Drop Out
Pubblicazione 01 Giugno 2009

Eels

Tragedie, licantropie e altre storie

"I'm a hard worker. What I'm trying to say is: thanks."

Non sembra un tipo abituato a darsi delle arie ma se un giorno dovesse vantarsi di esser tra coloro che hanno ridefinito i codici del pop rock, non potremmo certo biasimarlo.
Eels
2009

Bad Dude

Ci sono musicisti la cui biografia sorprende per la sostanziale normalità. Ti sconcertano per la mancanza di eventi significativi che in qualche modo giustifichino le intuizioni, gli slanci, le bizzarrie, le sfuriate disseminate nel repertorio. Non è certo il caso di Mark Oliver Everett. Nato il 10 aprile del 1963 a McLean, stato della Virginia ma a poche miglia di Washington, tanto per cominciare è il figlio di Hugh Everett III, considerato uno dei più importanti matematici del ventesimo secolo, padre della teoria quantistica cosiddetta dei "molti mondi". Una speculazione dalle straordinarie conseguenze scientifiche, filosofiche ed esistenziali, tra cui la capacità di esaltare tutti i fan di Star Trek o anche solo quelli che sono andati in sollucchero con Sliding Doors. Siccome un grande scienziato non deve essere per forza un bravissimo padre, essendo anzi il cogitare solitario pittosto incompatibile col menage familiare, il rapporto tra lui e il figlio non fu propriamente idilliaco, più indifferenza che ostilità a dirla tutta. Forse anche per questo Mark crebbe con una fisiologica irrequietezza, se è vero che nel fiore dell'adolescenza ebbe a conoscere il buio della cella per problemucci di droga e teppismo.

Nel 1982 comunque, Hugh morì nel sonno fulminato da un infarto. Non aveva ancora compiuto 52 anni. Fu ovviamente un colpo tremendo per la famiglia Everett, da cui la sorella maggiore di Mark, Elizabeth, già tendente alla depressione, non si riprenderà mai veramente. Finché non si suicidò, anno 1996. A ruota, nel 1998, ci fu il cancro che uccise sua madre Nancy. Infine, macabra ciliegina sulla triste torta, una cugina di Mark faceva parte dell'equipaggio del Boeing che si schiantò sul Pentagono il 09/11. Quanto a porte sbattute in faccia dal destino cinico e baro (altro che "porte scorrevoli"), direi che può bastare, no?

Circolano storie sull'infanzia di Mark, tipo che a quattro anni gli avrebbero acquistato una batteria giocattolo ad un mercatino dell'usato. Nei successivi dieci anni l'avrebbe suonata ogni giorno, ininterrottamente. Bene, è una storia vera. Lo stesso Mark l'ha confermata in una recente intervista rilasciata al sito spinner.com, aggiungendo: "devo essere grato a mio padre, al posto suo non so se lo avrei permesso. Sarei diventato pazzo". Fatto sta che il ragazzo passò l'adolescenza a conciliare le turbe caratteriali e una spiccata propensione musicale, galeotta l'amata sorella Liz col suo stereo sempre in moto (dicono fosse una fan di Neil Young, che la terra le sia lieve) e una di lei chitarra acustica che, carpita dal famelico Mark, divenne il mezzo su cui abbozzare le prime canzoni. Seguì una trafila abbastanza consueta di band giovanili (dove tra le altre cose suonò spesso e volentieri la batteria), fino ad una prima prova autarchica, quel Bad Dude In Love tirato in 500 copie nel 1985. Siamo quindi nel cuore degli eighties, c'è un ventiduenne che si fa chiamare semplicemente E ("Non ho cambiato il mio nome, è lui che ha cambiato me", sostiene in un'intervista del 2000 alla radio australiana Channel V), ci sono canzoni che premono per uscire in una forma adeguata, in un ambiente adeguato. Nel 1987 Mark Oliver Everett mise tra sé e il suo passato un continente intero: si trasferì a Los Angeles.

