Drop Out
Pubblicazione 01 Aprile 2007

Post Wall Music

Verso metà '90 il Kraut-rock torna a casa, in Germania. Ad attenderlo la tecnocrazia della cassa in quattro e un rilascio particolare. Un mulinello di correnti d’amore e frizione
Tarwater
2008

A: do you remember a post-wall music? D: Krautly well, in fact.

Nel numero di marzo 1994, il mensile Mojo pubblica un articolo a proposito di Hex, l’album a firma Bark Psychosis che è già un caso presso le riviste underground. A colpire non è tanto la strumentazione ma l’uso che ne si fa: rock ma senza finalità rockiste, basso chitarra e batteria lontane dalla fede maschia del riff. Bark è affetto da un morbo strano. Lo chiamano Post-Rock. Il termine è intrigante, cool e crea un amabile cortocircuito proprio sul calar del Secolo delle masse e del funzionalismo. Anzi, diventa il prefisso preferito del pubblico indie europeo che ne riscopre l’ontogenesi riempiendosi la bocca di modernismi del post che, da oppio del circuito sociologico fin dai tempi di Lyotard, diventano parole magiche per descrivere un rock che non è più rock e una musica che non è più una, ma tante (apolidi) sostanze (messe) assieme. Individuati dal critico Simon Reynolds, una serie di gruppi inglesi orbitanti attorno alla Too Pure sono i portavoce del nuovo paradigma. Presto però il mondo si accorge dei dischi degli Slint, il gruppo del dopo che viene acclamato all’unisono come vero starter dell’esperienza. Eppure se in USA l’intellighenzia devolve l’hardcore, è ad Albione che l’intingolo schiuma le spezie più disparate. Jazz-rock à la Canterbury, jazz-elettrico davisiano, shoegaze trasfigurato ambient, sono le pedine in gioco, ma la più importante di queste si fonda su automatismi e reiterazioni inconfondibili. Nel catalogo dell’etichetta, è l’anomalia rock tedesca (Can, Kraftwerk, Neu!, Faust, Tangerine Dream) a fornire le strutture e gli agganci più significativi. Il kraut-rock sta ritornando e rivendicando la propria importanza nello scacchiere internazionale e questo grazie a gruppi non tedeschi come Moonshake-Laika (sampledelia jazz-dub-wave ispirata dai Can), Seefeel (l’ambient del dopo shoegaze improntato sulla cosmica), Stereolab (lounge Neu! su Marte), Disco Inferno, Cul De Sac, Pram e tanti altri. Una ciurma d’artificieri che metterà in circolo aria fresca nei condizionatori e finirà per ammaliare e irradiare le sue fragranze in molte direzioni.

A Londra, una label da dopo-lavoro rave si proclama portatrice di intelligent dance music e d’oceani di suono nel quale perdersi e ammirare il miracolo dell’artefatto post. A Chicago, un’etichetta nota come Kranky coltiva piante dall’arbusto rockista profondamente acido assieme a landscape ambiental- psichedelici. Sempre da quelle parti un neogruppo chiamato Tortoise chino sullo studio del dub dimostra di possedere uno sguardo d’insieme estremamente lucido. Tutti hanno dato almeno un’occhiata verso Alemagna e verso metà della decade, il mulinello delle nazioni perturba indefesso nella terra che li fece nascere e crescere. Come per il passato, il motto non è lontano da “sbagliando a copiar s’inventa” (Julian Cope), tuttavia l’aggiornamento alle prerogative del post suona come “è tutto scombinato ma in qualche modo suona in ordine” (Dirk Dresselhaus). È il basamento di un’anomalia nascente, una geografia in triangolo Düsseldorf-Colonia- Berlino che profuma di rinascita, forte al punto che gruppi del “pre” come Notwist e Village Of Savoonga si convertono alle caratteristiche di un post assieme rock, moderno, futurista. Poi ci sono gli altri, i retrovisori, gli studiosi dei nuovi modi d’interfacciarsi alle macchine e ai supporti (Oval, To Rococo Rot), infine decine di nomi e progetti intrecciati a tuffarsi di testa nell’intingolo magico del dub e del jazz. La punta dell’iceberg si chiamerà Mouse On Mars, e l’impronta porterà con sé un altro motto-mezzo: l’elettronica. Soprattutto nella neue deutsche welle tutti - tedeschi e non - guardano insistentemente a Berlino e al fermento del “dopo” per eccellenza, quello del Muro. Techno auf Berlin Nei Novanta, Berlino torna a essere il Luogo per eccellenza. Il centro di tante cose in un contemporaneo ritrovato e ricollegato a un futuro specifico. Un curioso domani in passato remoto, verrebbe da dire, e cambiando il punto d’osservazione il fatto è ancor più chiaro: si tratta di una riconciliazione in una comune matrice fatta di metodo e sobria emotività, ripetizione e asciuttezza dinamica alla quale si contrappone una ritrovata (anch’essa) idea di cosmo, di rapporto profondo uomo/natura, d’ironia feroce con il quale osservarlo e quindi di un romanticismo severo, mittel, la versione anemica dell’amore francese sul colino della wild side newyorchese. Ma ora piano con l’inchiostro. Si diceva delle radici, dell’entusiasmo scazzato e un po’ feroce di quegli anni, di Berlino in transito, dove è finalmente possibile switchare Est- Ovest e Ovest-Est alla ricerca di nuove identità e del contrario. Dispersione. L’ex DDR caput mundi dell’arte. L’Est sgombro con il beneplacito di Roger Waters.

