in abbonamento denominata Folklore of the Moon, dedicata alle fasi della luna. Renner si è poi dedicato ad alcune collaborazioni. Con Shane Seal e Sarada ha pubblicato ad inizio 2006 l’apocalittico Hoofbeat, Caw & Thunder (A Tribulation Psalm), una suite in nove movimenti che si basa su una conversazione con Richard Moult, riguardante argomenti come la bibbia, l’eternità, le profezie e l’apocalisse. Altra cosa invece sono i Black Happy Day, una collaborazione con Tara VanFlower che suona esattamente come una fusione tra gli Stone Breath e i Lycia.
Altro precursore a suo modo, ma dagli esiti finali abbastanza sul crinale del genere in questione, è Jon Michael B’eirth, l’uomo che sta dietro alle sigle In Gowan Ring e Birch Book. Un personaggio letteralmente fuori dal tempo, che si costruisce gli strumenti da solo e che come la sua musica sembra uscito direttamente dal trovatorato medievale di stampo celtico, piuttosto che dal canonico stato dello Utah. Quello che B’eirth riesce a fare magistralmente fin dai primi dischi è riuscire a fare proprio tanto l’humus emotivo del folk apocalittico europeo, in particolar modo dei Current 93 post Thunder Perfect Mind, quanto i riferimenti retrò della dark britannia sceneggiati nelle pagine migliori di Pearls Before Swine, Incredibile String Band, C.O.B. o Pentangle.
Alla fine l’intero excursus di B’eirth sarà un esempio da mandare a memoria per i novelli trovatori di corte dell’attuale wyrd folk: i Nick Castro e gli Espers, per intenderci. B’eirth incide le sue prime cose per la Bluesanct Musak, etichetta messa in piedi da un altro personaggio bizzarro che risponde al nome di Michael Anderson e che incide dischi dietro la sigla Drekka. Sta di fatto che la Bluesanct Musak partorisce, oltre ai dischi di B’eirth e di Drekka, anche i lavori degli Iditarod successivamente trasformatisi in Black Forest / Black Sea, ritagliandosi quindi un piccolo spazio nel nostro discorso. Sia i primi che i secondi si dimostrano grandi pittori di tele medievali. Jeffrey Alexander è il vero deus ex machina in questione. Di lui sorprende soprattutto la lungimiranza nel guardare alla commistione di stili vecchi e moderni come regola valida per rileggere la tradizione.
Gli Iditarod, duo costituito da Alexander con Carin Wagner, perfezionano la cantata neo medioevale, quella che fa rivivere i vecchi stilemi ormai obsoleti e la strumentazione retrò per suonare partiture malinconiche e notturne. Gli Iditarod, ancora più di In Gowan Ring finiranno per anticipare l’attualità avant folk di fine millennio che si rifà più esplicitamente ai suoni In Gowan Ring medioevali. I due non mancano di sceneggiare la propria musica con rumori d’ambiente e concretismi d’atmosfera: folate di vento, zoccoli di un cavallo, porte che scricchiolano, riverberi da cattedrale gotica. Un aspetto che ha già The River Nektar, il primo lavoro a firma Iditarod, e che saranno enfatizzati ancora di più nei successivi The Ghost, The Elf, The Cat And The Angel e nel capolavoro Yuletide, la cui versione su Camera Oscura costituisce ancora oggi il loro miglior testamento spirituale oltre che il ponte di aggancio ideale alla successiva avventura di Alexander, i Black Forest / Black Sea.
E’ soprattutto in questa nuova veste che gli riesce il tentativo di contaminare i propri fioretti di dark folk rituale con elettronica elementare e dalle cadenze cosmiche. Viene meno la voce di Carin Wagner che nella precedente formazione era fondamentale. Qui Alexander cerca soprattutto di arricchire la strumentazione acustica con le punture dell’elettronica, arrivando a lambire territori cosmici, un po’ inconcludenti nel primo, omonimo, disco. I tentativi vanno maggiormente a segno con il secondo Forcefielfd And Constellations in coppia con Miriam Goldberg arrivando al punto di abdicare quasi del tutto alla forma folk con l’ultimissimo disco, il Self Titled del 2006, che sciogli definitivamente il folk degli Iditarod in due torrenziali flussi di coscienza staccanndosi parecchio dalle note acustiche tinto di scuro presenti nei precedenti dischi. Staremo a vedere come si evolverà la loro proposta.
Nel frattempo potre - Wyrd Visions mo riascoltare la compilation The Poor Minstrels Of Song And The Temple Of The Moon licenziata da Hand/eye nel 2001 come suggello al tour americano di Stone Breath, Iditarod, In Gowan Ring e dREKKA e che costituisce tuttora un ottimo compendio di tutto quello che si è appena detto.
Staremo a vedere anche come proseguirà l’evoluzione di un’altro nome di “grido”, in tutti i sensi: le Spires That In The Sunset Rise. Prendono il nome da un verso de I fiori del male di Baudelaire. Vengono da Chicago e sono un quartetto tutto al femminile con Taralie Peterson, Georgia Vallas, Tracy Peterson e la cantante Kathleen Baird, una che sembra la sorella minore di Mia Farrow epoca Rosemary’s Baby.