A Brilliant Future?

L'impatto con la città californiana non fu dei più semplici, Mark si dette agli espedienti, finì a lavorare in un autolavaggio, ebbe modo insomma di covare la sua viscerale disaffezione per lo stare al mondo. Ma non smise un attimo di fare musica. Al punto che la Musa si accorse di lui. O la dea bendata, se preferite. Che in questo caso si chiamava Polygram. Fu il produttore Davitt Sigerson, impressionato da un demotape, a convocarlo e scritturarlo per la gloriosa etichetta. Sul contratto erano previsti due album, una manna per questo ragazzo quasi trentenne che sfogava l'ossessione sonica riempiendo cassette nella perfetta solitudine del proprio monolocale. Il debutto A Man Called E (Polydor, 1992, 6.2/10) fu un piccolo caso discografico trainato dalla fortunata Hello Cruel World, ballatina sul filo di un malanimo irrecuperabile e dolciastro ("the angry mob/the happy mass/this birthday cake may be the last/i'm looking out to find another way") su cui Mark spalma bava pop anni ottanta, versante Cars e Supertramp più carezzevoli.

La scrittura è ovviamente fresca ma piuttosto acerba, non tanto per le liriche già piuttosto efficaci nel tratteggiare i contorni di questo anti-nerd disadattato, il suo conflitto senza quartiere e assieme quel sottaciuto bisogno di tenerezza ("have two eyes/but i cannot see/i have a heart/but i cannot feel anything/don't give up now/i'm almost there"), roba che viene voglia d'abbracciarlo se non fosse per quei primi sintomi di licantropia ("i will run through the streets/i will howl at the moon/if you and me cannot be happening soon") o la disperata alienazione ("oh she comes on like a fog/and then she goes out/like a neurotic dog/so now i'm sitting here/thinking all day long/looking out the window/with a blue hat on"). Quanto alle musiche e ai suoni, la quadratura fa acqua, azzardando tessiture Brian Wilson e ariosità Tom Petty complicate da orchestrazioni tra il facilone e l'eccessivo, senza mai smarcarsi dal sospetto dell'artificioso non padroneggiato, coi synth eccessivi, le tastierine carine, gli assolo arguti ma d'ordinanza. Spiccano sulle altre Are You & Me Gonna Happen per l'efficacia melodica e l'intensità dell'interpretazione (prime ruggini nella voce, quelle che in futuro prenderanno splendidamente il sopravvento) e una E's Tune che sprimaccia la malinconia di sogni Beach Boys.

In quei primi anni novanta spazzati dal tifone del grunge, quello strano tipo di Mr. E dovette sembrare un residuo avariato degli ottanta, cuginetto sfigato e disilluso dei new romantic, nipotino malmesso dei Billy Joel e dei Randy Newman. Tuttavia, gli ingranaggi si misero in moto, il buon Mark si trovò catapultato in tour lungo gli States ad aprire per Tori Amos incassando una non trascurabile quantità di applausi. Fu quindi con spirito ringalluzzito che si mise al lavoro su Broken Toy Shop (Polydor, dicembre 1993, 6.3/10), album che ha ben poco da invidiare al predecessore anzi mette in mostra qualche apprezzabile passo in avanti in direzione del Tom Petty più abboccato (la solennità amarognola di Most Unpleasant Man, l'appassionata Shine It All On, l'impellente Tomorrow I'll Be Nine), ammiccando obliqui turgori un po' Costello e un po' Rundgren (la tragicomica She Loves a Puppet, una cartilaginosa The Day I Wrote You Off sintonizzata sulle afflizioni future), sprofondando un'agra malinconia Lennon tra riff sintetici quasi Pet Shop Boys (Permanent Broken Heart).