Gli U2 a registrate Achtung Baby con Eno, quello stesso Eno della trilogia bowiana fine Settanta (ma senza capelli). E poi i quattro che si vogliono rockstar planetarie: una Zoo Tv che riflette sui media e sul controllo dei potenti. Dunque, l’Ovest, covo dei party pirata tuttanotte, la rivoluzione House alla quale viene preferita la disciplina techno. L’automatismo del battito nel quale liberarsi in un gioco di mimesi, di contraddittorio anonimato di massa. E infine la città tutta a viaggiare a diverse velocità, come in un clip di Gondry: in superficie, l’ultimo rantolo del Rock planetario; sottoterra, i ritmi del “phuturo” techno, quelli della chill-out, del trip-hop e, lungo la strada, l’u-turn per l’esotico, un trip in costante rinnovamento e mescolanza nel quale il kraut storico (di nuovo) ritorna attuale e persino Klaus Kinski, una vita tra i muri della follia, risorge liquido (sui piatti del Paterson del caso) al ritmo dei Popol Vuh. E anche qui c’è una storia da raccontare. Si diceva di masse elettriche, di kraftwerk-rave, loop, commistioni soniche e visive, rigore, ebbene niente veicola meglio la cultura germanica dell’elettronica, un’elettronica sempre più cheap, un fondamento naturale.

E l’attitudine? Presto detta. Art Techno (Reynolds docet Generation E) e gli artisti intellettuali fioccano: Markus “Oval” Popp, serissimo e snob, contemplatore di Cage e della Scuola di Francoforte; i suddetti Mouse On Mars, inclementi mattacchioni; Microstoria, chirurghi in somma topi più l’ovale; la Digital Hardcore degli Atari Teenage Riot che fonde Techno e Hardcore; la scena avant della Mille Plateaux, e infine Pluramon (Marcus Schmickler) che si fregerà di suonare con il batterista dei Can in carne e ossa. Storie in loop di temi/variazioni all’interno dei quali un gruppo di amici cresciuto oltre cortina è pronto a avviare un proprio discorso tra sperimentazione, pop e performance. È di loro che parleremo. Una storia di grigi e velluti porpora registrati su un nastro magnetico …che procede in entrambi i sensi.

Mapstation
Estelle Klawitter 2008

Milchhof

“Songs seems to sleep in the machines” (Ronald Lippok, 2007)

Tra le varie biografie della Germania Novanta quella dei fratelli Lippok e Bernd Jestram possiede una peculiarità non da poco. La loro è un storia iniziata in quel territorio che i nostalgici tedeschi dei Sessanta continuavano a chiamare Mitteldeutschland ma che ufficialmente era noto come Repubblica Democratica Tedesca, stato socialista di confessione atea di massa, apparato coercitivo che, nel 1961, aveva innalzato il muro per evitare che certi “appetiti borghesi” annientassero la ripresa economica. L’adolescenza dei tre si piazza nel cavallo Settanta-Ottanta. Oltre cortina venti strani arrivano da varie direzioni, le foglie vibrano di qualcosa d’effervescente. C’è un po’ di musica diversa che è capace di svoltare le giornate, musica suonata negli scantinati, proprio come nell’Ovest. Musica captata via radio e registrata in cassetta, perché nell’etere viaggia persino un programma di John Peel e, per grazia di Gorbachev, recuperare i nastri che contano dell’underground internazionale non è impossibile. Le passioni si coltivano così e quella musicale non è poi l’unica. Si dipinge e si legge poesia, anzi, a dir il vero, si fa anche un po’ di ginnastica, un sano punk-rock da garage. È Ronald lo sportivo del team, lui e un chitarrista di una band chiamata Marx conosciuto poco prima al Wina Café. Il suo nome è Bernd Jestram, e tra i due musicalmente c’è da subito un’alchimia particolare. Grazie ai nastri dei Throbbin’ Gristle, Public Image LTD, Cabaret Voltaire, Joy Division, Human League, Flying Lizard le possibilità del post-punk aprono la mente dei due che iniziano a provare assieme. Poco dopo inaugurano una tape label nell’unico modo allora possibile, in segreto e soprattutto grazie all’economico supporto. Le label discografiche, neanche a dirlo, sono statali e lontane mille miglia dalla realtà. La musica è un affare di cassette carbonare scarabocchiate a mano, cassette che nel contempo rappresentano generatori di loop a costi accettabili.

