Il Covo si riempie lentamente mentre la guest (one man) band prende il piccolo palco al limite estremo della sala nera. SJ Esau merita una piccola menzione: è un ragazzo inglese davvero giovane e sottile alle prese con una chitarra ed un synth - formula di per sé certamente non inedita: nei momenti migliori ricorda il lo-fi deviato e iperuranico di Microphones, privato della sapienza ritmica di Elvrum. D’altro canto, nel complesso il paragone più immediato resta quello con i Robot Ate Me, trio di San Diegosul punto di conquistare in Europa la medesima notorietà americana. Quando SJ torna tra la folla si ha la sensazione che in qualche mese potrebbe trasformarsi in una delle next big things, dando tempo al tempo. A quel punto Fat Bobby, Kid Millions e Hanoi Jane, sarebbe a dire il mostro a tre teste Oneida, si accomodano ai loro posti di manovra. Si comincia con due chitarre (una delle quali abbandonata subito dopo il primo pezzo e mai più imbracciata) ed una batteria sul punto di spaccarsi in mille pezzi. Dopo gli sprazzi chiaramente più melodici dei nuovi pezzi comparsi su The Wedding (che comunque prendono almeno la prima mezz’ora di concerto), si prosegue alle prese con oggetti sonori inafferrabili, come la suite Each One Teach One. Dal vivo, tra le tastiere disgregate, sintetiche e torturate emerge la dimensione futurista delle decadi newyorkesi passate, di cui la band raccoglie e manipola la (non)struttura: ascendenze Silver Apples, Contortions e Suicide come se piovesse, con sprazzi di kraut d’oltreoceano. L’impianto sembra recalcitrare sotto l’urto dei bpm decisamente alti.
Il sound degli Oneida è duro almeno quanto i membri della band non sembrano esserlo: sono palesemente divertiti e carichi, sorridono tra loro ed alla folla, gesticolano e parlano nelle parentesi di silenzio – fatto in certa misura antipatico – con un accento brooklynense talmente stretto da risultare incomprensibile al pubblico (senza fare alcuno sforzo per farsi comprendere). Fat Bobby suona come se si stesse esibendo in un localetto dell’East Village del 1979, Brian Eno fosse là tra il pubblico a guardarlo e lui dovesse fare a tuti i costi bella figura: regge la scena scuotendo i capelli neri, massacrando la tastiera e cimentandosi col cantato da bravo Jerry Lee Lewis ai tempi del post-punk. Kid Millions d’altro canto è un androide. Regge tempi identici di drumming anche per trenta minuti, se necessario, con precisione robotica e resistenza meccanica (anche lui canta diverse canzoni ora da solo, ora in coro). Hanoi Jane è probabilmente il più sobrio dei tre tanto nelle movenze quanto nelle sonorità - anche considerato che la parte più classicamente elettrica dei suoni viene da chitarra/basso ed il “rock” accanto al “math” che sottotitola idealmente il sound degli Oneida esce essenzialmente dalle sue mani.
Alla soglia dell’ora e mezzo, tra orge acustiche di presente e passato musicale personale quanto storico, spunta prepotente una ben riuscita Ceasar’s Column cui seguono almeno venti minuti di qualcosa che a detta della band è assolutamente nuovo: si chiama Up With the People ed assomiglia ad una improvvisazione ripetuta talmente tante volte da essersi lentamente canonizzata e trasformata in pezzo. Il caos regolato riempie la stanza gremita ed esplode fino alla fine del live – perfetta sintesi di un concerto letteralmente memorabile, capace di mettere (felicemente) alla prova persino i timpani più resistenti.
Scheda: Oneida
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