sigaro
Eels
2008
sigaro

Anche sul versante dei testi vanno segnalate perle che t'inchiodano, ora per lo spleen laconico ("poor river/empty river/i'm feeling just like you", "she had a brilliant future/i have a past/i have my memories/but they're fading fast"), ora per l'irrecuperabile abbandono ("and there's no place i can go/and this noise inside my head/it comes and goes"), ferma restando sullo sfondo uno straccio di speranza ("i'd like to spend at least/one life with you/eight lives left/and a heart that wants/to be true"). Nel complesso però il sound fatica a proporsi, la disinvoltura e a tratti la brillantezza con cui Mark confeziona queste quattordici tracce non bastano a renderlo riconoscibile in un panorama parecchio affollato e rumoroso. La mancanza di un singolo dall'effort contagioso come Hello Cruel World fece il resto, condannando l'album ad un flop commerciale senza appello.

Puntualmente scaricato dalla Polydor, mortificato in un cul de sac creativo e macerato dall'indifferenza del pubblico che diserta regolarmente i suoi show, Mr. E arrivò molto vicino ad appendere gli spartiti al chiodo. Ma era il 1994, l'inizio di una nuova era.

Life Is Hard

1994, dunque. A marzo esce Mellow Gold di Beck, ad agosto è il turno di Dummy dei Portishead, a settembre Protection dei Massive Attack. Il rock insomma è un'altra cosa, cerca di muoversi su frequenze diverse, si reinventa attraverso cortocircuiti musicali (i loop, i samples, le strategie dub e hip-hop), abbeverandosi all'immaginario delle arti affini (il cinema, i fumetti, il clip televisivo). Per Mark fu un'illuminazione, un'ancora di salvezza, un'iniezione d'adrenalina che lo rimise in moto con un entusiasmo e una determinazione mai provati. Assieme al bassista Tommy Walter e all'amico batterista Jonathan "Butch" Norton, inizia a smerigliare il nuovo suono su una pletora di pezzi appena sbocciati. Per rimarcare la differenza con la passata produzione, Mark decide di presentarsi come una band vera e propria, battezzando il trio Eels, "anguille", scelta poi motivata con un'affermazione tanto demenziale quanto credibile: "Volevo che sugli scaffali dei negozi i dischi della band fossero messi accanto a quelli miei da solista, non avevo pensato a quanti album degli Eagles ci sarebbero stati nel mezzo".

Alcuni singoli attirano l'attenzione della Dreamworks, etichetta appena fondata da David Geffen con Jeffrey Katzemberg (già al timone della Disney) e Steven Spielberg, che scritturano la band licenziandone l'esordio Beautiful Freak (Dreamworks, 1996, 7.6/10). Prodotto assieme al multistrumentista Jon Brion, a Mike Simpson dei Dust Brothers (a loro volta produttori di Odelay) e a Jim Jacobsen, fin dalle primissime note - con quei fruscii pseudo-vinilici, lo swing lo-fi e gli archi ectoplasmatici - ti sbatte in faccia il mutamento dello scenario, poi la voce in primissimo piano, il vibrafonino ipnotico e l'impetuosa flemma di basso-chitarra-batteria definiscono un sound sbalzato su più dimensioni, l'artificio come emblema esistenziale, narrazione filmica o fumettistica, ellissi e simbolismo espressionista, parole sgranate come dadi impietosi ("life is hard/and so am i/you'd better give me something/so i don't die"): è Novocaine For The Soul, pezzo-passepartout per qualsivoglia chart più o meno indie. Melodia semplicissima, immediatamente memorizzabile, un delirio volatile e giocoso nel ritornello, la genialità adesiva degli espedienti sonori, e di contro tutto quel disagio, il malanimo senza ritorno, quella fragilità così dolce e disperata.