“A quei tempi”, afferma Ronald Lippok (incontrato a Modena al festival Motron), “non avevamo i samplers e le tapes costituivano un mondo nuovo. I nastri in background di Joy Division e Cabaret Voltaire sono stati una grande influenza per tutti noi e in generale l’effervescenza di quel periodo rappresentò una grossa spinta creativa”. E le energie richiamano inevitabilmente i catalizzatori: se il Wina Café era il posto di ritrovo degli artisti e dei new-wavers, nei Novanta quello spazio prende il nome di Milchhof, uno dei tanti flat squottati dagli artisti dopo la caduta del muro e soprattutto un laboratorio creativo a tutto campo, simile per attività e funzionamento al primo nucleo del Link bolognese (quello di via Fioravanti, of course), ma anche (e aspetto non da poco) un ritrovo di gente da entrambi i blocchi premuro. Ronald e Robert non si fanno scappare l’occasione e si prendono uno studio fisso qui e nel flat si sperimenta di tutto dalla musica al design, dal film making alla scultura. Alla sera poi si suona e si organizzano eventi. Chiaramente moltissimo di quel che accadrà inizia proprio qua, al sorgere dei Novanta, in un mondo lontano dal rock e vicino alla performance, in una realtà oramai post-Throbbing e post-Einstürzende, ma che di quelle due realtà conserva l’importanza dello sguardo associato all’ascolto. Fuori del complesso, nel frattempo è un brulicare di rave illegali ai quali nessuno può resistere.

I Lippok e Jestram si dividono tra lo studio, collaborazioni con altre realtà tra cui il progetto (prettamente performativo) di lunga data Ornament & Verbrechen (nacque nel 1983) nel quale militavano anche Bertram Denzel e Erik Huhn (quest’ultimi presto noti con la sigla Denzel + Huhn), e gli happening organizzati nelle scatole lasciate incustodite della società industriale e tra tutti è Ronald il più entusiasta. Mentre Robert si concentra sugli umori del post (via City Slang), e Bernd s’impratichisce della fonia, il mooger e vocalist della compagine frequenta da vicino la club culture della città, nonché la scena tedesca più underground. Presto si munisce di piatti e mixer e incontra Move D, peculiarità non da poco. La loro è un storia iniziata in quel territorio che i nostalgici tedeschi dei Sessanta continuavano a chiamare Mitteldeutschland ma che ufficialmente era noto come Repubblica Democratica Tedesca, stato socialista di confessione atea di massa, apparato coercitivo che, nel 1961, aveva innalzato il muro per evitare che certi “appetiti borghesi” annientassero la ripresa economica.

L’adolescenza dei tre si piazza nel cavallo Settanta-Ottanta. Oltre cortina venti strani arrivano da varie direzioni, le foglie vibrano di qualcosa d’effervescente. C’è un po’ di musica diversa che è capace di svoltare le giornate. Musica suonata negli scantinati, proprio come nell’Ovest. Musica captata via radio e registrata in cassetta, perché nell’etere viaggia persino un programma di John Peel e, per grazia di Gorbachev, recuperare i nastri che contano dell’underground internazionale non è impossibile. Le passioni si coltivano così e quella musicale non è poi l’unica. Si dipinge e si legge poesia, anzi, a dir il vero, si fa anche un po’ di ginnastica, un sano punk-rock da garage. È Ronald lo sportivo del team, lui e un chitarrista di una band chiamata Marx conosciuto poco prima al Wina Café.

To Rococo Rot

Il suo nome è Bernd Jestram, e tra i due musicalmente c’è da subito un’alchimia particolare. Grazie ai nastri dei Throbbin’ Gri- Mapstation un dj di Heidelberg capace di filtrare le istanze della Detroit techno con il retroterra krauto e l’amore per Aphex Twin. Le sue track (su Kunststoff, 1994) contengono già molte caratteristiche del suono che verrà sviluppato, un anno più tardi, con la ragione sociale To Rococo Rot.

Avvolgimenti e riavvolgimenti

Attorno al Milchhof si stabilizza una piccola scena multidisciplinare. Un’antenna delle varie onde della contemporaneità di allora attenta, in particolar modo, alla riscoperta dell’uso dei supporti come parti attive del processo musicale. Con l’ingresso di Stefan Schneider - già bassista e tastierista nei neoformati Kreidler di Düsseldorf - lo studio di tali possibilità si fa più metodico, simile a quanto aveva affrontato Oval con il sabotaggio dei compact disc (e fatto nascere il fenomeno Glitch assieme a Ikeda) ma dirottato alla prassi del remix. Possibilità che lo stesso Schneider ha sottolineato recentemente alla presentazione della raccolta dei primi lavori dei To Rococo Rot, Taken From Vinyl (Staubgold, 2006), ricollegando il percorso del collettivo indietro nel tempo fino alla Bauhaus. “Fu Laszlo Moholy-Nagy, il primo artista ad aver manomesso un 78 giri applicando sulla superficie alcune lettere dell’alfabeto”, afferma accademico, “prima mai nessuno aveva pensato al supporto come strumento”. Eppure, la peculiarità dei To Rococo sta in un “taglia e cuci” (o “smembra e riforma”) esterno al singolo campione, un deejaying scientifico particolarmente attento al sound del supporto stesso, una musica da suonare in un senso e nell’altro; va da sé la palindromia semantica e la prima installazione nella quale una serie di dischi di acetato, plasmati ad hoc, vengono suonati einstüzendemente da trapani con i supporti fatti girare in entrambi i sensi di marcia. Questo l’asse teorico dal quale si svilupperanno le idee del collettivo e queste anche le necessarie delimitazioni di campo in un mare (mai così magnum con napster, internet e PC alle porte) di opportunità musicali. “La cosa più interessante di quel periodo era l’effervescenza, simile per molti aspetti a quella del dopo punk a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta. Molta gente e molte idee, soprattutto mentalità aperte e tante situazioni, anche parecchio distanti, che si incrociavano” ricorda entusiasta Bernd Jestram.

