Nello sterminato marasma delle uscite catalogabili, di volta in volta, come free-psych o come weird, c’è un progetto recente che ci ha attirato particolarmente per una buona (se non ottima) media qualitativa, oltre che per una capacità, post-moderna diremmo, di fondere stimoli e riferimenti in maniera non seriosa e sempre avvincente.
Il nome in questione è Hexlove, ed è il progetto in solitaria di un 27enne (cancer, aquarius rising, scorpio moon, ci tiene a sottolineare) originario del Sud dell’Illinois e di stanza a Portland, non nuovo al proscenio dell’underground americano. Si chiama in realtà Zachary Dain Nelson e nasce come batterista. Lo abbiamo sentito sia negli Who’s Your Favorite Son, God? (trio prog-psych-metal in fissa coi Magma, con un album su Holy Mountain) sia nei Prints, duo condiviso con Kenseth Thibideau (un paio di release su Temporary Residence), ma è con il nom de plume Hexlove che il ragazzo s'esprime davvero. Qui lo spettro di strumenti e riferimenti che può utilizzare è pressocché infinito perché Zak è uno eclettico, non solo nei percorsi musicali ma anche in quelli umani. Uno squattrinato cronico come potrete già aver intuito. Il classico ragazzo che per campà, ha svolto mille lavori.
…a volte sono riuscito a vivere della mia musica, molto più spesso no…lavoro in una scuola materna con bambini fino all’età prescolare, uno dei migliori lavori che abbia mai avuto, non contando quello alla coltura idroponica di pomodori in serra!.
Nelson è un artista, un outsider. Uno borderline. Propone un mix pressochè impossibile da catalogare sotto un unico filone e/o termine di paragone: Hexlove attraversa, infatti, i generi musicali senza remore né timori reverenziali, mescolandoli e fondendoli l'uno nell'altro fino a configurare un suono iridescente e screziato assimilabile solo a quello dell'attimo della creazione. Con in più una leggerezza da fare invidia e un gusto pop (seppur virato in chiave experimental) decisamente invidiabili.
Proprio come un altro personaggio – italiano, questa volta – che abbiamo avuto modo di incontrare tempo addietro: Valerio Cosi. Hexlove gli è molto legato sia professionalmente, sia umanamente. Il trait d’union tra di loro porta il nome di Dreamsheep Records, la altrettanto giovane etichetta messa su da Cosi da un paio d’anni a questa parte e che nel seppur limitato catalogo dimostra appieno la versatilità del suo deus ex machina. Proprio targato Dreamsheep è stato pubblicato un paio di mesi fa il doppio cd a titolo Pija Z Bogiem che ha gettato ulteriore luce sul progetto Hexlove (il disco è stato ottimamente recensito praticamente ovunque), tanto che a stretto giro di posta sono stati messi in circolazione – proprio in questa tarda primavera/inizio estate – altri lavori di Nelson per importanti etichette americane come Weird Forest e, soprattutto, Porter Records. Prima di proseguire oltre però, bisogna fermarsi, fare un bel respiro e fare un passo indietro per mettere un po’ d’ordine nella carriera di Hexlove.