Una confessione di alterità confessata con disarmante franchezza ("some people think you have a problem/but that problem lies only with them/just 'cause you are not like the others") in quella ninna nanna da melodramma mitteleuropeo della title track, poi però svolti l'angolo e trovi il guizzo fiero della speranza ("one day the world will be ready for you/and wonder how they didn't see") nella struggente Spunky. Così come spunta una rabbia che oltrepassa l'autocommiserazione, come nella tesa Rags To Rags ("rags to rags and rust to rust/how do you stand when you've been crushed?", echeggiando in qualche modo il Dylan di Like A Rolling Stone) o nella ruvida Mental ("they say i'm mental but i'm just confused/they say i'm mental but i've been abused/they say i'm mental 'cause i'm not amused by it all"), quest'ultima capace di accogliere senza sforzo istanze quasi grunge. Gli influssi dello slackerismo beckiano e del noir cinematico bristoliano complottano piccoli capolavori come Your Lucky Day In Hell, roba da scomodare parentela con un altro disadattato e per di più omonimo, quel Mark Linkous che aveva debuttato l'anno precedente sotto l'egida Sparklehorse. Impressionano poi per l'inventiva episodi quali Flower - col passo trip-hop, il coro spiritual, l'ukulele e la slide - e quella Susan's House che ammicca al Beck di Odelay - il giro di basso, la ritmica dinoccolata - cospargendolo di pietas e tenerezze Bacharach.

lupo rosso
Eels
2009
lupo rosso

Un disco compatto e caleidoscopico, casa di specchi caramellati piena di botole, angoli di riflessione e abbandono. Dove mettere in scena un disagio che da intimo si fa emblematico, paventando un'apatia vicina all'insofferenza per l'american way of life, dentro cui inseguire comunque una strada da tracciare a colpi di cinismo e tenerezza. Molto cinismo, parecchia tenerezza. Una formula immediata e potente che spalancò molte porte: quelle dei festival più importanti (Lollapalooza in primis), del cinema (per una Your Lucky Day In Hell utilizzata in Scream 2, c'è un'inedita Bad News per il Wim Wenders di The End Of Violence) e della televisione (il clip di Novocaine For The Soul guadagnò riconoscimenti ed heavy rotation su MTV).

Come sappiamo però altre porte stavano per chiudersi. Prima il suicidio della sorella Elizabeth, quindi il cancro ai polmoni diagnosticato alla madre Nancy: in due anni, dal '96 al '98, la vita di Mark fu stravolta. Entrambi traumi con cui fare i conti. E li fece. Fino in fondo. Con sfacciata franchezza. Il secondo album a nome Eels, Electro Shock Blues (Dreamworks, 20 ottobre 1998, 7.8/10) è una toccante e per certi versi sbalorditiva auto-terapia pop. Una dichiarazione rilasciata nel 2005 alla BBC è in tal senso illuminante: "Ho trattato il ricordo e il dolore per la mia famiglia come un progetto artistico. Era l'unico modo per mettermici in relazione". Salutato il bassista Tommy Walter, ma sempre più simbiotico il rapporto col batterista Butch, Mark continuò a vivere in una fase di grazia artistica, l'ispirazione indolenzita ma indomita. Confermati i co-produttori di Beautiful Freak con l'aggiunta del dj Mickey P (già al lavoro su remix beckiani), Electro Shock Blues porta il sound su un piano di maggiore veridicità, precipitandolo tra sbigottimenti trasognati, fantasmagorie rugginose e malinconie sfibrate.

Più che un concept album è un reality album, sulla scia della catarsi primordiale operata da Lennon in Plastic Ono Band con pezzi quali Mother e My Mum Is Dead. Con la differenza che Mark si mantiene in bilico su una consapevole ambiguità, si schernisce dietro la cortina fumogena della messinscena, una quasi-realtà che garantisce il distacco minimo per non lasciarsi sopraffare. Altrimenti già con l'iniziale Elizabeth on the Bathroom Floor si rischierebbe l'esondazione emotiva o peggio il tracollo melò. Invece, quell'arpeggio cartilaginoso, le insidie oniriche dei synth e la voce rappresa sembrano galleggiare come una steady cam nell'acquario della memoria: siamo in un non-luogo dove la tragedia è un'eco, nel cuore dell'empasse emotivo di Mark, il cui dolore affiora nella delicatezza di quella mancata quasi rima finale ("My name's Elizabeth/my life is shit and piss"). E' la stura di un teatrino crudo e nevrastenico, grottesco e struggente, tenero e lancinante: dal caracollare torvo di Going to Your Funeral, Pt. 1 (un nipotino stravolto di Tom Waits) ai palpiti vellutati di Medication Is Wearing Off (quasi dei Mercury Rev frugali) passando dai Morphine in fregola rumba di Hospital Food alla fiabesca malinconia Belle And Sebastian di Dead of Winter, senza scordare quella Cancer For The Cure come potrebbe Nick Cave in un cartoon di Tim Burton.