Fuoco creativo che nel 1995 porta il collettivo a realizzare una cassetta omonima (al mixer Bernd Jestram, figura sempre più importante per il trattamento del suono) e un 12’’, Lips, licenziato dalla City Slang e prodotto e missato nei reSource Studio di Heidelberg da Move D. La collezione è l’antipasto di quel che si ascolterà più estensivamente un anno più tardi nell’album d’esordio. Uscirà per un etichetta dell’elettrokraut contaminato, la Kitty-Yo e, coerentemente con Laszlo, sarà un Picture Disc (ma senza alcuna lettera impressa). Il sound del rinascimento è prossimo.

1996

Fatto salvo l’exploit dei Mouse On Mars nel 1994, il 1996 è l’anno dei debutti in grande stile del neokraut. Escono, a distanza ravvicinata, gli esordi dei Tarwater di Ronald Lippok e Bernd Jestran, i Kreidler capitanati da Schneider, i Village Of Savoonga di Markus Acher (autori di un album omonimo nel 1994 ma di fatto ai blocchi di partenza) e Pluramon, il progetto di Markus Schmickler.

Tutti lavori caratterizzati da elementi elettro e rock, amori dub tortoiseiani e reminiscenze cosmicpsych, fascinazioni etno e jazzismi freddi; soprattutto storie personali, ognuna con un proprio perché (e per questo consigliabili tuttora a coloro che certo post-rock…). Inoltre, nessun re o regina da queste parti, piuttosto agili cavalli e alfieri, un piccolo entourage d’unità mobili intelligenti alla maniera preconizzata da Robert Fripp. I Kreidler, capitanati da Schneider (line-up comprendente Thomas Klein alla batteria, Andreas Reihse ai synth e campionatore e Detlef Weinrich al campionatore), si presentano senza chitarre con il buon Weekend, un platter solido tra Tortoise e Can, caratterizzato da ritmiche asciutte e algide, volutamente kraute tra cold-jazz, funk liquido (La Capital) e ambient à la Eno (Shaun). Pick Up Canyon di Pluramon predilige invece un post-rock per seicorde in circolarità elettrock con colate cosmiche Cluster e geografie etniche Amon Düül. E lungo queste coordinate, Cd (City Slang 1996, 7.0/10) dei To Rococo Rot è un catalizzatore, un mix tra suono americano e Krautrock con una passione per la musica dei club, un territorio ancora tutto da scoprire, e soprattutto da decostruire.

Il mix sintetico-suonato, le iniezioni di un funk particolarmente algido e i jazzismi freddi di marca Ecm, costituiscono l’interesse del lavoro più impersonale e asettico del lotto, ma anche quello maggiormente esposto alle due correnti principali della musica dei Novanta. Analogamente agli Ui di Sidelong (Southern, e sempre 1996), e chiaramente agli stessi Kreidler, basso e batteria primeggiano, il dub si riduce a una profondità sterile (Süsse Kuche, ancora Parabola), e l’ambience liquida viene sostituita da groove vicini e lontani dal beat infinito dei rave (Dekothek, Kritische Masse 1, Tour De Repechage, Parabola). È un possibile superamento della lezione Too Pure. Anzi, l’inizio di un’anomalia deutch. Una corrente elettronica che finirà per coinvolgere numerose frange del cosiddetto post-rock americano (per esempio i Labradford diventati Pan American con i quali i To Rococo Rot stamperanno uno split per la nostrana Unhip Records nel 2003) e molto altro ancora.

Schneider TM
2006

Malinconie metropolitane

“It’s good if you have a classic to feed your ego, but our music is made for now, for the people” (Ronald Lippok, 2007)

Testfeld, il brano maggiormente techno dell’esordio dei To Rococo è la traccia più significativa della passione rave vissuta dal collettivo del Milchhof. Un entusiasmo che dura soprattutto lungo la prima metà dei Novanta, quando i Lippok e Jestram dividono le loro giornate tra studio e rave. In particolare, il progetto Tarwater di Ronald e Bernd, che prende vita parallelamente alle session di Lips e CD, pare intriso dello svuotamento psyco-emotivo del dopo ecstasy, un’idea concepita nei pomeriggi dell’after party a guardare vecchi film alla tv, oppure ascoltando un vinile sdrucito della trilogia berlinese del Duca Bianco (o di Iggy Pop…). Forse è forzato pensarlo ma certe zone di Berlino - affitti a poco prezzo, multirazzialità e vita notturna spinta - ricordano l’atmosfera sonnolenta di Bristol e del Wild Bunch (Massive Attack), come simile è anche il grigiore metropolitano e quel nichilismo da occhiale scuro.

