Robin Rimbaud è uno di quelli che hanno fatto il suono contemporaneo, gli hanno dato una visione, una filosofia, un pavimento su cui poggiare. Dopo anni di presenza assidua nei circuiti più intellettuali (ed elitari) della scena elettronica, l’artista inglese ha ormai un profilo istituzionalizzato e non è raro vederlo tenere lezioni o seminari in corsi di arte contemporanea. Con un disco nuovo, in uscita in questi giorni, Rockets, Unto the Edges of Edges, si segnala un cambio di registro abbastanza evidente e si può tracciare un profilo che tenga conto di due decenni di sperimentazioni, uscite e progetti, a cominciare dal celebre moniker: “Inizialmente il mio interesse principale stava tutto nell’archiviare, manipolare e convivere con le registrazioni. Per anni ho registrato di tutto usando walkmen, radio ad onde corte e quant’altro. Scoprì lo scanner in modo quasi accidentale verso la fine degli anni ’80 e me ne innamorai subito. Era proprio quello che stavo cercando. Uno strumento che fosse in grado di captare voci e segnali privati, come una chiave per accedere a segreti nascosti da qualche parte e che in alternativa non avrei mai raggiunto. Da qui ad etichettare con Scanner la mia attività d’artista il passo è stato breve”. Da questa descrizione si arriva a farsi un’immagine mentale che vede Robin Rimbaud con un paio di cuffie e un’antenna in mano, intento a captare le onde radio più sperdute.
Un’iconografia romantica, che a sentire le sue parole non sembra poi così distante dalla realtà: “Lo scanner è uno strumento che mi ha subito conquistato proprio in ragione della sua missione: captare segnali irraggiungibili altrimenti. E’ stata una piccola rivoluzione perché mi ha consentito di entrare in connessione con frammenti di vite che nella mia percezione hanno un peso specifico se messo in relazione con l’ambiente circostante. Con lo scanner, a seconda del luogo in cui mi trovavo, riuscivo a raggiungere voci e vite diverse. Ero così in grado di disegnare una mappa concettuale degli ambienti, di stabilire connessioni, tracciare storie di luoghi e individui, in modo sempre unico e sempre diverso. Per questo i miei lavori sono sempre diversi e in qualche modo irripetibili”. Il concetto di narrazione è quindi centrale nell’economia del suono dell’artista inglese. Una narrazione che si basa su pochi, ben selezionati, segnali da decifrare che messi in relazione gli uni con gli altri stabiliscono una rete di riferimenti. Qualcosa che necessariamente lavora in astratto per immagini (mentali). Forse è per questo che il cinema, e il concetto di immagine in primis, gioca un fascino particolare su Robin Rimbaud, trovatosi non a caso a sonorizzare lavori cinematografici di geni della settima arte come Michelangelo Antonioni e Jan Luc Godard: “Antonioni, in particolare il suo film L’Eclisse, è stato il cardine intorno a cui far girare il progetto 52 spaces. Il punto di base dell’opera era andare a rintracciare i punti di contatto che legano le immagini ai suoni, e di contro come questi rappresentati al cinema rivivessero e cambiassero per effetto della memoria. E’ anche un lavoro che indaga il mio ricordo di Roma, visitata per la prima volta insieme ad una persona a cui ero molto legato. Dopo tutto è anche un lavoro romantico, come tutti gli altri. E’ come se prendessi una cartografia di Roma e la mettessi in relazione con le immagini di Antonioni e con i miei ricordi diretti. Sono sempre stato sensibile ai personaggi di Antonioni e mi ci sono immedesimato”.