col registratorino
Eels
1998
col registratorino

Fino ad approdare a forme più canonicamente folk, in virtù degli amici accorsi al capezzale: Jon Brion, T-Bone Burnett e Grant Lee Phillips nella toccante semplicità di Climbing to the Moon, Lisa Germano e il suo splendido violino in Ant Farm. Dopo averci sprimacciato il cuore con frasi del tipo "can you take me where you're going/if you're never coming back" e soprattutto "pink pill feels good/finally understood/take me in your warm embrace" (da uno scritto della stessa Elizabeth su cui è strutturata la title track), con i tintinnii e gli archi carezzevoli della conclusiva P.S. You Rock My World sembra quasi che Mark voglia rassicurarci: "and i was thinking 'bout how/everyone is dying/and maybe it is time to live". Come dire, terapia riuscita.

Malgrado le perplessità della Dreamworks, l'album ebbe un clamoroso successo. La morte della madre, avvenuta durante il tour promozionale, non colse certo di sorpresa Mark, che reagì ripartendo esattamente da dove si erano spenti gli interruttori.

Sounds Of Fear

Terminato il tour, Mark si mise subito al lavoro su Daisies Of The Galaxy (Dreamworks, 14 marzo 2000, 7,5/10), il disco della maturità dopo la tempesta, la cui uscita fu però congelata per alcuni mesi, un po' per lasciare al pubblico (e al mercato) il tempo di metabolizzare Electro Shock Blues, un po' per la mancanza di un pezzo da lanciare come singolo. La decisa svolta folk-pop che sconfessava gran parte degli slackerismi precedenti - con la benedizione di Peter Buck e Grant Lee Phillips, di nuovo tra gli ospiti di lusso - lasciò interdetti i boss della Dreamworks, restii a cambiare le carte in tavola di un prodotto vincente. La situazione si sbloccò col compromesso di Mr. E Beautiful Blues, il famoso singolo mancante, una frizzante e irresistibile canzoncina pop, l'arpeggio argentino ossessivo e la baldanza indolente, ché malgrado tutto "goddamn right it's a beautiful day".

Il pezzo finì nel programma solo come anonima ghost track, compromesso che permise ai restanti quattordici pezzi di veder la luce: la fierezza bucolica e autarchica di I Like Birds e A Daisy Through Concrete, il gotico fumettistico di Flyswatter e The Sound Of Fear, le dolcissime nostalgie di Jeannie's Diary e della title track, le malinconie a cuore aperto di It's A Motherfucker e Selective Memory (in quest'ultima quasi insostenibili). Malgrado il piglio più rilassato - anzi forse grazie a questa ritrovata serenità - la scaletta non teme il confronto con l'illustre predecessore, definendo altresì un songwriting tanto agile quanto intenso, arguto e trepidante, capace di confrontarsi con giganti quali Lennon, Brian Wilson e Randy Newman, di ostentare orchestrazioni anche imponenti però mai eccessive, sempre strettamente funzionali, rilanciando le istanze della tradizione senza mai sembrare fuori corso. Quello che si dice: un instant classic. Raggiunto l'apice artistico, la carriera di Mark e dei suoi Eels sembrò assestarsi su un piano qualitativamente medio-alto. Gli anni duemila non hanno visto ripetersi i fasti dei primi tre album, tuttavia si sono mantenuti interessanti grazie al dispiegarsi di una personalità enigmatica, capace di svolte imprevedibili come il tour che nel 2000 girò il mondo in guisa di brass band (ance e ottoni, legni e archi) con la partecipazione del membro aggiunto Lisa Germano. Ne fu estratto il disco live Oh What A Beautiful Morning (E Works, 2000, 6.9/10) che diverte appunto per quel suo mestare tra fregole acustiche e jazzistiche, allargando da par suo il recinto estetico e poetico attorno al fenomeno Eels. L'episodio successivo fu un altro contropiede, ispirato dall'incontro con John Parish durante un Top Of The Pops del '98.