Del resto, nella Berlino esaltata dalla new wave storica, pulsa ancora la tradizione dalla Factory warholiana portata dai Lou Reed, Bowie e Pop, un’estetica che ha aggiunto smalti al cuore scuro e tormentato della città. Ed è da questi fiori del male che John Donne (introvabile cassetta) e soprattutto 11/6 12/10 (Kitty- Yo, 1996, 7.2/10), vero esordio di un duo, attecchiscono tra crooning gutturale e trip hop, chamber pop e monocromia post-rock. Mood che si condensano in una splendida ballata come Tar e in un capolavoro di rock decadente come Euroslut. Lippok è una sorta di Tricky teutonico, di Ian Curtis romantico-tragico e di Lou Reed esistenzialista, tuttavia possiede da subito una propria personalità, soprattutto un istinto naturale per le linee di confine.

In Rome, ultra cool sotto il sincopare del basso, il viatico tra l’asettico e il sentimentale apre nuove sfumature e confini, come del resto l’album non si risolve nelle song ma presenta anche delle track, scenari differenti e per nulla inferiori. Han Er Der Inne, è un jazz d’antan sporcato d’elettronica (un anno più tardi un focus maggiore di queste coordinate prenderà il nome di Tied & Tickled Trio per mano di Markus Acher), Theme sviluppa un tema noir su basi post-industrial, New Brood è un intermezzo con inserti concreti, Kleenex mette in campo l’etnica robotica a mo di Residents (che ritroveremo in Rabbit Moon e nei lavori teatrali). In sostanza 11/6 12/10 è un doppio biglietto da visita che alterna canzoni a momenti strumentali, aspetti quest’ultimi che prendono il sopravvento nell’intera tracklist del successivo Rabbit Moon Remixed (Gusstaff, 1997, 6.0/10), pubblicato per la one-mantape- label polacca Gusstaff nel 1997 (e poi ristampato nel 1998 con bonus track a nome Rabbit Moon Revisited). Qui, salvo i suddetti flavour oppiacei, si trovano trame più propriamente soundtrack (Bernd si è nel frattempo trovato un lavoro come compositore) e momenti più oscuri come la stessa titletrack (Les Gammas Mix), caratterizzata da un incessante riff chitarristico “spezzato” e una serie d’elementi spacey; oppure 11/6 12/10 (Elektronauten/ Datec Remix), praticamente un Badalamenti drogato dai Massive Attack. Da altre parti, infine, il viatico per le sonorità dei To Rococo di CD suona quasi come uno scambio di ruoli. Ed è proprio del trio che è il caso di parlare ora. Veicolo (City Slang, 1997), uscito in questo stesso anno, è uno degli album chiave della Germania Novanta.

Casual ergonomics

Tra il 1997 e il 1998 il pubblico internazionale scopre la scena tedesca e i To Rococo sono in prima linea grazie a un perfetto incrocio di incastri elettro-concettuali, techno di marca europea, post-rock e robotica. Per il terzo lavoro il trio ri-edita l’apoteosi della musica cosmica e la proietta nel futuro scritto anni prima da Kraftwerk (Mit Dir In Der Gegend) e Can, in pratica pianta il nuovo “indie-rock adulto”. Caratterizzato da ritmiche scarnissime, effetti centellinati e, soprattutto, imperturbabili metonimie, Veicolo (City Slang, 1997, 7.5/10) fonde tre diverse tradizioni quali il dub, la techno e l’etnica africana portando a compimento quella scientifica scomposizione e ricomposizione che nell’album precedente rappresentava soltanto una possibilità. Ogni brano è tanto logico quanto casuale (pure casual), ogni struttura è quadrata senza risultare minacciosa, ogni sound possiede rigore e specificità in un delicato gioco di pelli ora magmatiche (Micromanaged), ora metalliche (He Loves Me), ora brumose (Modern Homes), ora elettriche (Leggiero).

To Rococo Rot

Smalti e profumi di un corpus sonoro discreet, come lo descriverebbe Eno, ma in costante dinamica d’attrazione ed espulsione. È il sound arty e groovy dell’innamorato del nulla (come lo vuole l’Esctasy), ed è il sound pop dell’elettronica impiantata nelle sinapsi degenerate del post-rock. Sono maturazioni e consapevolezze che fanno di Veicolo il fiore all’occhiello della discografia di un trio sempre più lontano dal mondo delle performance, un aspetto al quale Ronald Lippok tiene particolarmente e che trova modo di coltivare con i Tarwater. Lo stesso anno, infatti, esce a loro nome Silur (Kitty-Yo, 1998, 7.2/10), una sorta di reading retro-futurista sonorizzato nel quale il cantante, con l’aiuto di Danielle Malkoff (presente in due brani: Seafrance Cézanne e nella titletrack), declama alcuni testi presi in prestito dai personaggi più disparati: si va da Marc Bolan nella doorsiana Visit a Mark Dion nella portisheadiana Watersample, da Holland Thompson nella darkeggiante Seafrance Cézanne, al Philippe Cousteau dell’onirica Silur, da Terry Wilson nella folkish No More Extra Time ad Aldous Huxley nella palindroma Ford.

