Drop Out
Pubblicazione 31 Luglio 2009

Martin Denny, Yma Sumac, Les Baxter

Mondo nostalgia

Le sette vite dell'Exotica

Cosa c’è dietro quei dischi strani che, tre lustri fa, tornarono dall’anticamera della memoria a reclamare il proprio valore?
Pizzicato Five
1996

A Walk on the memory side

E’ fatta così, la memoria: un momento ti schiaffeggia e quello dopo ti commuove; alterna una carezza alla lacrima facile ed è culla meravigliosa se non ne abusi. Lo sa fin troppo bene chi traffica col pop e la sua seduzione, col senso di artificiale ed effimero che, invece, nasconde un’attenzione creativa da lasciare senza fiato. Per definizione faccenda sfuggente, è mistero che tutt’ora spinge critici e ascoltatori avvertiti a pontificarvi sopra. Un gioco di maschere e reinvenzione del passato, costruisce in noi uno spazio parallelo e da lì, incessantemente e talvolta in modo subliminale, riadatta i cascami della cultura di cui è parte integrante e, di rimando, contribuisce a plasmare. quanto legato a significativi immaginari retrò - exotica, easy listening e tutte le musiche incredibilmente strane - funziona da coperta di Linus, adeguatamente confortevole e affettuosa con n valore aggiunto di sperimentalismo istintivo.

Il problema è quando, grattando sotto la superficie, emergono stridori e risacche inquietanti; quando ciò da cui si cercava rifugio si ripresenta ineluttabile. Non un caso, allora, che le musiche di cui parleremo siano figlie di epoche complesse e socialmente instabili, nelle quali i cambiamenti passavano sottoterra ed erano, di conseguenza, vieppiù rischiosi. Gli anni ’50, i medi/tardi Novanta e l’oggi infinitamente grande o piccolo restituiscono, con differenti gradazioni, una sorta di deformazione prospettica dove le cose non sempre sono ciò che sembrano. Eccoci nuovamente di fronte quella nostalgia fantasmatica - la ghostalgia di cui parla Simon Reynolds - cui oggi non è possibile rinunciare e che si dimostra sempre più un fertile terreno d’indagine sonora, propellente creativo per musiche nuove ma vecchie. Non è una puntata di The Twilight Zone, no. Soltanto la vostra facoltà di ricordare che si sta risvegliando. Tenetevi saldi.

The revenge of easy listening

Più che dagli anni Cinquanta, che del fenomeno exotica furono culla e detonatore (per un approfondimento qui impossibile rimandiamo al volume Mondo Exotica di Francesco Adinolfi edito da Einaudi nella collana Stile Libero), è da un passo a noi relativamente più vicino che vorremmo partire, cercando i motivi per cui, ad un certo punto, generi da sempre considerati spazzatura divennero epitome della coolness. Ricordate? Verso la metà dei ’90 prese corpo una sorta di riabilitazione della muzak, di suoni accessori - perciò strumentali al quadrato - confinati a hall e ascensori di alberghi, oppure colonna della filodiffusione apparentemente innocua dei supermercati, che occulta(va) fini di persuasione subliminale.

Il fatto è che ne avevamo le scatole piene del rock “indie” vero e di quello falso, degli avanzi del grunge - ultimo rialzarsi di cresta del “rock come lo conoscevamo” chiusosi in mercimonio e tragedia - e ci guardavamo intorno: jungle e drum ‘n’ bass erano sugli scudi, i rocker non avevano ormai più ritrosie a danzare dopo aver consumato Screamadelica. Mancava qualcosa, però, tra il brit-pop e la nuova onda della nuova onda, tra un Chris Isaak intento a fabbricare in vitro dei ’50 mai esistiti e altri ex duri e puri che si rifacevano il trucco con ironia posticcia. Avvertivamo un vuoto pneumatico, dentro e attorno, che il post-rock s’apprestava a colmare facendo di necessità virtù, affidandosi a freddezza, distacco emotivo e calcolo matematico applicato. La strada rispondeva ricreando lo stile ruvido che fu ma dimostrando che si trattava per lo più di una messinscena, per quanto piacevole, giacché l’innocenza nel rock - dopo Pussy Galore e Royal Trux - era faccenda morta e sepolta.