Beautiful Freak
Eels
1996
Beautiful Freak

I due se la intesero subito e si lasciarono con la promessa di un album, realizzato tre anni più tardi, a ridosso della più grande tragedia contemporanea vissuta dagli USA: Souljacker (Dreamworks, settembre 2001, 6.7/10), prodotto da Parish - che suona la consueta pletora di strumenti - con l'ospitata del produttore e polistrumentista losangelino Kool G Murder, è una collezione aspra, torva, il tentativo di rappresentare in sciroccata chiave pop il lato scuro del sogno americano, la minaccia dietro l'angolo anzi immanente nel sistema stesso, scegliendo quale emblema un serial killer realmente esistito. Va detto che gli "strappi" operati da Souljacker Pt. 1 (nipotina avariata degli zii Stones e Stooges), dall'hardcore-punk trafelato di What Is The Note? e da Dog Faced Boy (col fuzz scabro e il passo dinoccolato come un mashup tra Blur e Black Sabbath) funzionano benissimo, per non dire della rumba acida in That's Not Really Funny ("you must not continue to emasculate me/the neighbor children through the window/clearly see") e del mostriciattolo cyber-psych-errebì di Teenage Witch ("heaven can't help a teenage witch/from sinking deeper down into the ditch"), mentre la balzana Jungle Telegraph ammicca con una certa sfacciataggine il Beck complice di Jon Spencer.

Ma l'artificio questa volta non riesce del tutto, non sembra appartenere davvero al suo autore, che sembra più che altro occupato a sostenere una posa che segni il distacco dal fenomeno pop - sempre più apprezzato dal cinema di cassetta e da Mtv - che stava diventando. Ciò spiega tra l'altro quel look shockante da maniaco urbanizzato, con tanto di cappuccio e barba talebana - ispirato pare alla figura di Unabomber - così come il sempre più cinico e sferzante rapporto coi media. Inevitabile il senso di schizofrenia stilistica ed emotiva di fronte ad episodi più pacati e malinconici come Bus Stop Boxer e World Of Shit o al pop carezzevole di Fresh Feeling (pervasa di miraggi cameristici in differita da Daisies): altrettanti tentativi di mantenere vivo il cordone ombelicale col canone eelsiano, sostanzialmente riusciti anche se traspare una certa fiacchezza melodica.

Se non fosse per l'undicisettembre che calò un manto di tragedia cosmica sul mondo occidentale e un altro tragico scherzo del destino per Mark, la cui cugina perì nell'attentato al Pentagono, potremmo sostenere che nel 2001 il principale problema per l'uomo chiamato E fosse il rapporto di attrazione/repulsione con lo shobiz, che raggiunse un emblematico apice con la partecipazione di My Beloved Monster - pezzo quanto mai opportuno - alla OST di Shreck, film d'animazione Dreamworks dal piglio abbastanza disturbato e dissacrante, ai cui sequel non a caso gli Eels continueranno a prestare canzoni.

