Drop Out
Pubblicazione 15 Novembre 2006

Fabio Orsi

Un microfono freddo come un ago - Intervista

Dagli esordi su cd-r a nome Fab all’acclamato Osci, dal lavoro di fonico ai field recordings, fino al recente incontro-scontro con l’etnografia musicale di Alan Lomax. L’elettronica umanistica di Fabio Orsi in un’intervista.
Fabio Orsi

Prima una serie di uscite a nome Fab su CD-R e mp3 su netlabels - alcune delle quali ancora disponibili su sinewaves.it. Un’elettroacustica con tendenze all’isolazionismo e ai microsuoni, per stessa ammissione dell’autore molto distante da ciò che sarebbe venuto. Poi, una serie di microfoni,freddi come aghi, piazzati a registrare le pulsazioni di una comunità intenta a celebrare i fasti dell’amata-odiata musica tradizionale, e la decisione di firmarsi con il semplice nome e cognome. L’uscita di Osci, il disco che lo fa conoscere a critica e pubblico. E ancora, l’inevitabile incontro con la figura di Alan Lomax, ed un insolito tentativo di ridare voce a chi, a causa di quelle discronie che non sempre lo storico riesce a spiegare, l’ha perduta da un pezzo. L’elettronica umanistica di Fabio Orsi.

Prima di Osci le tue pubblicazioni sono reperibili unicamente attraverso netlabels e CD-R. Cosa cnsiglieresti a chi si avvicina per la prima volta alla tua musica?

Sì, prima di Osci le mie uscite sono tutte in CD-R o mp3. C’è qualcosa di molto vecchio e tanto distante da me che ancora si può ascoltare su sinewaves.it, ma consiglio sempre di partire da Osci. La mia discografia è ancora limitata ad un lp (Osci) e all’ep in CD-R I’m Here. È appena uscito lo split con i My Cat Is An Alien, un tributo alla figura di Alan Lomax, che è il primo di una trilogia di lavori a lui dedicati. Il secondo vedrà la luce a breve sempre su A Silent Place in CD, mentre sul terzo sono ancora al lavoro. Ah, e dimenticavo il CD-R tre pollici uscito da poco su Foxglove dal titolo South Of Me!

Cosa vedi a distanza di qualche tempo se ti giri verso Osci, il disco che ti ha consacrato?

Osci rimane tuttora il disco più carico di ricordi, dal momento che risulta un lavoro fisico, materico, composto con le registrazioni fatte nel Salento. Per ognuna di esse ricordo a volte anche il numero di bicchieri di vino bevuti (ottimo vino, nero...). Le ultime produzioni in effetti sono leggermente differenti. Credo di aver dato maggior importanza al suono e alla musicalità intellegibile. Tendono sempre di più alla melodia come quelle inedite o che vedranno la luce nei mesi a seguire. Oggi come oggi, la melodia prima di tutto: un forma di nudo interiore, come il darsi a qualcuno dal profondo della propria camera.

Non credi che la tecnica dei field recordings sia ultimamente utilizzata con scarsa parsimonia nell’ambito della musica elettronica?

Decisamente. Non so se in futuro ritornerò sull'idea dei field recordings. In effetti, io nasco come field recorder, o meglio ancora  come fonografo. Mi è sempre piaciuto catturare i suoni con tecnica e dovizia di particolari. Forse un giorno tirerò fuori un lavoro interamente concreto, chi può dirlo. Il fascino dell’accumulare dati negli anni risiede tutto nel riascolto a distanza di tempo. È un qualcosa di estremamente intimo e personale. Ricordare come un microfono freddo e piazzato in un punto riporta alla luce la memoria sfasata di un momento, di un luogo e di una sensazione. Esperienza terapeutica  che raccomando a chiunque.

Il passato da fonografo è ben sedimentato nella tua musica. E’ però il fatto di aver scelto di registrare suoni culturalmente connotati - e di riflesso socialmente connotati -, a distinguerti dalla marea delle produzioni analoghe. Si obietterà che tutti i suoni sono culturalmente connotati quando vengono catturati da una macchina, o addirittura nel momento stesso in cui vengono percepiti dall'orecchio umano. Ma è proprio il modo in cui la macchina che registra, la macchina che processa e il rumorio, il brusio dell'umanità convivono nei tuoi brani - e il modo in cui questa coesistenza sembra miracolosamente dileguarsi, lasciando fondere il tutto in un'unica materia - che mi affascina in special modo.

Il field recorder, se vogliamo, non è altro che un catturatore di immagini in suoni. Come un fotografo ferma il tempo con la sua macchina, così il fonografo cattura un istante in un determinato luogo e tempo. La sensibilità estrema di tale operazione consiste nel gusto e nella resa: far convivere da una parte l'aspetto romantico e romanzesco della registrazione, dall'altro la qualità tecnica di quest’ultima. Si tratta di un’impresa non facile, senza dubbio in genere è la prima caratteristica ad emergere maggiormente. A volte basta solo anche un registratore a cassetta, nulla di più.

