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Pubblicazione 02 Giugno 2009

The Field

From The Field We Go Sublime

Rivitalizzare lo shoegaze secondo l'estetica techno. Questione di mood, dopotutto.
The Field

Immaginate di dover andare ad una serata minimal techno. Prima però, nelle ore immediatamente antecedenti l’evento, vi sorbite, comodamente sul divano di casa, un brainstorming a base di My Bloody Valentine, Slowdive e Seefeel. Poi, giunti alla serata di cui sopra, traversate un corridoio. Lì, in quel cunicolo che vi divide tra quello che sarà - ovvero la cassa dritta - da quello stato poco prima - cioè una coltre di chitarre sognanti - c’è, giusto nel mezzo, Axel Willner nelle fattezze The Field.

Shoegaze e musica da club non sono al primo incontro. Anzi, quello fondamentale lo battezzò Kevin Shields stesso, che al barrage chitarristico di Loveless frappose, in Soon, un beat quadrato figlio dell’allora zeitgeist Madchester. Da quei tempi - correva il 1991 - ad oggi, nel mentre che la musica da ballo si scoprisse anche “sedentaria” (vedi alla voce intelligent dance music), l’illuminato connubio dello scozzese ha visto pochi proseliti e qualche variazione. Per avvertirne gli effetti bisogna giungere al nuovo secolo: Geogaddi dei Boards Of Canada è un esempio di Shoegaze illusorio (o meglio, idealizzato) tra piaghe IDM. Ma se l’abiura del mood house da parte del duo favorisce una moderna psichedelia trascendente, con Pop di Gas (2000) lo scenario si fa oltremodo ipnotico allorché i bordoni post-Shields sposano la teutonica techno di scuola Basic Channel.

E il titolare della sigla Gas Wolfgang Voigt, giusto per chiudere il cerchio, sarà colui che permetterà a The Field, tramite Kompakt, di esordire nel 2007 nell’irradiante From Here We Go Sublime. Un disco osannato da più parti (per Pitchfork sarà 9 netto) dove la techno, traversando un autobahn lunare alla stregua del pigmalione Voigt (The Deal e Sun And Ice) e tenendo sempre a mente il fine di chi ama guardarsi le scarpe (Everday e Silent), mirerà dritto alle stelle (A Paw In My Face). Svedese cresciuto nel mito dei Misfits (“Volevo cantare come Danzig”, confessa), Willner gode di una forma mentis onirica bypassata via il software modulare Jeskola Buzz, e l’ep The Sound Of Light - quattro piece richieste da un albergo svedese per testimoniarne l’encomiabile servizio - conferma una grazia in divenire.

In Yesterday and Today carne e plastica simboleggiano il nuovo livello (nella title track figura John Stanier dei Battles), e l’update dal taglio cyber glam - e per di più cantato! - al classico Korgis Everybody's Gotta Learn Sometimes (già celebrata da Beck per la soundtrack di Se Mi Lasci Ti Cancello) osa quel tanto che ascoltato una volta, se ne vorrà ancora. E noi, come avrete intuito, non aspettavamo altro.

Scheda: The Field

copertina pdf #91