Con gli attesi newyorchesi, l’Hana-Bi inaugura le serate Steve McQueen: concerti gratuiti, birra standard a 4 euri, grigliate che dicono costose e non imperdibili e orari come una volta. Prestissimo. Le casse e gli amplificatori si spengono infatti a mezzanotte per combattere l’alcolismo notturno o per spingerlo più in la, verso le disco-qualcosa del centro. Ed è un bene tutto ciò, specie per chi arriva da lontano. Il concerto inizia alle nove e tre quarti di una serata spettacolare: la musica, il vento, lo psych gentile dei Crystal Stilts non potrebbero combinarsi meglio. Ed è come stare in compagnia di Jim e Pam davanti a un falò su una spiaggia di Venice Beach con Oliver Stone dietro la macchina da presa. Perché li, a mo' di prequel ruffiano tanto di moda, “tutto inizia e tutto ritorna”.
Si fa sul serio con le suggestioni stasera e la maggior preoccupazione, almeno inizialmente, è che si perda qualche sfumatura nel passaggio dal disco al live act. I ragazzi rispondono con un sound grossomodo identico a quello delle amiche Vivan Girls su disco: melodie primi Sessanta con l'aggiunta di tastierina, jingle jangle e twang all’occorrenza, batteria in stile Maureen Tucker e microfono con eco leggero. Si capisce immediatamente che il mood dipende proprio da quest’ultimo accorgimento: è il crooning in resound di JB Townsend a catalizzare la magia, un canto che dici Black Angels (dietro Spacemen 3), pensi Ian Curtis e la mente t’attacca subito dopo i Blank Dogs. Gli amati e odiati cagnacci, fenomeno indie dentro l’indie hype del momento, che completa la triade “non è niente di originale”, come dicono i soliti bollocks in sala.
Cogliere l’essenza del concerto equivale a rivivere il quantum leap temporale ricreato dalla band e rileggere i profumi e gli odori di una grande transizione. Quel qualcosa d’eccezionale che accadde nel mondo quando i Cinquanta salutarono per sempre il pianeta e i fuochi della rivoluzione cominciarono ad alzarsi. Quando il post war dream entrava in palla e li, ancora Stone e la celluloide, immortalavano il giovane Morrison proprio su quella spiaggia.
Il sangue, le energie, l’abbandono alla creatività: i Crystal Stilts suonano con questo preciso stato di grazia nel cuore e lo sanno benissimo. Lo si capisce da come tengono gli strumenti e soprattutto l’asta del microfono. Ti domandi dov’è la sensualità in tutto questo - un qualsiasi gruppo sixties ne avrebbe da vendere in questi casi - ed è proprio questa la differenza: invece d’essere sinuosi e sessuali, i Nostri si presentano come ragazzi ordinari, scoordinati e curvi sugli strumenti. Nella loro musica tutto ciò si traduce in una certa impersonalità che del resto è funzionale al peculiare approccio anestetico e serotoninico dei cinque.
La performance dura oramai il classico minutaggio da indie band, un ora e un quarto. In mezzo, per l’extra suonato, c’è il siparietto del tastierista, vero comunicatore della serata: si divertirà a intonare pochi istanti di Louie Louie con la band a seguirlo, in uno sdrammatizzare un po' piacione e senza necessità. Riusciranno i nostri eroi a mantenersi candidi e intensi?
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Sembra piovuto dal nulla ma da anni gira nell'underground out-hop USA. A Sufi And A Killer è una rivelazione. Oltre la Warp e l'Anticon, lo yoga e il misticismo, Tom Waits e Flying Lotus...
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