Non credi che il suono registrato dagli etnologi sia esteticamente neutro e, a motivo di ciò, difficilmente malleabile per fini artistici? Per dirlo con le illuminanti parole che accompagnavano Osci: «dove le strade si gonfiano come vene e le case cadono a pezzi, piantiamo un microfono freddo come un ago». Il fatto che la registrazione abbia un valore quasi esclusivamente archeologico-documentale - il suo grado-zero di densità semantica -, che sia stata catturato con dovizia tecnica perché serva a sostenere una determinata tesi scientifica: tutto questo non la rende inconciliabile con il suono-musica?

Non credo che la malleabilità di un suono dipenda esclusivamente dalla sua idea fondante. A mio avviso ognuno di noi possiede gradi diversi di assimilazione e rielaborazione, sia a livello conscio che inconscio. Un suono può ricordare infinite cose ed essere associato ad innumerevoli emozioni e sensazioni in momenti e situazioni diverse. L’importanza del lavoro etnografico e scientifico di un Lomax, ad esempio, copre solo una parte dell’opera, il resto è nelle mani di chi ascolta e ne gode. Anche in questo caso io privilegio l’aspetto personale ed intimista: quello che è al di là del microfono.

Come nasce il tuo interesse per la figura di Alan Lomax?

Nasce senza alcuno scopo didattico o legato a studi. Si è trattato di un incontro-scontro. So che lui era un maniaco catalogatore con pretese scientifiche. Ma la cosa che mi colpisce maggiormente è l’atteggiamento del pioniere freddo e talvolta quasi distaccato, grazie al quale riusciva a realizzare paradossalmente registrazioni calde ed evocative. L’ascolto delle registrazioni italiane, o di alcune di quelle americane degli anni ’40, rivela affinità evidenti. Non vedo molta differenza tra le madri gonfie e nere del Mississippi che cantano il loro disagio e le donne sicule o calabresi che mettono in mostra il loro folklore come espressione di strazio e sete di ribellione. Il risultato è una comune forma di folk espresso attraverso manifestazioni differenti, dotata di un identico intento. Questo è ciò che fa rizzare le mie carni quando ascolto o penso ai suoi lavori.

Di Lomax è stata più volte contestata la propensione a riprodurre in vitro, e in un secondo momento, le situazioni di vita reale che voleva studiare. Preferiva non registrare i suoni di una festa di paese mentre questa effettivamente si svolgeva, ma chiedeva in un secondo momento agli stessi attori di quella festa di riprodurne le fasi salienti. Un reperto di tal fatta non disporrebbe della necessaria valenza di «sorprendere l’istituto nel suo reale funzionamento culturale», per usare parole di de Martino. In Osci hai effettuato le registrazioni in vivo. Non scorgi però il rischio che un frammento di esistenza perda parte della propria originaria vitalità e del reale funzionamento culturale nell’atto stesso della registrazione-fossilizzazione? Si può pensare alla tua musica come ad un insistito tentativo di restituirgli quel tanto di vitalità che ha perduto dal momento in cui è stato messo su nastro, o su computer?

Ancora oggi le manifestazioni folcloristiche o dedicate alla musica popolare sembrano riproposizioni fedelissime di vicende sociali  passate: è il cosiddetto recupero delle tradizioni, o se vuoi la riscoperta delle proprie radici. Le nuove generazioni scoprono e le vecchie ricordano, tramandano, con un senso di purismo che rende per sempre vitree tali rappresentazioni. Credo che i field recordings servano a volte a dar forza alla musica, un po’ come le parole in una canzone. La rappresentazione di quei momenti da me registrati diventa pura astrazione, i suoni dilatati cancellano il tempo e lo spazio reali in cui i balli, le feste, si sono consumati. Tutto diventa personalizzabile. Certo, riconducibile ad un area geografica ben precisa, ma ognuno diventa libero di  trattenere ciò che ritiene più suggestivo. La musica per me non ha mai significato unicamente narrazione, ma anche suggestione, e come ben si sa anche questa ha origine dal profondo del nostro cuore.

Hai dimestichezza con lo sterminato archivio Lomax? Hai seguito qualche criterio particolare per la selezione dei field recordings prelevati?

No, non ho utilizzato nessun criterio rigoroso o scientifico. Si tratta di una scelta umorale, viscerale. Per lo split, ad esempio, ho utilizzato prevalentemente campioni provenienti dalle registrazioni italiane, sicule per la precisione.

