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Pubblicazione 18 Maggio 2009
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Josephine Foster, Marissa Nadler

Init, Roma (14 Maggio 22h00)

Austera vanità e grazia antiqua: la tappa romana del tour di due interpreti significative del folk contaminato anni Duemila.
Josephine Foster
Fabrizio Zampighi 2009

Assistere ad una serata come questa è un piccolo evento per chi ama il folk: la posa cantautorale della Nadler e quella antica di Josephine Foster ben rappresentano l'ampio spettro di possibilità che il genere può offrire, soprattutto nella variante psych-rock.

Iniziamo subito con un curioso aneddoto su Josephine: si è vociferato di un soundcheck lunghissimo e di cuffie antirumore indossate in una sala completamente deserta. Prima che scatti l’immaginazione: pare che la folkster abbia avuto dei reali problemi d’udito, aggravatisi nell’ultimo mese. 

Ma andiamo con ordine. Ad aprire il concerto è la più giovane e acerba Marissa, la stessa che, lo scorso anno, di spalla ai Charalambides, intonava una timida versione di I'm On Fire. Mìse folk da bancarella globale e incondizionata devozione al passato ne ostacolavano già allora l'ascesa all'empireo, ma di certo non sono bastati a relegarla nelle retrovie. L'avvenuta maturazione si nota fin da subito: le riesce facile ipnotizzare il pubblico, forte di una grazia virginale e di un songwriting etereo e diretto.

I primi minuti di set sono per sola voce e chitarra acustica, a riverberare per tutta la sala e ad alzare il sipario su un'Arcadia da cameretta, in un mix di fotogrammi tra Francesca Woodman e Julia Margaret Cameron; poi entra la band (in cui spicca la presenza di Jonas Haskins, un tempo negli Earth, al basso) e l'approccio cambia: si scivola giù da una buona metà dei nove cieli del paradiso per assistere ad un concerto più terreno e tradizionale, tra Leonard Cohen e Mazzy Star, tra l'America straconosciuta e quella ancora personale e arcana della Giunone di Boston.

Pezzi vecchi e nuovi vengono riadattati o stravolti (Paper Lover), col rischio di smarrire tra le pieghe del rock la cifra essenziale della musicista del Massachussets. Il risultato complessivo è comunque positivo e l'aggiunta di chitarra elettrica e sezione ritmica amplifica l'appeal di pezzi già di per sè notevoli (Mexican Summer, Dying Breed). In chiusura c'è ancora spazio per una cover di Neil Young(Oh Lonesome Me) e per un'intensa Mistress strappa applausi. 

Dopo una pausa rientriamo in sala in attesa di Josephine, che arriva in ritardo. Un nutrito gruppo di persone ha spostato le sedie sotto al palco, qualcuno se n'è andato e l'età media del pubblico sembra improvvisamente lievitata. La chanteuse siede al piano fiera e svagata. Una vena di follia le solca il viso a metà.

All'improvviso si apre un varco temporale che conduce dritti all'abbazia di St. Albans, negli ingranaggi dell'orologio di Richard di Wallingford: salgono sul palco Alex Neilson(recentemente in tour con i Current 93) e Victor Herrero, per ricreare il lussuoso tappeto ritmico e la contemporaneità sensuale delle chitarre di This Coming Gladness.

Ad attirare l'attenzione è Neilson, genio precoce dal volto emaciato, che spacca in infinitesime parti il tempo, fino a renderlo un mantello agogico di piatti e ride tale da rinverdire l'eco delle Ocean Songsdei Dirty Three. Herrero d'altro canto non va sottovalutato: la cura del riverbero è delle più sottili e la mano sembra muovere un theremin, più che una seicorde.

E infine lo sguardo non può che tornare su Josephine, vanitosa, elegante, con la voce girata a fare il verso al trovadorato in una veste austera e al contempo civettuola. La solenne delicatezza di The Garden Of Earthly Delight, la stralunata grazia di All I Wanted Was The Moon e l'audacia scomposta della travolgente Lullaby To All vengono infilate una dietro l'altra con disinvolta maestria. La formazione a tre d'altronde offre un salvagente a un'esecuzione che, se limitata alla sola voce e chitarra, avrebbe rischiato di appiattirsi nel manierismo.

A chiusura concerto: giudizi contrastanti su Josephine, allineati su Marissa. La prima si ama o si odia, come tutte le grandi interpreti. Per la seconda vale l’empatia.

 

Francesca Marongiu

Media partners

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