Per ripercorrere le tappe essenziali che hanno portato Nelson/Hexlove ad una tale, spaventosa crescita nel giro di un paio di anni scarsi di attività – e bypassando il cd-r a uso personale rappresentato da Quit Acting Like An Indian – bisogna andare indietro non di molto. Siamo alla fine del 2008 quando col numero di catalogo 70182 esce per Holy Mountain Knew Abloom (Life’s Hood). Un esordio sostanzialmente ben accolto sul web soprattutto da siti come Dusted, sempre attenti alle evoluzioni bislacche e stimolanti del suono genericamente definibile come weird america. Knew Abloom è però – come spesso accade a molti primi passi del (non)genere frequentato da Nelson – non proprio ben focalizzato; se è nella sua natura quasi collagistica il vivere sulla frantumazione, gli 11 pezzi tendono troppo alla dispersione, quasi che a muovere il tutto fossero inarrestabili forze centripete. O una incontrollabile impazienza creativo/comunicativa. Un insieme difficile da descrivere, un blob sonoro che è ancora un coacervo indistinto e poco malleato di bizzarre idee incentrate su una forma di pop contorto e bislacco, ritmicamente acceso come sarebbe lecito attendersi e giustamente equilibrato tra analogico (il suonato) e digitale (il processato al computer). Bricolage ritmico, pastiche retro-futurista, cantilene spastiche, bozzetti di elettro-ritmica demente, senso del pop astruso e fuori fase. Questo è, molto genericamente, ciò che troverete in Knew Abloom. A distaccarsi in questo bailamme di caleidoscopici input è il distico finale rappresentato dalle quasi gemelle Excepting Eternity In The Relationship e Excepting Eternity In The Stretch. Qui il respiro si fa ampio e le strutture si dilatano, tanto che non è un caso che i due pezzi sommino un buon terzo dell’album. L’esser poste in coda all’album, poi, è un escamotage troppo evidente per non farcelo notare. Lì, in quegli ultimi due pezzi, la direzione musicale di Hexlove ha già preso una svolta decisiva.
Ad emergere – nello specifico nei due pezzi finali, ma più in generale in tutto l’album – sono infatti almeno un paio di ottime costanti che segneranno trasversalmente i dischi a venire: innanzitutto la capacità di saper giostrare con una tavolozza di colori molto ampia ed eterogenea, priva di compromessi e incoscientemente (quasi fanciullescamente) libera di muoversi tra pulsioni diverse. E poi l’abilità nel saper ricercare l’ampio respiro necessario affinché quelle musiche stratificate, aggrovigliate, intricate possano liberarsi in tutto il proprio splendore. Tratti che, a ben vedere, sono il cuore del suono “maturo” di Hexlove, per quanto l’aggettivo possa suonare bizzarro per un progetto relativamente così giovane. Quelli che erano semplici e brevi abbozzi di un sentire musicale a tutto tondo esplodono letteralmente in dischi come Pija Z Bogiem, Your Love Of Music Will Be An Important Part Of Your Life e l’ultimo arrivato Want To Be Nice accentuando ancora di più la predisposizione free e open-minded di Nelson.
Il suono di Hexlove nelle sue releases “mature”, si diceva, è infatti qualcosa che si avvicina terribilmente al suono primordiale, quello dell’attimo della creazione. Un florilegio di suoni impazziti e divergenti che si scatenano uno dietro l’altro, ognuno dal precedente e verso il successivo, ignari e incoscienti di questo processo di continua evoluzione/fusione (meta)generica. La descrizione più prossima che ci viene in mente è qualcosa di piuttosto banale nella sua efficacia: il suono insieme stordente e caleidoscopico di un’improvvisa fuga di centinaia di uccelli colorati da un albero immenso nella foresta amazzonica. Un fluire insieme cacofonico, multiforme e soavemente musicale di un qualcosa di totalmente inafferrabile per noi umani. Eppure inconsciamente conosciuto. Giri di parole, i nostri. Esercizi retorici che possono solo suggerire sensazioni e – si spera – indirizzare chi legge verso una esperienza da provare per tentare di capire ciò che è letteralmente inspiegabile a parole.
Nell’economia della produzione a marchio Hexlove un ruolo decisivo – come si diceva sopra – lo gioca una piccola ma attenta etichetta americana, la Weird Forest, tanto parca di informazioni quanto generosissima nell’eccellenza delle sue produzioni: Can’t, Pocahaunted, Emeralds, i fantastici Ganglians e molti altri si alternano in un catalogo eterogeneo per suoni e formati e che passa agilmente da drone-noise a pop in modalità lo-fi, così come dal digitale di cd e cd-r all’analogico di tutte le misure del vinile. Come spesso accade in questi ambiti da coda lunga, l’attenzione verso l’edizione da artigianato dell’underground è il fiore all’occhiello dell’etichetta, soprattutto per quel che riguarda la grafica di copertina. Proprio le cover dei dischi che Hexlove ha pubblicato per l’etichetta americana – Free Jazz From Slavery, doppio vinile splittato col suo alter ego Faulouah, e l’appena uscito Want To Be Nice – offrono una possibile chiave interpretativa per i suoni in esse contenuti.