Come ti sei comportato con i diritti d’autore? Sarebbe interessante saperlo, dato che Lomax aveva intenzione, soprattutto negli ultimi anni di attività, di edificare una sorta di monumentale enciclopedia sonora della cultura umana a disposizione di tutti…

Sì, sono a conoscenza dell'idea lomaxiana di equità musicale e di diffusione totalitaria di reperti di umanità sotto forma di suono. Anche se alcuni lavori a quanto pare sono stati acquistati da privati che ne rivendicano i diritti. Per quanto mi riguarda, non ho avuto problemi con il copyright anche perché i materiali appaiono nei miei dischi completamente decontestualizzati, e a volte anche modificati. Ad esempio, sia in South Of Me che nello split, alcune parti sono state campionate e risuonate interamente da me.

Nel saggio “Nuova ipotesi sul canto folcloristico italiano”, uscito nel '56 su Nuovi Argomenti Lomax scrive: [nel Sud Italia] "le bambine devono rimanere in casa ad aiutare la madre. Per esse la possibilità di giocare in libertà e di frequentare a lungo la scuola non e' nemmeno concepibile. I bambini, d’altra parte, non hanno nessun gioco o sport organizzato, e passano il tempo per le strade e per le piazze con i ragazzi più grandi che li prendono a pugni e li tormentano come del resto essi medesimi fanno con i più piccoli. Nell’adolescenza ardono perché non hanno nessun contatto con le ragazze di cui desiderano la compagnia. E così il nostro giovanotto, costantemente eccitato dal vino, dal sole e da una cultura il cui unico folclore tratta dell’amore nei termini più romantici e appassionati, è lasciato in piazza a sfogare con gli amici le sue deliranti fantasie. In tal modo l’intera società dell’Italia Meridionale viene a condividere in vario grado i dolori e le frustrazioni delle sue donne. E non c’è, si può dire, nient’altro nella poesia folcloristica di questa regione che la brama di un amore irraggiungibile, che si esprime in un canto d’amore che i maschi cantano in falsetto con voci quasi altrettanto acute di quelle delle loro madri." E' un ritratto leggermente idealizzato e senz'altro datato, ma l'ho trovato abbastanza suggestivo. Quanto c'è di Sud, di questo Sud, nella tua musica?

Quanto Sud ancora oggi rientra nella descrizione del Lomax? Penso ancora tanto. La mia è una realtà da un lato emancipata e se vogliamo capitalistica occidentale beota, dall'altro risulta ancora oggi piena e vuota allo stesso tempo.Piena perchè sa convivere ancora con le proprie radici che però, slabbrate dal tempo, spesso sfociano nel folcloristico.Vuota di quella crescita culturale che consiste nel rielaborarle con coscienza e lungimiranza. Scavando – nemmeno troppo in profondità – nei comportamenti della gente del Sud si scopre ancora quell’indole lomaxiana alla violenza e all’amore come forma unica di coscienza. Quando lavoro pensando alla mia terra penso appunto ad un sentimento comune, non ad una pluralità, ad un senso comune che le cose assumono: una sorta di narrazione feconda di quello che è il Sud dentro, nel profondo delle anime. Con mille contraddizioni. Un’anima impastata, crudele, affascinante, amorevole come un seno materno ed al tempo stesso odiata, scalciata, putrida e sterile. Ho sempre visto la mia terra come qualcosa di simile. Non faccio critiche, ma la amo e la odio, come qualunque meridionale cosciente.

Hai una formazione musicale canonica alle spalle?

No, i miei trascorsi da musico non sono classici. Suonavo in gruppi indie e lo-fi negli anni ’90, tutto qui.

In che occasione, invece, sei venuto a contatto con la musica elettronica?

L’approccio alla cosiddetta elettronica nasce più che altro come esigenza. Ti confesso che la prima versione di Osci è stata tutta lavorata e montata su di un vecchio computer lento e macchinoso, che spesso mi ha reso difficile la vita. Nulla di spaziale, appunto, solo la necessità di dare forma a suoni ed emozioni che conservavo dentro di me. L’utilizzo del mezzo - nello specifico un computer - mi è sembrato quello più semplice ed immediato. E come tutte le passioni per uno strumento, è cresciuta  poco per volta.

A cosa stai lavorando in questo periodo? Fai altro, oltre ad occuparti di musica?

E’ prevista un’uscita sulla Digitalis Industries di Brad Rose ad inizio dell’anno a venire. In questo periodo sto inoltre chiudendo un nuovo lavoro con Gianluca Becuzzi (Kinetix), un lavoro molto melodico suonato con chitarre e casiotone. Per il resto, ho altre mille idee, alcune in fase di realizzazione, come la nuova collaborazione con Roberto Opalio di My Cat Is An Alien e dei remix di lavori Foxglove, in particolare il progetto The North Sea di Brad Rose.
Oltre a far musica? Beh, sono un fonico!

Scheda: Fabio Orsi

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