Nel frattempo s’erano sbriciolati i muri che separavano il mondo sin dal secondo dopoguerra, cosicché la società prese a correre sempre più frenetica e noi le tenevamo dietro mentre quel buco rimaneva aperto. Niente più ideologie credibili e come allora riempirlo? Allargando ulteriormente le frontiere dell’accettabile in musica, ovviamente guardando avanti e indietro: dandosi al crossover totale e pescando là dove non ci s’era mai spinti: verso pionieri dell’elettronica (qui non citati per limiti di spazio: ci torneremo su) e indagatori di mondi che non esiteremmo a definire, con familiare aggettivo, “alternativi”. Come spesso accade, la domanda stimolò l’offerta - si veda il debito del “post” verso il rock d’ascendenza germanica - ed ecco volare sugli scaffali dei negozi ristampe inaudite. Non senza esitazioni e diffidenza, ci convincemmo che non erano niente male, del loro trasudare la stessa passione da devoti visionari di taluni classici capisaldi rock. Questione di reciproche influenze e alberi genealogici, se vi va. Così la fascia di mercato giovane si appropriò delle sonorità bislacche appartenute ai genitori, i Denny ed Esquivel - per tacer di Burt Bacharach, il cui ritratto campeggia sulla copertina di Definitely Maybe degli Oasis - degli anglosassoni, piuttosto che i nostri Piccioni e Trovajoli.

Da lì decollò un florilegio di raccolte, epifanie e nuovi gruppi a loro ispirati, taluni scarsi assai e altri viceversa di peso come Combustible Edison o Cardigans (essendo i decostruzionisti pop Pizzicato Five attivi da molto prima; allo stesso modo, la El Records di Mike Alway funse, nei secondi ’80, da anticipatrice e ponte). Fu tutto un recuperare suoni e strumenti vintage - e riadattarli ingegnosamente: benvenuti, Stereolab e Pram - per capire cosa ci fosse dietro, in una reinvenzione continua che ora rinvieni nei gruppi “neo-ye ye” italici e, soprattutto, abita i quartieri della Trunk Records. Ci stava la memoria e nient’altro, a fare i conti con la crisi del presente attraverso sonorità che, per la loro natura ausiliaria, benissimo si prestavano - si presteranno in eterno - a essere caricate di qualsiasi significato. Oppure, a fungere da tornasole per l’assenza di quest’ultimo e l’azzeramento che ci tiene in scacco.

Da quelle brume mitiche riemerse l’ottimismo del dopoguerra, che a rifletterci scopri evidente esorcismo dell’atomica e della minaccia del comunismo, altrove sublimata negli alieni invasori delle pellicole d’epoca. Non è un caso, ma l’ennesimo elemento unificatore, l’evidenza che la famosa “space age” testimoniò un’esplosione tecnologica da restare a bocca aperta, simile a quella avvenuta dagli anni ’90 ad oggi e tuttora in evoluzione: che essa fosse utilizzata a fini artistici è illuminante chiusura del cerchio. Quanto stride, però, la bachelor pad music figlia del crescente benessere e relativa alienazione, trasmessa da luccicanti impianti stereo per scapoli all’ultima moda (chiamarli “uomini soli” restituiva troppa disperazione); il rifarsi a immaginari esotici posticci - perché l’esotico è in primis questione prospettica - incarnava una fuga dalla quotidianità dell’americano medio, dalle casette suburbane tutte uguali e dalle famiglie felicemente disperate in modo tipicamente puritano dipinte da un film commovente e arguto come Pleasantville.

Yma Sumac
1956

From ghosts to heroes...

Da quelle inquietudini sommerse in surreali coloranti originano la genialità di Martin Denny, considerato un po’ da chiunque il padre dell’exotica, forgiata a colpi di percussioni e classici trasfigurati, idoli Tiki e ritmi latini appresi nella gavetta triennale in Sudamerica. Ne risultò la cosciente metamorfosi - forte di un’attenzione profonda alla restituzione del suono, poggiata sulla nascente stereofonia - di qualcosa di familiare in un escapismo di paradisi più artificiosi che artificiali. Deceduto a 93 anni nell’amata Honolulu, ispirò persino la nascita del finto esotismo della Yellow Magic Orchestra e non ne sfuggono le ragioni. Suo braccio destro il vibrafonista Arthur Lyman, presto imbarcatosi in una carriera solista dallo stile ancor più sospeso e sognante, apici le Yellow Bird e Taboo che rivaleggiano per successo con la Quiet Village del Maestro.