La mostruosa figura deformemente antropomorfa (ma non minacciosa) che svetta sul doppio vinile – opera dell’artista americano Zach Pangborn e intitolata Entder – è per metà una creatura da immaginario fantasy, per l’altra metà smokey, l’ignoto fumo nero di Lost e nei suoi tratteggi infantili rievoca la ambivalenza di fondo delle musiche di Hexlove: quella tra dimensione giocosa, quasi innocente di certi momenti, e quella oscura, latentemente minacciosa, fiabesca ma non rassicurante di altri. Nello stesso modo l’interno della copertina gatefold – una foto trattata di Jesse Vasquez in cui due figure umane nude ballano intorno ad un ibrido metà uomo, metà albero – rimanda ad una dimensione panica, naturale, ancestrale alla quale però sottostà sempre una tensione latente e una ansietà sospesa.
I 15 pezzi del doppio vinile colorato sono ancora equamente divisi tra brevi singhiozzi (ritmici, vocali, strumentali) e momenti di più ampio respiro, ma sempre comunque all’insegna del pastiche sonoro ad alto voltaggio pop. Ciò non deve meravigliare, dato che ci troviamo ancora vicini all’esordio Knew Abloom come periodo di registrazione. Così tra claudicanti andamenti ritmici (They’re Bronze Rusts), folate di drones come fossero flutti imbizzarriti (Dew, Fields Feel), dissonanze arty (Grump Up The Volume), rarefatti passaggi ambientali (Rainy Road Worrier, i vuoti di Exits Very Damp) si srotola un album i cui riferimenti rimandano a tutto ciò che è compreso tra l’Another Green World di Brian Eno e certe aperture da experimental pop che dai Pere Ubu arrivano ad Animal Collective. Sono però di nuovo i pezzi più distesi – di nuovo, non a caso, posti al termine dei due singoli vinili – a stuzzicare l’orecchio di chi ascolta. God Is Good, Goddess Is Great, Let Us Thank Her For Our Moon – che sin dal titolo evoca ambientazioni paniche – condensa in 12 minuti un intero microcosmo di suoni screziati e trascendenti, che partendo da uno xilofono trattato si trasfigurano in un fluire di drones fluttuanti fino all’overdrive; Psychopomp, dal canto suo, conclude il secondo disco procedendo sulla stessa linea con 20 minuti di stratificazioni tra ambient chiesastica e attitudine spacey isolazionista veramente prossima alla stasi cosmica.
Nei pochi mesi che separano Free Jazz From Slavery dall’altra uscita targata Weird Forest Want To Be Nice, Hexlove non se ne sta affatto con le mani in mano. La creatività di Nelson, invece, deborda, manifestandosi con altri due colossi in doppio cd entrambi, Pija Z Bogiem e Your Love Of Music…, oltre che con un 3” in cui propone una colonna sonora immaginaria, Music From The Film Es Noonar Covencha. Del primo doppio cd, uscito per Dreamsheep, si è già parlato in sede di recensione (cfr. SA marzo 2009). A colpire fu soprattutto la trasversalità del suono di Hexlove, quel suo vivere di tensioni e opposti senza preconcetti né preclusioni. Schizzi e guazzabugli di psichedelia krauta e french touch spastico, pop orchestrato e tribalismo apolide, vocalità cangiante e elettronica post-canterburyana, vaga ambient isolazionista e droning introspettivo si alternano e fondono in un unicum spiazzante e originale. Nelle rece lette in giro ad essere tirati in ballo sono spesso e volentieri i nomi di grandi outsiders come Dimthings, Wild Man Fischer e Residents. E non a torto.