Il risultato è mirabile specialmente per il lato puramente musicale, una variante del trip-hop britannico fatta di velluti mittel e decadenza cinematica anni ‘40 vicino al miglior Tricky e i più catacombali Portishead dell’album omonimo (gli inserti d’archi di The Watersample e V-At). Sul lato track, completando il platter di fascinosi groove, da sottolineare inoltre l’abilità di Bernd e Ronald nel veicolare il lato popadelico che gli stessi To Rococo Rot svilupperanno nella prova successiva (To Moauf). Un appeal al quale finalmente la stampa dedica la giusta attenzione e farà di Silur l’album della consacrazione di critica e pubblico (europeo) nonché il primo ad avere recensioni fuori della Germania, stoccate comprese. Alcuni, infatti, lamentano una certa artificiosità, altri un pop facile perché deliberatamente non articolato, altri ancora di un legame a senso unico con gli anni ‘80. Tutte spine nel fianco che si ripresenteranno negli anni ma a cui il duo sta lavorando, proprio mentre lo stesso Ronald, il fratello e Stefan preparano il successore di Veicolo.

Osservazioni. Soli e atomi

Se Silur dei Tarwater rinfranca l’appetito di Ronald Lippok, e l’uscita del secondogenito di casa Kreidler, Appearance And The Park (Kiff SM, 1998, 5.0/10) delude i più (tanto che tralasciamo di parlarne), pare a posteriori che la solidità di The Amateur View (City Slang, 1999, 7.5/10), a firma To Rococo Rot, debba parecchio all’attitudine pop del primo (e al certosino lavoro d’angoli del fratello di lui) che al basso del secondo. In verità, il contributo di Schneider (quel dub sempre più etnico sul quale il musicista sta lavorando anche in proprio) non manca di rivelarsi prezioso, come l’album, anticipato dall’ottimo EP Paris 25 (City Slang, 1997, 7.5/10), rappresenta un altro caposaldo dell’elettronica “possibile” del neokraut.

Fluidificando il sound di Veicolo in romanticherie siderali e aggiornando le lezioni dei corrieri più cosmici della cordata tedesca, le viste amatoriali si stagliano su sinusoidali figure di synth e eleganti pose pop (Telema), destreggiandosi tra soffici pennellate digitali (I Am In The World With You e A Little Asphalt Here And There), citazioni a pionieri come Art Of Noise (Prado) e deliziose filastrocche (Cars), omaggiando nel finale i Cluster (quelli con Eno), rispettivamente nella malinconica Die Dinge Des Lebens e nell’inquieta Das Blau Und Der Morgen. Dallo scientismo, i To Rococo maturano deliziose marinerie elettroniche rimandando a memoria la lezione enoiana del Neroli e comportandosi di conseguenza, come botanici in un’evoluzione che si rivela humus per moltissima elettronica da cameretta che s’accaserà tanto alla Morr (l’etichetta inaugura nel 1999 con un lavoro di B. Fleischmann) quanto alla Kitty-Yo, Monica Force e compagnia assortita.

Del resto il biennio 1998-2000 è il periodo più fortunato della scena nu-kraut. Vengono pubblicate le eccellenti prove di Mouse On Mars (Glam, Domino, 1998, 7.0/10), Notwist (Shrink, Vicious Circle, 1998, 7.0/10), Pluramon (Render Bandits, Mille Plateaux, 1998, 7.3/10 con Jaki Liebezeit alla batteria), gli esordi improntati sul dub di Schneider-Mapstation (Sleep, Engine Sleep, Staubgold, 2000, 6.5/10) e Pole (1, Kiff SM, 1998, 6.5/10), ma per quel che ci preme rimarcare questo è il momento dell’album per antonomasia dei Tarwater Animals, Suns & Atoms (Kitty-Yo, 2000, 7.5/10), il fondamento dell’elettropop (Ottanta e no) a venire. Che i Tarwater, avessero le capacità di scrivere delle canzoni era un dato quasi assodato, che sapessero scrivere delle All The Ants Left Paris e Seven Ways To Fake A Perfect Skin fu un’autentica sorpresa. L’atmosfera agrodolce, le soluzioni morbide dell’elettronica della prima sono da subito carta carbone per moltissimi indie-kid, mentre la magia elettro- rinascimentale della seconda è letteralmente da brividi, senz’altro un capolavoro. Il resto è una carrellata di stili, specie nei sette minuti jazz-etno-lounge di Noon con canto a due tra Lippok e Justin Electra (e una splendida pioggia di note di sitar e tablas sul finale), oppure nelle Kreidler complessità cinematico-noir di The Trees o nel groove techno di At Low Frequency (con un Lippok a sfoderare un registro à la Unknow Pleasures meets Morrissey) che influenzerà non poco Schneider TM (altro gagliardo berlinese con il quale il duo andrà in tournée quell’anno passando anche in Italia). Tra un motivo parigino Dauphin Sun, o i Tortoise richiamati in Song Of The Moth, a ricamare gli spot incustoditi con le consuete parti strumentali, quel che ne viene è senz’altro un lavoro completo e calibrato, alla faccia del revival ‘80 e dei tedeschi “che non sanno suonare”.