Successivamente di
Godard rielabora la soundtrack di Alphaville seguendo un po’ l’esempio precedente di David Shea, per poi dedicarsi sempre più al mondo delle installazioni e della sound art in generale, con artisti visuali come Edith Garcia e con coreografi come Wayne McGregor o Daniel Larreu. Insieme all’amico Stephen Vitiello si dedica alla prima opera di sound-art commissionata dalle Tate Modern Gallery di Londra, fino alle sound polaroid con Richard Tonne e agli esperimenti più strambi e originali come la serie di concerti in un’unica sera condotta da una serie di Scanner che suonavano in sua assenza. “L’idea stessa della sound-art ha fatto passi avanti impensabili in questi anni. Ormai è figlia di un codice comune generalmente accettato e si trova di fronte un pubblico che è numericamente assai superiore a quello di qualche anno fa. Penso, tra l’altro, che la sound-art stia andando sempre di più in direzione di un codice universale, che non necessità neppure di essere tradotto. Viene decodificato all’istante in qualunque parte della terra ti trovi. E’ una cosa che mi affascina enormemente. Ho lavorato a spettacoli etichettabili come sound-art per molte gallerie com il Sonic Process al Macha Barcellona, il Sonic Boom alla Hayward Gallery di Londra e al Pompidou Centre di Parigi così come alla Kunsthalle di Vienna, alla Royal Opera House e al teatro Bolshoi di Mosca. E’ un momento particolarmente felice per questo tipo di performance”.
In parallelo alla sua attività come “Electronic Master”, Robin Rimbaud prosegue una carriera parallela con i Githead, band più classicamente rock in compagnia di Colin Newman dei Wire e Malka Spigel dei Minimal Compact. “Con Colin e Malka è orma una ventina di anni che ci conosciamo. Siamo molto amici e ci capiamo all’istante forse proprio per questo. Il mio interesse nei Githead deriva principalmente dal fatto che mi piace stare in una band e viverne le dinamiche. Un mondo molto distante da quello che mi circonda quando metto la maschera di Scanner. Per altro si tratta di un’esperienza piacevole sotto ogni punto di vista perché semplicemente non ci sono aspettative o pressioni. I Githead fanno musica per il puro piacere di farlo. Potrebbero anche non avere un pubblico”. E veniamo all’ultimo disco, lavoro destinato ad avere un’economia tutta sua nel percorso artistico di Scanner. “Rockets ha richiesto in assoluto il periodo di creazione e produzione più lungo che mi sia capitato e in molti modi può essere considerato il mio primo disco solista vero e proprio. Ho prodotto molti lavori, per la maggior parte colonne sonore di film, balletti e quant’altro, ma sentivo veramente il bisogno di produrre qualcosa di molto più personale, soprattutto dopo un anno molto problematico. Vorrei che la gente avesse una relazione con questa musica e trattandosi di musica elettronica la cosa può non essere così immediata. Voglio che la tecnologia sia trasparente, in modo che la verità possa essere osservata attraverso di essa”.
Quest’ultimo lavoro in uscita per Bine Records viaggia in effetti su coordinate sufficientemente diverse dai suoi predecessori per poter parlare di turning point e momento di svolta. La chiave per entrare nei suoi spigoli viene messa da Robin, subito in apertura, con il brano più particolare della raccolta, una Sans Soleil, dove si esprime in maniera inedita al canto su un fraseggio di chitarra fornito da Michael Gira: “Volevo che il disco iniziasse in un modo che mettesse subito in primo piano la sua natura gentile, in un modo che fosse per me il più lontano possibile dall’elettronica. Quella frase di chitarra fornita da Michael mi è sembrata ideale. Siamo amici da anni e ci rispettiamo l’un l’altro come artisti. Lui è stato subito felice di poter contribuire al disco, quanto alla parte vocale… Io canto in un modo molto dimesso. Volevo suonare in qualche modo intimo”. Dalle parole di Robin si capisce che la filosofia intorno a cui gira Rockets sono i concetti di intimo, personale, umano in senso non tecnologico e quindi poco elettronico. Gli arrangiamenti orchestrali e una particolare enfasi dedicata al suono di archi e pianoforti spinge in questo modo il suono di Scanner a lambire territori che gli erano stati abbastanza preclusi fino ad ora, se non si tengono in considerazioni i riferimenti a musiche sacre spesso utilizzati come campionamenti.