Lone Wolf

A proposito di cinema, più impegnativo (e "impegnato") fu il lavoro per la OST di Levity (Pleximusic, 22 aprile 2003, 6.2/10), film di Ed Solomon con Holly Hunter e Morgan Freeman: due pezzi inediti targati Eels (l'onirica Taking A Bath In Rust e la delicata Skywriting, soffici malinconie altezza Daisies) più una dozzina di strumentali che sembrano rielaborare frammenti del repertorio, diluendoli in un brodo allibito e sognante. Il produttore della soundtrack risulta essere un tal Sir Rock-A-Lot, moniker dello stesso Mark, utilizzato anche per i crediti di I Am The Messiah (Spin Art Records, 8 aprile 2003, 6.4/10), disco firmato Mc Honky, fantomatico e stagionato cantante di Silverlake con un'antica esperienza nel Rat Pack di Sinatra e Sammy Davis Jr, di cui Mark si sarebbe invaghito dopo averne sentito le gesta in una cassetta. In realtà, ovviamente, I Am The Messiah è un progetto solista di Mark, coadiuvato da Butch, Joey Waronker e dal solito Koool G Murder. Tra febbri e deliri electro-dance, miraggi chamber-soul, fatamorgane cinematiche e funky-house futuristici, la scaletta si consuma eccitante e carezzevole, rivelando solo a tratti la propria natura eelsiana (scopertamente in What A Bringdown, sotto una coltre sordida in My Bad Seed). Digressioni su digressioni, un distrarsi da sé in studio e sul palco, coi live sempre più imprevedibili (ora al calor bianco, ora a spine staccate) e all over the world.

Obbedendo ad una fertilità ai limiti del prodigioso ("Non ho mai ricevuto alcuna sollecitazione dalla mia etichetta. Consegno un nuovo disco ben prima delle scadenze imposte", dichiarerà serafico), quello stesso anno realizzò il quinto album targato Eels. Shootenanny (Dreamworks, 3 giugno 2003, 6.3/10) è una raccolta piuttosto sbrigliata e gradevole, confezionata in evidente stato di relax rispetto alle opere precedenti, rispetto alle quali compie una specie di sintesi introducendo qualche elemento di novità tutt'altro che clamoroso. Guardando ai Beatles col riflusso blues di Abbey Road, al folk errebì dell'amato Leon Russell e ai languori del power pop, la scaletta annovera momenti di torvo turgore blues rock (Agony, All In A Day's Work) dal piglio pressoché inedito nel canone eelsiano, ma a sorprendere è più che altro quel senso di posa che sterilizza il malanimo, l'icastica profusione di ottoni e chitarre effettate al servizio di un romanticismo veemente e umorale, forse mero esercizio di stile oppure - stando a quanto dichiara lo stesso Mark - una pratica di autodifesa: "(...) if you are really depressed, romanticizing it might be the only thing that gets you through it".

Sia quel che sia, lo stesso senso di "costernato distacco" permea il pop rock tompettyano di Wrong About Bobby e Rock Hard Times, la mestizia robotica à la Beautiful Freak di Love Of the Loveless, la palpitazione Wilco di Numbered Days e il trepido falsetto Lennon di Fashion Awards, per non dire dei pop rock dinoccolati Saturday Morning (strutturato su riff Dandy Warhols via Blur) e Dirty Girl, oppure dei folk affogati in crema di archi e slide (The Good Old Days, Restraining Order Blues) tipo il Beck di Sea Change: storie fin troppo normali e perciò anomale per uno spostato fisiologico come Mark. Sentirlo in Lone Wolf mentre ci serve la sua lupesca alterità ("i am a lone wolf/it blows my mind/that people wanna try to get/inside my tired head") in salsa pop-errebì degna di una Gwen Stefani qualsiasi, obbedisce allo spirito di un disco di ordinari depistaggi. O di transizione, se preferite.

