Tune in
Pubblicazione 01 Giugno 2003

Radiohead

Un'introduzione

L’evidente capacità di Yorke e compagni di creare culto e aspettativa nonché il messaggio artistico/emotivo di cui il gruppo, volente o nolente, si è fatto carico, hanno stimolato alcune riflessioni che si riassumono in questo interrogativo: longevo fenomeno hype o formula originale di contenuto e di forma? Lo speciale si divide in due parti: la prima, dal taglio socio-musicologico, cercherà di introdurre il gruppo partendo dal suo contesto; la seconda analizzerà gli album e perciò svolgerà l'operazione inversa.
Radiohead
2006

I Radiohead, com’è accaduto per gli U2 di fine anni ottanta, godono di un trattamento privilegiato dalla stampa italiana e europea mentre più tiepida è la critica americana, meno condizionata dalla età anagrafica dei propri critici e da sempre refrattaria a cogliere a braccia aperte quel che viene dall’estero.

In Italia, la maggior parte degli addetti ai lavori musicali hanno un età compresa tra i 20 e i 30, gli anni dell’università e della libertà di gestirsi il tempo, di coltivarsi gli hobby. Sono giovani cresciuti prima con Creep, poi con No Surprises e Karma Police e infine con i brani di Kid A e Amnesiac, simboli quest’ultimi di una svolta indie che corrisponde grossomodo all’evoluzione dei loro gusti musicali: dalla melodia alla ricerca estetica, alla sperimentazione. I Radiohead, come i Beatles, hanno saputo abilmente fondere i gli umori dell’underground con un canale comunicativo di più ambio respiro; tuttavia, da queste parti, poco frequenti sono le critiche che ne evidenziano i difetti e nessuno mai è arrivato a supporre che il “loro limite è sempre stato quello di essere più forma che contenuto, più 'hype' che messaggio, più nulla che tutto” (dalla scheda di Piero Scaruffi sui Radiohead).

Significanti e significati

Una cosa evidente, soprattutto dal vivo, è il timbro di Thom Yorke: egli, come un buon melodie maker, è concentrato sul tiro delle vocali ma, più che un Bono Vox angosciato, il ragazzo paranoico di Oxford è piuttosto un Michael Stipe paganizzato dallo spettro di John Lydon. Vi è, di fatto, una componente punk tipicamente britannica nell’approccio vocale che si lega altresì all’estetica stessa di quel messaggio: forma e non contenuto, abbattimento del senso. È chiaro che la furbizia si nasconde dietro a questo gioco semiotico: nel momento in cui Yorke pronuncia quell’oracolo incomprensibile di parole che alla fine diventano flusso di sillabe, si guarda bene dal tralasciare quei segmenti formati da vocali sospese, inoltre non dimentica la lezione lydoniana, caricando i versi di strafottenza e inedia. Le parole sono pronunciate con svogliatezza, strascicate proprio come se qualcuno avesse costretto il cantante ad esibirsi dopo 36 ore di veglia continuata, fattori questi che hanno forgiato lo stile rock fine Settanta e che si sono inseriti perfettamente nel clima culturale di quegli anni.

Richard Hell sintetizzava, secondo Malcom McLaren, l’estetica del marcio e del manichino che più che aver qualcosa da dire, indossa un’idea, una situazione. Da lì proviene quella voglia di punk che attraverserà l’oceano e si materializzerà nei Sex Pistols, da lì nasce quella variante europea di quell’espressività che dopo più di un ventennio è ancora presente nella cultura giovanile odierna, con il successo dei Radiohead a confermarlo. Da questo punto di vista, il canto di Yorke è un’astrazione di umori di lungo corso che si sintetizzano nell’esprimere un senso di rabbia impotente, una frustrazione di non poter cambiare le cose una volta persa la fede, la morale e/o un ideale. L’incomprensibilità di tanti testi, dove il suono della parola vale molto di più che il suo significato, trova un artista in via di fuga da un mondo che non può cambiare, da macchine che non può combattere e il modo in cui lo fa si adatta bene al disimpegno delle generazioni del duemila, che preferiscono la libertà estetica “di fare ciò che gli va” a quella contenutistica di “dover fare per ottenere”; la forma al contenuto, i tanti vestiti a un'idea precisa.

