Piccolo saggio sulle assurde credenze del rock: quando nel 1967 Jimi Hendrix si mise a suonare la chitarra con i denti molti pensarono che fosse impossibile farlo senza rimanere fulminati (e magari molti collegarono la sua capigliatura con quella pratica…). Anni ’70: molti illusi si convinsero che andare a un concerto dei Kiss significasse automaticamente combinare con prosperose pollastrelle. Anni 2000: molti pensano che una batteria e una chitarra da soli non possano farcela a tenere un palco che non sia quello di un piccolissimo club. I White Stripes hanno veementemente sfatato questa credenza bruciando l’arena del festival di Reading nell’estate del 2002, ma è pur vero che non tutto è sempre andato per il meglio: al Flippaut del 2003, vittime di un’ingegneria del suono ingloriosa, quasi non si sentirono dopo il baccano scatenato dall’orchestra queer dei Turbonegro.
Lo spazio al Krizanke, in pieno centro di Lubiana, è ampio ma non troppo. Una grande scalinata coperta da un telone: formidabile cassa di risonanza o dispersiva piazza in balia dei venti?
I White Stripes peraltro vivono il dopo–Seven Nation Army scegliendo di rientrare nella Little Room, schiaffando quanti si aspettavano un nuovo infuocato guitar-driven rock’n’roll con una profusione di pianoforti, xilophoni e arie gotico-fiabesche alla Tim Burton. L’understatement si manifesta anche nella pianificazione del tour di lancio di Get Behind Me Satan: anziché progettare un bombardamento a tappeto di Gran Bretagna e USA, partono dall’Est Europeo. Per il marketing più spiccio una scelta suicida, con gli occhi più lungimiranti della scienza del desiderio forse un colpo di genio. Non è da escludere che con queste premesse lo show ripieghi nell’introversione, magari rifugiandosi in un intimistico unplugged incorniciato dall’attento silenzio del pubblico: l’attacco detonante di Dead Leaves And The Dirty Ground e il boato della folla spazzano via i residui dubbi, il Krizanke si trasforma letteralmente nella rutilante chitarra di Jack White, squassato dal marziale metronomo Meg. Il fuoco non fa che alimentarsi nei successivi brani dell’ultimo album, il riff di Blue Orchid si insedia prepotentemente sul trono che fu di Seven Nation Army. Parte così il White Stripes Show fatto di scenografie rigorosamente bianco-rosso-nere, disseminate di canditi, palme bianche e drappi cremisi, animato da continui sketch, ammiccamenti, rimproveri e altre pantomime fra Jack e Meg, rappresentazioni viventi al bubblegum di piccoli ma universali dualismi: maschio e femmina, ritmo e melodia, innocenza e furore. Un incredibile mix fra il minstrel show della frontiera americana ottocentesca, la tragedia greca e il fumetto pop-art alla Roy Lichtenstein. I brani, lungi dall’essere semplici litografie degli originali, prendono vita in indiavolati medley, interpretazioni anomale che assumono ora foggie proto-metalliche ora strutture post-punk ora catacombali figure blues alla chitarra slide, ora sbarazzini sapori country-bluegrass. Cruciale il momento di The Nurse, il famigerato brano allo xilofono, squarciato da estese esplosioni di rumore bianco, la più significativa celebrazione di quello scontro-incontro fra candore e violenza di cui il marchio White Stripes è espressione. Sentire l’irruenza di Let’s Shake Hands, il primissimo singolo uscito nel ’97 inizialmente in tiratura limitata a 500 vinili, su questo palco di Lubiana così lontano dagli scantinati di Detroit illumina il percorso e l’eterno oscillare del duo fra little room e bigger room.
Il leviatano Seven Nation Army arriva soltanto nel bis ed è il delirio. La pedana sotto il palco ha ondeggiato paurosamente durante tutta la durata del concerto ma ora si avvicina seriamente al punto di rottura costringendo a saltare anche lo spettatore più posato. Lo spettacolo si conclude sulle frizzanti note di Boll Weevil, una delle più antiche canzoni della tradizione americana a cui Jack White aggiunge una strofa, grossomodo: “se vi chiedono da chi avete sentito questa canzone, dite che ve l’ha cantata Jack White e che sta disperatamente cercando una casa!” e il pubblico ripete estasiato “he’s looking for a home!”, catartica formula fra lo scherno e il pathos. La maschera che ride e quella che soffre dipinti nel ghigno e nella voce tremula dell’istrionesco White. La ricerca delle radici messe in scena, pencolante fra sincerità e sincera imitazione della sincerità in una grande esibizione di teatro dell’arte. Il fantasma del Pop è qui davanti a noi, vestito con gli abiti sgargianti del Rock più belluino e primitivo.
Scheda: The White Stripes
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