battagliero
Eels
2006
battagliero

Venne quindi un altro tour mondiale a cui seguì un riposo forzato dovuto ad una cisti alle corde vocali. Figuriamoci: per l'ipercinetica ispirazione di Mark, non poter esibirsi né incidere fu una specie di tortura. Senza contare le nubi che si addensavano sulla sorte della band: dopo otto anni di fedele militanza Butch aveva mollato, intanto che la Dreamworks veniva fagocitata dalla Universal la quale pensò bene di tagliare quegli squinternati degli Eels dal proprio catalogo. In questo scenario tutt'altro che favorevole, Mark trovò la determinazione per guardarsi dentro e in prospettiva. Recuperò spunti e idee abbozzati ad inizio carriera, mise del fieno nuovo in cascina, insomma cucinò un rientro in grande stile: Blinking Lights And Other Revelations (Vagrant, 19 aprile 2005, 7.1/10) è un doppio album, trentatré canzoni per un'ora e mezza abbondante di messinscena nostalgica e briosa. Un barcamenarsi divertente e incantevole, narrando una storia che poi è (forse, anzi sicuramente) vita e dolori dello stesso Mark. Certi guizzi dolceagri (la squillante Losing Streak, la madreperlacea From Which I Came / A Magic World, il surf squinternato di Hey Man), certe toccanti mestizie (il country vaporoso di Railroad Man, la sospensione d’archi e piano di The Stars Shine In The Sky Tonight, la soavità stritolacuore di If You See Natalie - Lennon/McCartney da una parte e Alex Chilton dall’altra), ed ecco recuperato il tocco struggente, il ghigno surreale, l’inquietudine marionettistica, la capacità d’irradiare sensazioni dalla tenerezza quasi insostenibile.Un programma generoso di tensioni e rilasci, di arrangiamenti vividi (campanellini, ottoni, slide guitar, synth, organi, organetti…), di apnee diafane e preziosismi vari. Oltre venti i musicisti coinvolti, tra cui le ospitate eccellenti di Tom Waits (ghigni, espettorazioni e frignate nell’errebì giocattolo Going Fetal), Peter Buck (al dobro e al basso nella delicata To Lick Your Boots) e John Sebastian (autoharp in Dusk: A Peach In The Orchard).

Se pop doveva essere, lo fu ad un livello di straordinaria efficacia e densità, tanto nei momenti più complessi (l’enfasi quasi-prog di In The Yard, Behind The Church) che in quelli più immediati (vedi l’irresistibile inezia pop-soul per piano di Ugly Love). Una specie di ulteriore consacrazione.

Hard Worker

Sono passati quattro anni da allora, un periodo di silenzio discografico spezzato dal primo live ufficiale, il buon Live At Town Hall (Vagrant, 20 febbraio 2006, 7.1/10), uscito anche in DVD, un'antologia in chiave cameristica sulla scorta dell'esperienza Eels With Strings, e da due doppie antologie vere e proprie, Meet The Eels (Universal / Geffen, 15 gennaio 2008, 7.0/10) e Useless Trinkets (Universal / Geffen, 15 gennaio 2008, 7.2/10), quest'ultima contenente rarità e b-side. Contemporaneamente, l'uomo chiamato E fa il punto di una vita (anche) in musica pubblicando l'autobiografia Things The Grandchildren Should Know, tanto per ribadire il senso di punto e accapo.

Dal canto nostro, se dovessimo tracciare un bilancio non potrebbe che risultare positivo. Gli Eels hanno imposto codici e standard ineludibili per chiunque voglia cimentarsi in ambito pop rock. Il canzoniere è copioso e qualitativamente di rilievo, con un pugno di pezzi capaci di giocarsela coi capolavori di Beatles, Randy Newman, Todd Rundgren, Brian Wilson e via discorrendo. A 46 anni, l'instancabile Mark Oliver Everett si appresta a ripartire con Hombre Lobo (Vagrant, 6 giugno 2009). Altri licantropismi. Altri incantesimi. Ghigni minacciosi e vicinanza sconcertante: il nemico è tra noi, è dentro di noi. Ti carezza, ti asseconda, civilmente convive. E' un uomo. Lupo tra gli uomini.

Scheda: Eels

copertina pdf #91