E Juan Garcia Esquivel, che godette nei ’90 di un’incredibile quanto inattesa riscoperta ed è, se si parla di puro talento musicale, l’elemento di spicco tra quelli qui citati? Un Genio che superò i confini tra lounge music, sperimentazione tecnica e avanguardia, fuse in dischi di gradevolezza somma. Imprevedibili, tutt’ora scintillano e riportano in auge un pianista e arrangiatore superbo nato in un paesino messicano e finito alla prestigiosa Juilliard School di New York. Che cavò una fortuna da musiche adattissime al crescente mondo televisivo e approfittò intelligentemente della moda “hi-fi”, piegando allo scopo le potenzialità di strumenti mutuati dalla contemporanea come theremin e ondioline, inserendo nel tessuto orchestrale e ritmico i primi pianoforti elettrici. Materiale, il suo, che riporta alla mente soggiorni in formica e feste a base di Martini ed è, per le svolte pericolose eppure garbate che l’attraversano, nient’altro che innovazione resa di pubblico domino, ossia “pop music” nell’accezione più vera e profonda. Sirena che richiamò anche Les Baxter, che lasciò la promettente carriera di pianista da concerto per l’accessibile jazz di Mel Tormé e Artie Shaw.

Diventato arrangiatore e direttore d’orchestra per la Capitol nel fatidico 1950, colse l’attimo per dedicarsi a colonne sonore e lp come Le Sacre Du Sauvage e Brazil Now, in cui l’educazione sinfonica conferisce forme inaudite a suadenti esotismi. Non contento e mostrando un’americanissima versatilità da showbiz dirà la sua sul folk-rock e finirà alla corte di Roger Corman, altro arti-genio di prim’ordine. Da uno che intendeva e proponeva dischi alla stregua di viaggi turistici sonori evocando suoni selvaggi e pagani non poteva non raccogliere l’ammirazione di David Toop e che ciò vi basti.

Altro nome da leggenda (in tutti i sensi…) è Yma Sumac: circondata da un alone di mistero, la si spacciava per discendente di regnanti Incas, mentre era una casalinga di peruviani natali battezzata Zoila Augusta Emperatriz Chavarri Del Castillo. Contava poco o nulla, giacché la Nostra - passata a miglior vita nel 2008 - possedeva un’ugola fenomenale di cinque ottave, partita dall’orchestra del marito e calamitata poi dall’onnipresente Capitol, pronta nei ’50 a farne una stella di prima grandezza con Les Baxter. Contando anche su presenza scenica e fascino non indifferenti, arrivò persino a esibirsi oltrecortina, senza mai abbandonare le scene e anzi godendo d’un ritorno di fiamma verso fine ’80. Il segreto è da cercarsi con tutta probabilità in corde vocali che viaggiavano disinvolte da 123 a 2270 hertz, spaziando dal baritono al soprano e utilizzando persino la “doppia voce” come nella tradizione del canto di Tuva.

Roba dell’altro mondo, se non di un’altra era: che fosse effettivamente una principessa precolombiana? Difficile dirlo, così come difficile è catalogare Eden Ahbez, che vergò il superclassico Nature Boy e diede alle stampe nel 1960 Eden Island, lp che mischiava exotica e poesia beatnik in modo così spericolato da risultare credibile oltre l’eccentricità dell’idea. Nato Alexander Aberle a Brooklyn sul principio del XX secolo e trasferitosi nel secondo dopoguerra in California, lo dici tranquillamente un proto-hippie in virtù del look della vita misticheggiante da vegetariano all’aria aperta. Il che non gli impedì di far incidere il successone di cui sopra a Nat King Cole intascando bei soldoni, registrare jazz-poetry e obliquo surf e rock & roll. A mo’ di cerniera sul passaggio da quest’ultimo a rock e basta, sappiate che una fotografia ritrae Ahbez in studio nel ‘66 con Brian Wilson.

Les Baxter
1960

Vi sarà ormai ben chiaro, quanto certe sonorità si siano riverberate per anni e come artisti eccelsi (farne la lista porterebbe via pagine su pagine; e, a dire il vero, di levarvi il gusto della ricerca non ce la sentiamo…) e sovente tra loro diversissimi vi abbiamo attinto. Un segreto ci dovrà pur essere ed è lo stordimento dolcemente naif restituito da musiche che le parole e l’analisi sociologica faticano a descrivere. L’incanto e la gioia indicibile della prima volta, quella che veramente non si scorda mai. Del resto, lo scriveva già secoli fa un poeta spagnolo che la vita altro non è che sogno. A noi, però, tocca acchiapparlo per la coda e consegnarlo a una possibile realtà, anche solo per il breve - incancellabile, però - spazio di una canzone.

copertina pdf #91