I Wolf Eyes oggi rappresentano il limite massimo dell’underground, l’estremità più rumorosa e isterica del panorama musicale indie. Taglienti, pesanti, estremi. Difficile non farsi tentare dalla possibilità di vederli dal vivo. Un’esperienza piuttosto interessante: non certo per la raffinatezza sonora (mai ricercata), quanto per un impatto violento, straniante e doloroso - per le orecchie sicuramente - con l’oggetto musicale. C’è un non so che di nichilista nella musica dei Wolf Eyes, che viene fuori ancora meglio dal vivo, dove vengono spazzati via anche i più piccoli “ammorbidimenti” di post-produzione. La scelta di un luogo come l’Ex Mercato 24, un locale piuttosto spartano, tra i pochi centri sociali bolognesi ad aver mantenuto una parvenza di autogestione, ha aiutato la “sporcizia” sonora a farsi spazio e ad abbrutire ulteriormente il sound.
Facciamo due chiacchiere con i musicisti prima che salgano sul palco e non ne ricaviamo granché: Nate Young ha due occhi che parlano da soli e alla domanda “cosa ci dobbiamo aspettare dallo show di questa sera” non può che rispondere “il nostro solito spettacolo”, aggiungendo, fatalista e menefreghista, che metà della strumentazione è andata distrutta lungo le prime date della tournée.
E non c’è di che stupirsi: i tre bad-boy sono grezzi e sfrontati proprio come i cattivi dei film polizieschi USA, e non lesinano neppure breviari fatti di “yo, mother fucker, shit ecc.” intervallati da qualche verbo e veramente pochi aggettivi. Tuttavia, sospendendo l’orecchio dal loro rantolare selvatico, notiamo che a mancare all’appello è un membro storico della band, Aaron Dilloway, mentre la lineup è composta, oltre che dall’indiscusso fondatore, da John Olson, membro del duo Dead Machines assieme alla moglie Tovah O'Rourke, e Mike Connelly, già negli Hair Police. Aaron non è uscito dalla band, come dichiara nel sito Smelltheremains, semplicemente è l’ultimo della ciurma a doversi sposare, lo conferma lo stesso Connelly, il più giovane e neoarrivato del commando.
È l’ora del concerto: sul palco una chitarra (utilizzata esclusivamente per l’emissione di suoni noise), una drum machine, una specie di strano basso, di una pesantezza che fa vibrare lo stomaco, un corno, un piatto e poco altro. La scaletta è facile da intuire, composta per lo più da brani di Burned Mind,eppure c’è una differenza sostanziale con le versioni in studio, che contribuisce a rendere la performance tutt’altro che superflua: i tre si mettono sotto i piedi la buona produzione Sub Pop, fregandosene altamente di riprodurre quel sound ben “lavorato”, con un’attitudine che più punk non ce n’è. E non è necessario che Connelly ce lo ammetta dopo lo show per intuire che soltanto le linee di base (e il più delle volte un singolo suono in loop) appartengono ai brani originari; il resto, neanche a dirlo, viene deciso al momento e con le più devastanti intenzioni.
Il martellante incedere della batteria elettronica scandisce un ritmo lento e inesorabile che si perde in più di un’occasione in esplosioni caotiche che creano una massa rumorosa indistinguibile, che si affaccia al di là del muro del suono per vedere cosa c’è oltre. E qualcosa c’è: tutto un mondo di suoni che fuoriesce da una materia sonora vicina al rumore bianco, che la percezione ricrea istintivamente, come se volesse orientarsi in un deserto in apparenza statico e compatto eppure pieno di dune e dislivelli di profondità. Un gioco percettivo che costa caro alle orecchie, ma che vale la pena giocare per andare oltre la banalità del rumore in sé.
Difficile dire se i Wolf Eyes abbiano pensato a tutto questo o vogliano sorprendere solo per il loro estremismo, come fossero un fenomeno da baraccone. Ma poco importa. In neanche un’ora di concerto, i presenti si lasciano ipnotizzare senza storie con le mani alle orecchie e il sorriso sulle labbra, segno di un gradimento che riguarda più l’estremismo dell’esperienza appena vissuta, che il piacere dell’ascolto, qualcuno non ce la fa ed esce anzitempo, ma nessuno insiste più di tanto quando la band saluta e se ne va. Nessun bis, nessuno lo vuole, la gente è soddisfatta e altri dieci minuti potrebbero essere fatali. Ci vorrà un’oretta per riacquistare pienamente l’udito, ma, si sa, le esperienze estreme si pagano con gli effetti collaterali. Quando ne vale la pena…
Scheda: Wolf Eyes
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