Nella loro musica c’è parecchia puzza di zolfo e di stregoneria, e anche se le quattro cominciano ad averne abbastanza di recensioni ottime che vanno però sempre a calcare l’analisi su questo aspetto, non si può certo dire che non sia quello l’immaginario evocato dalla loro musica. Immaginare un incrocio tra la Nico di Marble Index e i Sun City Girls non rende propriamente l’idea, anche perché è soprattutto ai Comus che le quattro streghe di Chicago fanno pensare. Difficile trovare infatti altri antecedenti plausibili per i passaggi di arcano paganesimo occultista in cui le quattro scelgono di indugiare con particolare dedizione. Il risultato c’entra davvero poco con quasi tutto quello che c’è ora nella scena folk, più o meno free. Tre dischi di qualità crescente: il Self Titled, e l’ultimissimo e infuocato - fin dal titolo - Four Winds the WalkerThis Is Fire. Grande enfasi sulle percussioni, sugli esotismi medioorientali e soprattutto sul canto schizofrenico della Baird.
A volte poco più di una nenia infantile, a volte paurosamente fastidioso negli ululati da messa nera. La strumentazione usata è varia ed eccentrica come si conviene ai veri alchimisti del settore. Lo scorso anno la Baird esordisce come solista, sempre su Secret Eye, con Lullaby for Strangers. Un lavoro che si distanzia dalla pratica delle Spires, e che deve moltissimo a Nico riuscendo ad eleggere la Baird come una sua credibile ed efficace erede. Seguendo questa scia si arriva ai suoni più dilatati del lotto dark folk. Come l’esangue musica di R. Loftiss misteriosissima deus ex machina degli incubi eterei firmati Gray Field Recordings. Due soli dischi all’attivo, As One Cast Down by Sadness e Hypnagogia, uno più spettrale dell’altro. R. più che fare riferimento al periodo classico dei Current 93, va a cercare ispirazione più indietro, quando il suono di Tibet cominciava appena a perdere le ruvidezze sataniche degli inizi e si profumava di folk.L’epoca di Imperium per intenderci.
I Gray Field Recordings eccellono quindi nella pantomima lugubre diluendola verso un ambient folk molto suggestivo, con scenografie abbandonate, lontano dalla civiltà, suonando gli strumenti più disparati. E’ il suono di carillon che echeggiano malinconicamente dal fondo di granai abbandonati, dove fanno festa le voci di mille fantasmi. Come fosse una piccola Colleen degli spettri, R. sembra letteralmente lontana da tutto e le pochissime note biografiche che girano contribuiscono a rendere ancora più misterioso il suo personaggio.
Il discorso cambia radicalmente con un’altra band di cui si è sentito molto parlare ultimamente: i Flying Canyon. Evocano un immaginario fatto di grandi highway (to hell?), di distese sconfinate all’orizzonte e di grandi cavalcate su Harley Davidson verso un sogno americano che diventa rapidamente un bad trippin’. A ben vedere c’è più di qualche affinità tra la musica del trio californiano e l’Easy Rider di Dennis Hopper. Quanto era terrificante e triste quella sequenza ambientata nel cimitero dove il mondo intero diventava in Super-8 per l’LSD? E quanto è plumbea e agonizzante questa forma di folk californiano, che dei sogni di Crosby, Stills & Nash non ha più che un pallido ricordo?
Alla fin fine, con il senno di poi, suona quasi profetica la copertina, con il volto di Cayce Lindner e il suo caratteristico barbone a guardarci dal cielo, tra le nuvole. Il frontman del trio, che comprende anche Shayde Sartin e un Glen Donaldson noto per i suoi progetti nel Jewelled Antler Collective, si è infatti spento in circostanze tuttora misteriose solo poche settimane fa. La sua voce tremolante verso gli acuti e sofferta nel suo strascicare le strofe aveva evidentemente come punto di riferimento Neil Young, così come tutta la musica dei Flying Canyon fa pensare in particolar modo a On The Beach. Dopo tutto anche questa forma di “doom folk californiano”, emotivo fino allo spasimo e malinconico oltre l’ossessione è un piccolo “vampire blues” cantato attorno ad un focolare, in attesa della fine del mondo.
Non c’è lo spazio nemmeno per un fuoco di bivacco nel bosco di Colin Bergh, invece. Lui la chiama “musica che piacerebbe alla strega di Blair”. Incide sotto il nome di Wyrd Visions e si dedica ad una forma di folk particolarmente crudo, opprimente, cupo, morboso e decisamente… ironico. Se si riesce ad immaginare come suonerebbe il Jandek di Blue Corpse se fosse un appassionato di black metal, si può probabilmente avere un’idea di come suona Half-Eaten Guitar il primo disco del nostro blackster acustico. Quando poi si arriva a metà del lavoro e ci si imbatte in Freezing Moon, cover dei Mayhem, non ci sono più dubbi sul tipo in questione e su come si mantenga volutamente sopra le righe. In modo simile ma prendendosi molto più sul serio suona Smolken, un bizzarro polacco immigrato in Texas che sta dietro ai progetti Dead Raven Choir, Wolfmangler e Garlic Year.
C’è una pesantezza tutta europea nelle transilvane note di violoncello e nei cavernosi bassi della sua musica, che quando non si riduce a fare puro rumore black metal si immedesima in un agonizzante mantra acustico. Alla fine, comunque, c’è un solo modo possibile per sentire davvero nelle ossa, gran parte di questa musica. Fare come fa il poetico Linus dei Peanuts e persistere - come gran parte di questi musicisti - nelle proprie convinzioni. Ogni anno, ad Halloween, Linus si mette accovacciato dietro un ramo e aspetta l’avvento del Grande Cocomero, che vola nel cielo per portare i doni ai bambini che sono stati buoni. Ricordandosi di una regola però: il Grande Cocomero non può nascere se non dal campo più sincero e puro del mondo. La metafora di Schulz è quantomeno evidente.