C’è una breve e fulminante epifania, forse ordita dal caso, che più di tante parole spiega la vera essenza della Banda Del Monte Sion: prima che Efrim annunci il sessantacinquesimo concerto del gruppo a uno Zero Club singolarmente pieno per tre quarti, l’ultimo brano programmato dal dj è This Ain’t No Picnic dei Minutemen. Subito scatta un rimando alle assonanze profonde presenti nella metodologia e nel significato odierno di questi sette canadesi, osservatori fieramente indipendenti di una realtà politica e sociale che non esitano a definire da subito “oscena”.
Nella loro musica visionaria e immaginifica, stratificata e aerea, percussiva e sognante, aleggia - come in buona parte del collettivo artistico legato all’Hotel 2 Tango e alla Constellation - un’ostilità per quel baratro disumano che sono i tempi in cui viviamo. L’invettiva sarà costantemente palpabile per tutta la sera, mascherata in una poetica stravolta e quindi ancor più lucida, capace di far rabbrividire prima e sdegnati levar gli scudi poi.
Il concerto, allora: indice puntato fin dall’inizio in una God Bless Our Dead Marines (il capolavoro Horses In The Sky è ovviamente saccheggiato dalla scaletta) che inizia ipnotica giga (quasi dei Savage Republic delle brughiere), decolla con una scansione ritmica “motoricamente” kraut e infine muore in funerea cantata corale. Stabilisce, tutto ciò, il filo conduttore di un’ora e mezza di suoni sollevati dal terreno e a esso fieramente ricacciati da tumulti di percussioni e archi, impalpabili visioni angeliche e progressioni vocali para-gregoriane, stasi riflessive e sfilacciarsi di controllate distorsioni. Mountains Made Of Steam monta come una marea, e un brano nuovo intitolato Blind, Blind, Blind pare invece un arazzo folk senza tempo né luogo, per non citare che due episodi in un concerto da leggersi in realtà come unico, continuo e stordente flusso.
L’alternanza di sferzante critica e straniamento dalla realtà trova soluzione nel finale, forte tra l’altro di una Ring Them Bells attestante che –casomai non ce ne fossimo accorti- “la libertà è venuta e andata”, conducendoci da empirei di stelle e vorticare ascensionale d’archi in una raccolta riflessione, prima di sostare in una coda di feedback e ripartire per un’ultima traiettoria. Nessun bis, comprensibilmente, giacché l’impatto sensoriale di una tale esperienza si colloca al di sopra di ogni ritualità abitudinaria, sconfinando in un liberatorio viaggio metafisico. Il gruppo ci lascia così, in improvvisa compagnia di noi stessi, rammentandoci che l’apocalisse è qui da molto tempo e tocca rimboccarsi le maniche per non farsene travolgere. Uno dei concerti migliori cui si è assistito da molto, molto tempo in qua, ma –l’avrete intuito- non è assolutamente questo il punto…
Scheda: Silver Mt. Zion Orchestra
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