2001 in stallo

Il pop scomposto e poi ricomposto di The Amateur View e Animals, Suns & Atoms, al quale gli stessi capofila Mouse On Mars guardano con sempre maggiore insistenza, fa grande presa sulla critica e sugli stessi musicisti “del settore”. Nel giro di pochi mesi quegli album sono pietre di paragone per la nu elettronica dei 2000 e di conseguenza, in un clima di cambiamento e sovraccarico, con i To Rococo Rot a giocare la carta dei guest-star (e del progetto su commissione), il duo Lippok-Jestram a proiettare frammenti di musiche per teatro e gli stessi Robert Lippok e Stefan Schneider a intraprendere progetti solisti, s’avvia un periodo di passi a lato, riavvolgimenti e ripensamenti. Tra tutte le prove, la più deludente è senz’altro quella più attesa.

Music Is A Hungry Ghost (Mute, 2001, 5.5/10) della cordata To Rococo Rot, I-Sound (che già aveva partecipato in una traccia della prova precedente) e Alexander Balanescu (famoso per le cover dei Kraftwerk di Possessed, 1992, Intercord Tonträger GmbH), finisce per bazzicare un ambient-techno (dai soventi mood poppeggianti) che soltanto in un paio di occasioni s’avvicina alla sufficienza (Your Secrets, A Few Words), e questo nonostante l’ineccepibile quanto ornamentale violino del maestro (From Dream To Daylight e Along The Route) e l’apporto ai loop del dj. Una sorte migliore tocca invece Kölner Brett (Staubgold, 2001, 6.5/10), costruzione del collettivo d’architetti b&k+ al quale l’album è dedicato nel formato di 12 tracce untitled di tre minuti ciascuna giocate tra techno per cassa perlopiù regolare (una devoluzione della filosofia del cut and mix?) e episodi scopertamente pop con chitarre protagoniste (ennesimo indizio della piega post-rock elettronica e anticipazione dei Tarwater a venire).

To Rococo Rot
2008

E sempre in vena di passi di lato (o indietro) Not The Wheel (Gusstaff, 2001, 6.0/10) dei Tarwater, rappresenta una compilation di frammenti di musiche per film e teatro, installazioni e altre rarità, in odor di making of dell’album precedente, un lavoro dai momenti altalenanti tra discreti elettro-pop (Expected), curiosi inserti sinfonici con l’aiuto di Shinju Gumi (Lost Stalker) e skippabili sketch in stile Mille Plateaux (Host/Body/Host e Rejoice In The Sun), o dal taglio orientale (I Want My Machinery To Disappear). Maggiormente degno di nota, ma soltanto per un gioco di specchi, Open Close Open (Raster Noton, 2001, 6.5/10) di Robert Lippok, uscito per la Clear Series della Raster Noton, un EP di tre movimenti (in poco più di venti minuti) a base di ambientglitch e noise, tra micro variazioni ritmico-melodiche, field recordings e loop alla William Basinski.

In pratica nulla di nuovo, se non per la magia del secondo movimento (field recordings e grande ambiente sonico), ma il resto è luogo comune da molti anni.

A Sparkle in The Rain. La maturità

Stanchi di esplorare i velluti viola e le atmosfere che avevano caratterizzato gente come Portishead e For Carnation negli anni Novanta, Ronald Lippok e Bernd Jestram decidono di voltare pagina. Il nuovo capitolo, Dwellers On The Threshold (Kitty-Yo, 2002, 6.8/10) si presenta nelle vesti di un elettro-pop da camera dove suonato e sintetico si mescolano e si compenetrano in soluzioni orientate oltre il muro e al dì la delle claustrofobie di Bristol. L’abbraccio è caloroso mentre gli spazi si distendono senza che questo comporti brusche rotture o preponderanza delle canzoni sulle track (con le quali i Tarwater continuano il lavoro di ricerca e di scenografia).

Del resto, il nuovo corso è più cantautorale che mai e molti brani si indirizzano nel più naturale binomio folk-pop, ovvero voce e chitarra e da questo scheletro, in proiezione verso l’alto, tutto il resto (fiati e violini, percussioni africane, pianoforte e altri strani strumenti in costante dialogo e integrazione). L’input del “suonato” è il naturale step all’apertura anche per alcune collaborazioni, tra gli ospiti di quest’album Tone Avenstroup (il reading di 70 Rupies To Paradise Road che apre l’album in posa motorista alla Neu!), Nicholas Addo-Nettey (le percussioni 1985, Phin e Dogs And Light Tents) e lo stesso Stefan Schneider (le tastiere in Phin), come anche le cover diventano altrettanti segni d’ampliamento dei confini (presente Miracle Of Love degli Swans, di cui però si continua ad apprezzare l’originale…). E per Mouse On Mars tutte queste ragioni, l’album rappresenta l’ingresso in una maturità fatta d’invidiabili conquiste ma anche di momenti di stanchezza. Se da una parte il songwriting di Lippok cresce e si presenta più versatile, catturando specialmente il gusto francese, dall’altra non sempre gli arrangiamenti coprono alcune incertezze in fase di scrittura, ma tant’è, la formula tiene e terrà senza plateali cadute di tono, al contrario dei To Rococo.

