Danger Mouse, Sparklehorse e David Lynch, ma non solo. Iggy Pop, Flaming Lips, Black Francis, Jason Lytle, Julian Casablancas, James Mercer (The Shins), Gruff Rhys (Super Furry Animals), Nina Persson, Suzanne Vega e Vic Chesnutt. Questi, tutti i nomi che hanno partecipato all’ambizioso progetto discografico Dark Night Of The Soul. Se i primi due sono le menti dalle quali è scaturito il tutto e il terzo è colui che lo ha confezionato con tanto di corredo visuale – ogni brano possiede un vero e proprio film fotografico da sfogliare –, i restanti dieci sono gli ospiti ai quali è affidato il ruolo di interpretare vocalmente le canzoni.
Come se tutti questi artisti, protagonisti indiscussi del panorama indie e non solo, non fossero bastati a far catalizzare attenzioni e aspettative, ci si è messo addirittura un misterioso (major)boicottaggio della EMI a far salire un hype sproporzionato intorno all’album in questione. E proprio quest’ultima bega legale rischia di far deragliare il giusto approccio critico al progetto, facendo perdere appunto la criticità a favore di una presa di posizione ideologica, seppur involontaria, legata comunque all’attuale crisi dell’industria discografica. Non è un caso, infatti, che sul Web le prime reazioni abbiano avuto quasi tutte connotazioni estreme: o “album del secolo” o “infima strategia di marketing”. Ecco, noi il rischio ideologico non lo vogliamo correre, però non per questo ci limiteremo a parlare esclusivamente dell’aspetto musicale dell’album. Anche perché quest’ultimo, ufficialmente e concretamente, non c’è. Ma andiamo per ordine.
Brian Joseph Burton, il talentuoso e fantasioso produttore noto come Danger Mouse, e Mark Linkous, il malinconico e intimista Sparklehorse in persona, pensano e decidono di scrivere e arrangiare a quattro mani tredici tracce appositamente per un album corale e interdisciplinare: pedina fondamentale del progetto è proprio il regista visionario David Lynch. La notizia inizia subito a girare in Rete, curiosità e aspettative, visti anche i nomi degli ospiti coinvolti, salgono esponenzialmente, e non potrebbe essere altrimenti. Ci sarebbe da aspettare fino a estate inoltrata – così annuncia il sito ufficiale del progetto www.dnots.com, messo in piedi per l’occasione –, ma magicamente, o meglio ordinariamente, nei primi giorni dello scorso maggio gli mp3 dell’album sono già scaricabili un po’ ovunque sul Web, con somma gioia dei fans. Ma è qui che sorgono le complicazioni: la EMI minaccia di muovere un’azione legale contro Danger Mouse (già recidivo per il suo geniale Grey Album), perché attualmente sotto contratto con essa e quindi non autorizzato a partecipare all’album in questione. La pubblicazione quindi non s’ha da fare. Ma solo apparentemente. I Nostri decidono ugualmente di dare alle stampe il tutto – case, booklet, libro fotografico –, ma senza musica. Infatti, il dischetto all’interno non è altro che un cd-r vuoto. Nessuno dei titolari lo ha detto chiaramente, ma masterizzare su di esso gli mp3 freschi di download è cosa più che logica. Il problema legale sembra aggirato, e l’industria discografica ancora una volta sembra spiazzata e impreparata.
Delucidato ora l’aspetto formale, veniamo ora al contenuto, alla musica, agli mp3. Di sicuro non si può certo parlare di “album del secolo”, e neanche del migliore album degli Sparklehorse o di Danger Mouse. Però neanche ci troviamo dinnanzi a un fallimento, anzi. Mark Linkous, già nelle sue ultime uscite aveva fatto notare una lieve, forse naturale carenza creativa, rispetto agli standard a cui ci aveva abituato con i suoi primi due lavori. E le canzoni ora proposte sembrano confermare questa tendenza: niente di disastroso, ma quei picchi artistici restano purtroppo una spanna sopra. Indubbio, però, è l’ottimo lavoro di arrangiamento e adattamento dei brani che lui e Danger Mouse sono riusciti a fare. La cosa che più colpisce è l’eterogeneità: si passa da atmosfere umbratili e spettrali a sfarfallii pop, da ritmiche sostenute a passaggi fortemente psichedelici, fino a ballad ora cupe ora leggiadre, toccando vari generi musicali con una maestria unica. In più sono riusciti letteralmente a cucire i brani addosso agli interpreti: emblematici sono gli episodi con Julian Casablancas e con James Mercer. L’ascolto fila via senza cadute di tono, e per un album collettivo è un merito di non poco conto. Se si aggiungono anche le immagini di Lynch…
Più che la notte buia dell’anima, chi sembra attraversare le tenebre è proprio l’industria discografica. Chissà se il suo viaggio avrà veramente un termine…
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