Il secondo doppio esce invece proprio in questi giorni per Porter, importante etichetta che ci ha già dato – per rimanere alle nostra latitudini – il Collected Works di Valerio Cosi e si accinge a pubblicare la collaborazione a tre Fabio Orsi/Gianluca Becuzzi/(Etre). Your Love Of Music… è un album bipartito in cui convivono due delle mille anime di Hexlove: quella ansiosamente ritmica e vocalmente accesa che si rifrange in composizioni spigolose e angolari e quella spacey, dilatata che allarga e sfuma i confini dei pezzi, trasfigurando i dettagli in una personale idea di ambient music. È però col secondo disco per Weird Forest, Want To Be Nice, che la metamorfosi di Hexlove – se di metamorfosi vogliamo parlare – giunge a compimento. Ottimamente rappresentato in copertina da quello che sembrerebbe essere una sezione di un albero, l’album consta di una sola, lunghissima traccia strumentale di 40 minuti in cui l’universo in continua espansione dell’a.k.a. di Nelson si dilata in maniera ulteriore verso un concentrato organico a metà tra Klaus Schulze e i Sunroof. Vera e propria fusione a caldo dei mille input sonori presenti nell’universo Hexlove, Want To Be Nice è una iridescente foresta metaforica senza soluzione di continuità che – stando a quanto afferma Zac nella intervista che segue – potrebbe essere il prologo a releases manifestamente ambient. Psych, weirditudini varie, svisate kosmische; ma anche pluriorchestralità cangiante, impressionismo haunted, looping bucolico e frammentatamente melodico. Tutto si fonde e confonde in un unicum stordente e debordante che rimanda, ancora, all’attimo della creazione. E se ci si ripete è perché tutto il portato di Hexlove, non solo la lunga suite in questione, sembra essere una polaroid in salsa ambient-massimalista di quel momento atavico.
Giunti, a questo punto, al termine di questa indagine su Zac Nelson e sul suo a.k.a. più compiuto verrebbe facile per via di alcuni tratti evidenti (la dimensione panica, la tendenza free, l’ascendente psych virato kraut, una neanche tanto latente freakitudine…) accostare se non accomunare l’esperienza Hexlove al vasto e inclassificabile panorama weird a stelle&strisce (e non solo). Le coordinate di partenza sono a volte simili, molto più spesso proprio le stesse. E progetti recenti piuttosto interessanti come Ducktails, Sun Araw, High Wolf – giusto per fare qualche nome da poco giunto alla pubblicazione di dischi lunghi – non sono così distanti dal clima rigoglioso e positivamente ridondante evocato dalle aperte strutture di Hexlove, nonostante i mezzi interpretativi siano a volte piuttosto diversi. C’è però uno scarto evidente con un simile panorama; e risiede nel fatto che qui non si cerca il primitivismo, ma si trova l’ancestrale, la primordiale brodaglia, l’ur prima dell’ur. Mai dimentichi però del fatto che il tutto rifugge seriosità preconcette per abbandonarsi ad un gusto (e a volte a modalità) pop. Per quanto il termine possa suonare strano a chi non è abituato ad associarlo solo a proposte mainstream.
Di seguito una breve e frammentata intervista con Zac ci illumina su alcuni punti salienti del proprio sentire musicale.
Ho cominciato a suonare la chitarra dal 1994, giocherellando e registrando divertenti quanto inutili cassettine, ma poi sono entrato in possesso di un programma per il sound editing e ho cominciato a manipolare suoni e samples. Quando ho trovato un programma per il multi-tracking ho iniziato a inserire voce e batteria e qualsiasi altro strumento sul quale potevo mettere le mani, sovrapponendoli gli uni agli altri. Credo che la ragione dietro ogni forma di espressione artistica per quel che mi riguarda sia il piacere che ne traggo nel farla, oltre che sapere che piace agli altri…questo mi rende felice! E se agli altri la mia arte non piace, beh, è ok lo stesso…
Voce, chitarra, basso, piano, synth, tastiere, percussioni, campane, cianfrusaglie varie e tutto ciò su cui riesco a mettere le mani.