Digitale

Comunque sia sarebbe sbagliato ricondurre il messaggio/crittogramma radioheadiano a una mera replica punk. Il nodo centrale della poetica di Yorke è la relazione che si viene a creare tra la vita e l’informatica, tra il singolo individuo di fronte alla sovrastruttura tecnocratica odierna. Internet, che ha iniziato a diffondersi nel periodo di Ok Computer, rappresenta la punta di un iceberg complesso le cui trame si radicano nella fluttuazione del senso delle cose a fronte di una iper-razionalizzazione delle strutture sociali contemporanee. In questo senso No Surprises è una canzone al tempo punk – dove la rabbia annega nella noia – ma con degli elementi di inedia e rarefazione che ne costituiscono un evoluzione, o meglio, un’astrazione.

Al tempo dell’operaio/studente punk, le macchine conservavano ancora un volto meccanico e prevedibile, il loro senso si adagiava nella limitazione delle possibilità, sul ripetersi dell’atto. Macchine stupide, dunque, ferraglia ottocentesca ad alto potenziale alienante ma anche macchine tentatrici e intriganti come le spider e le motociclette, mai dimenticati oggetti del desiderio, oggetti altrettanto pesanti, ma simboli di libertà, rovescio della medaglia di un metallo che può opprimere ma anche regalare felicità. Diverse le macchine di Yorke: non presse (Pere Ubu) e neanche pocket-calculators (Kraftwerk), tantomeno marmitte (Mötorhead) ma computer hi-tech incomprensibili una volta aperti, creature potenti, aliene che si insinuano nella comunicazione tra le persone, si pongono come interfaccia tra l’uomo e le cose. Quelle stesse macchine hanno poi ironicamente alla base un codice molto elementare: un flusso binario di uni e di zeri, una logica essenziale di quel che può essere in un modo o nell’altro, senza se e senza ma.

Yorke traduce questa impossibilità di ridurre la vita ai bytes scarnificando la trama melodica giungendo, più o meno consapevolmente, a una rappresentazione artistica del ritorno a forme musicali di vita elementare, quelle dove il suono conta come significante e non come significato, ovvero il suono della voce in sé, come esperienza di senso compiuto. Prendere a prestito la ambient techno “intelligente” di Aphex Twin e Autechre si rivela dunque una mossa funzionale a questa catarsi esistenziale, dove il battito metronomico, i bassi e la ricerca del timbro inedito vogliono affermare un ritorno alle origini, al feto. Anche qui i Radiohead si comportano un po’ come i Beatles, sdoganano generi e stili di nicchia cercando compromessi, con la differenza che mai i Beatles hanno anteposto un teorema estetico-esistenziale alla realizzazione delle loro canzoni. Seppur questa voglia di liquido amniotico percorra trasversalmente tutta la storia del rock e trovi nei poeti Beat la sua origine, oggi c’è bisogno dei Radiohead come una volta c’era bisogno dei Beatles, l’ingenuità dei secondi si è dematerializzata, prima verso un crudo realismo, ed ora verso un umore che punta dritto verso l’interno, verso le pulsioni e la sofferenza della Vita.

Radiohead
2008

Danza Moderna

Ed ecco la danza moderna dei giovani di Oxford, non carica di schizoidi giovanilismi (ricordate Heaven dei Pere Ubu?), simboli di una vita da strada di pasoliniana memoria, tanto meno glacialmente eroinomane, come nella visone bladerunneriana dei migliori Clock DVA, un ballo che si radica in un’estetica molle: del flusso dei bytes che tentano di fondersi al dna della vita, ma non di una vita qualsiasi, bensì di una individualità scarnificata e tolta di ogni pastoia sociale. I Radiohead sono la voce di Yorke – che ha, tra l’altro, l’ultima parola anche sugli arrangiamenti –, un timbro che si riconosce tra mille, sganciato dall’influsso delle droghe e per questo più vicino ad un umore sociale più allargato, di un mondo incomprensibile che perciò ti spinge sempre più verso una ricerca interiore, nell’incapacità di trovare un senso sociale.

Scheda: Radiohead

copertina pdf #91