Il trio ritorna, un paio di anni più tardi, con Hotel Morgen (Domino, 2004, 5.0/10), un album che si vuole essenziale in una posa speculare alle prove dei Tortoise del dopo Standards. I risultati sono proporzionalmente similari: ripercorrendo le prospettive architettoniche di Kölner Brett, la tracklist decostruisce l’ambient (questa volta prevalentemente house d’inizio Novanta) attraverso un cocktail di ritmi “regolari” e il consueto pbm da cameretta. I risultati non sono per nulla lusinghieri: il pop di Sol, le stesse tartarughe di Dahlem, le illusioni dal catalogo Morr Music (Tal) e i classici spunti di un tempo (Miss You, Bologna) sono prossimi alla compilation chill out (Cosimo, Portrait Song) che al pop trasfigurato di The Amateur View; uniche eccezioni per Non Song (vicina a certe cose di Biosphere) e Ovo (puntellata di glitch e pianoforte), ma non bastano a giustificare una prova in cui gli stessi musicisti pare non abbiano creduto fin dall’inizio. “L’album è stato registrato tra Berlino e Istambul e ha avuto una gestazione difficile. Una volta pubblicato nessuno era soddisfatto dell’intero lavoro”, afferma Ronald Lippok durante l’intervista.

Del resto, poco male: le teste sono altrove e come al solito è Stefan Schneider il più attivo, indaffarato com’è in ben due progetti paralleli, quello solista che sta dando i suoi frutti e quello sul lato soul in duo con Volker Bertelmann (dei Tonetraeger). Da segnalare Version Train (Scape, 2003, 7.0/10) tra Jamaica e Germania con ospite il reggaeman Ras Donovan, un album tra ambient, dub e landscape glitch che aggiorna Rastakraut Pasta di Moebius e Plank (Sky Records, 1980) e la bella prova del 2006 (Distance Told Me Things To Be Said, Scape, 2006, 6.8/10).

Per quanto riguarda Music A.M. è interessante invece la miscela Morr e polveri Stereolab, quanto le celestiali atmosfere Moonshake calate in una pastiera elettro soul molto 70, ma un po’ autoreferenziale alla lunga (A Heart & Two Stars, Quartermass / Audioglobe, 2004, 6.5/10, e Unwound From The Woods, Quartermass / Audioglobe, 2006, 6.4/10). Sul versante Lippok bros, il chitarrista Robert bissa l’anzidetto Ep del 2001 con Falling Into Komeit (Monika, 2004, 6.3/10), ovvero Falling Into Place dei Komeit - edulcorati poppers di casa Monika - visto con occhi un po’ bleep e molto bit (Schemes Like These). Un disco che fa numero e solo quello; mentre il fratello Ronald con Bernd è già al lavoro per il successore di Dwellers…, che viene pubblicato da Morr Music (B.Fleishmann, Lali Puna, Isan, Styrofoam, Manual…) l’etichetta che più di ogni altra deve la sua esistenza al sound Tarwater.

The Needle Was Travelling (Morr / Wide, 2005, 6.5/10) segna per il duo un ulteriore passo verso la melodia e gli arrangiamenti acustici (in questa occasione si sentono trombone, violino, violoncello) e, come per il precedente, ricorrono vari contributi (Schneider Tm, Marc Weiser dei Rechenzentrum e Hanno Leichtmann noto anche come Static), e cover (Babylonian Tower dei misconosciuti Minimal Compact), con la differenza che qui l’ulteriore concessione è per un pop tout court. La scommessa è pressoché vinta: Across The Dial (ludici noises à la Kim Hiorthøy), e Unseen The Disco (up-beat sinfonica molto accattivante) funzionano molto bene, ma da altre parti il songwriting si banalizza un tantino (The People e la coda per coro di bambini accompagnata da sonorità arabeggianti). Del resto, segno dei tempi, il richiamo al catalogo Morr con brani come Stone (a non nascondere arrangiamenti à la Styrofoam), e Jackie (il Fleischmann di Welcome Tourist), connotano una retroguardia piuttosto che il contrario.

Il nuovo lavoro Spider Smile riassetta proprio questo aspetto ritornando nel contempo a accarezzare il discorso sul “poema-acustico” maturato in Silur. Nato da una commissione di una publising house di Chicago (poi abortita), e da una sonorizzazione di uno spettacolo teatrale (entrambi progetti aventi in comune la letteratura americana), l’album rappresenta per certi aspetti un ritorno all’essenza del verbo Tarwater. Sinestesiche associazioni di parole e suoni, scenografie musicali dove pop è soltanto un’escrescenza e la polpa non è altro che un reading musicale astratto che è tutt’uno con la propria ambience. Per il nuovo To Rococo Rot, Ronald Lippok, raggiunto via mail mentre stiamo chiudendo il magazine, fa sapere che è già in fase di lavorazione e verrà pubblicato per la Domino a settembre di quest’anno. “È stato registrato in una session di due giorni perciò avrà un approccio molto più spontaneo e live del suo predecessore”. Il titolo è ancora top secret.

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