I paragoni con i nuovi esteti dell’elettronica neo-classica (Max Richter, Johan Johansoon, Sylvain Chaveau, Ryan Teague, ecc.) non solo non gli dispiacciono, ma gli sembrano autori verso cui tendere sempre di più in futuro: “Sono sempre stato interessato alla musica contemporanea e mi muoverò sempre di più verso questo mondo in futuro, in modo che possa raggiungere un approccio di composizione facilmente ascoltabile. Voglio sentire il cuore così come la testa. Cerco sempre di toccare le persone con i miei lavori e cercare di creare una relazione unica. Anche per questo ho voluto che Patricia in questo disco. Avevo composto un lavoro per uno spettacolo di danza contemporanea, Faultline, per la coreografa Shobana Jeyasingh. Patricia era la cantante e la voce per le mie composizioni ed è stato li che mi si sono aperti dei mondi. Lei ha improvvisato le sue parti in una maniera straordinaria. La sua voce aggiunge un sentimento molto umano al background elettronico che gli fornisco”. La voce rimane quindi il cardine della produzione di Scanner, sebbene egli stesso sia passato attraverso diversi modi e diverse accezioni di produrla e sperimentarla. Il taglio umano troppo umano dell’ultimo disco sembra essere la naturale evoluzione di un discorso lungamente condotto sulle solitudini individuali a partire dai primi dischi. In molti casi poi, l’uso delle voci registrate diventa un modo per aprire connessioni, link verso altri mondi, come note a piè di pagina che rimandano a qualcos’altro di correlato.
Su Rockets i numi tutelari sono William Burroughs e Bertrand Russell: “Ritorno sempre alle voci. Anche se non capisci le parole, il linguaggio, c’è sempre qualcosa di naturalmente ‘ umano’ circa la qualità, la profondità e la sintassi di una voce. Burroughs ha sempre giocato una ruolo importante nella mia crescita d’artista soprattutto attraverso un approccio che sa di letteratura sperimentale e la sua influenza su Throbbing Gristle, 23 Skidoo e molti altri artisti con cui sono cresciuto mi ha profondamente influenzato. Ho prodotto un grande lavoro per una performance qualche anno fa, nei Paesi Bassi, intitolato ‘Lascia Entrare La Voce’ dove già usavo parole di Burroughs come parte integrante di esso. In qualche modo la sua apparizione in Yellow Plains… è un tributo a tutto questo. Quanto al celebrato filosofo inglese Bertrand Russell… lui parla all’inizio di Pietas-Ilulia e anche qui si ricollega alla grande influenza che ha avuto su di me quando studiavo filosofia ed ero più giovane. Ad ogni modo, spesso ritorno sulle sue parole perché spesso ritorno agli studi di filosofia”. Robin Rimbaud chiude così una parabola più che decennale che lo ha visto muoversi sapientemente attraverso diversi mondi e modi di intendere il suono elettronico.
Rockets è il disco perfetto per chiudere un ciclo e aprirne uno nuovo, in apparenza molto meno avanguardista e di rottura, ma artisticamente non meno esaltante. Da un punto di vista strettamente intellettuale il meglio potrebbe ancora venire, ma da uno con una produzione e un’attività così densa e magmatica non puoi certo aspettarti indicazioni chiare sul futuro. Di sicuro ci sono un po’ di cose che lo assorbiranno in maniera inedita: “Sono diventato professore a contratto allo University College Falmouth, e anche professore al Le Fresnoy National Centre For Contemporary Arts in Francia, esperienze che occuperanno i prossimi anni della mia vita. Sto per pubblicare un cd in edizione limitata, solo in Italia, con Lenz Rifrazioni_Festival Natura Dei Teatri in Parma, la colonna sonora di un lavoro teatrale intitolato ‘Consegnaci, bambina, i tuoi occhi’. Sto finendo un album con la cantante Sally Doherty e con la mia band, i Githead, andremo in tour in Canada ed Europa per tutta l’estate. Farò un tour solista per un mio lavoro intitolato ‘The Nature Of Being’ e sto lavorando ad un po’ di pubblicazioni per i prossimi mesi. Ci sono sempre troppi progetti all’orizzonte”.
Scheda: Scanner