Parto sempre da first takes e semi improvvisazioni in solo, in cui utilizzo più strumenti possibili per quanto posso essere in grado di fare suonando da solo…anche se poi impiego molto tempo a manipolare ed editare i suoni…
Credo che la musica possa comunicare qualsiasi cosa l’essere umano o ogni singolo organismo vivente voglia…con Hexlove – o con qualsiasi altro moniker io usi – cerco di rompere le barriere e le regole, superare i preconcetti su ciò che la musica (e la vita) può essere, mostrando a me stesso in primis che esse sono illimitate e bellissime…
Cerco di incasinarmi il cervello o costringere la mia mente a sgobbare rielaborando tutto ciò che è soggettivamente classificato “pop” per comodità. Per molte persone sembra valere l’assioma catchy = pop; per me vale invece in primo luogo chiedersi cosa è catchy, quale è il suo significato, perché la ritengo semplicemente una parola totalmente separata dall’esperienza dell’ascolto della musica, anche se comprendo che abbiamo bisogno di parole per comunicare…è come guardare l’oceano e chiedersi “cosa sta succedendo laggiù?” e la nostra mente, che vuole sentirsi a suo agio e sicura di se stessa, decide di dire “oddio, è bellissimo” e quell’essere “bellissimo” è anche più semplicemente un rito arcaico che sta lì di fronte a te e ti guarda senza bisogno di parole…
Si, è molto più “disteso” rispetto alle altre uscite; credo dia a chi ascolta, e anche a me, un sacco di tempo per rilassarsi…
Non pensavo girasse ancora. Il titolo esatto è Quit Or Start Acting Like An Indian, così chiamato in risposta ai giovani che cercano di atteggiarsi allo stile di vita dei nativi. Che è un bel modo di approcciarsi alle cose, ma in questo caso credo che sia più l’attrazione per quell’immaginario che una vera passione…
Mi piacciono praticamente tutti gli album dei The Work (misconosciuta band inglese dei primi anni '80, nda) oltre alla musica dei miei amici, ma principalmente sono influenzato da un sacco di altre cose che non sono prettamente progetti musicali human oriented…
Ne ho molti…Zach Hill, Valerio Cosi, Carson McWhirter, Trawler Bycatch, Daniel White, Scapulamanci, Stephanie Simek, Shane Skogberg, Steve Rodgers…ah, quasi dimenticavo, anche il mio grande amico Kenseth Thibideau…
Si, il suono della natura, ma anche tutto ciò che nella natura ha luogo: i sogni, gli animali, la terra, lo spazio, le emozioni, la lotta, le birre, i sorrisi, il cibo, i giardini, la famiglia…
L’unica band che conosco di quelle che citi è Animal Collective, ma credo che la gente compari la mia voce a AC solo perché è ciò che la loro collezione di dischi permette loro…comunque mi piacciono molto AC, ma è una conoscenza piuttosto recente e credo siano piuttosto diversi da Hexlove…penso inoltre che ci siano decisamente troppe band col termine wolf nel proprio nome…
Di solito preparo loop vocali e di tastiere e suono la batteria mentre racconto barzellette; ma a volte pre-registro una idea e invito amici a suonare con me…
Faulouah è stato il nome del mio solo-project per anni, e ho voluto cambiarlo perché non volevo passare tutto il tempo a dire alla gente come si pronunciava…prendilo come una sorta di addio a quel nome…
Faccio attualmente parte della band Trawler Bycatch con ZDB (Zachariah Dellorto Blackwell dei Danava) Russ (Zonder, Ali Akbar Khan) and Jonnie (Fistfite); ho anche finito di registrare un disco col moniker CHLL PLL con Zach Hill (Hella, etc...)
Si, uscirà un album ambient per Thor’s Rubber Hammer, un vinile su Porter l’anno prossimo e numerosi split 7”…inoltre, come ti dicevo, usciranno dischi con altri progetti come Chant Oh’s, Chll Pll, Trawler Bycatch…mi piacerebbe molto fare un tour europeo se solo qualcuno mi aiutasse…ci penso veramente spesso…
Scheda: Hexlove
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