Stephen Malkmus è esattamente così come ci si aspetta che sia. Spilungone, ossuto, capello corto e tendente al brizzolato (sì, gli anni passano anche per lui), di poche parole, con un’espressione di scazzo perennemente stampata in viso. Quest’ultima poi è particolarmente accentuata nella data romana del tour promozionale del suo ultimo Face The Truth (Domino / Self, maggio 2005), in quanto vittima di un furto (non da poco) di tremila sterline, computer annessi. Insomma, non è il massimo essere baciati dalla sfortuna poco prima di salire sul palco. Ma il nostro ex Pavement va avanti lo stesso, anche se visibilmente contratto e infastidito, come si conviene a un uomo di spettacolo che ne ha fatte e viste tante. E il pubblico, accorso in massa con notevole slancio, pare non essere disturbato più di tanto: in fondo per rivivere la propria adolescenza, anche solo per una sera, si può mandare giù questo e altro. Perché l’effetto che Malkmus suscita è questo: un viaggio a ritroso nel tempo con lo stop fissato a quindici anni, ciascuno chiuso a chiave (anche a doppia mandata, chè non si sa mai…) nella propria cameretta ad ascoltare melodie sbilenche, squarciate qua e là da una chitarra, che può assumere, a seconda dello stato d’animo, i colori della rabbia, dell’allegria, della più immensa paranoia e via di questo passo.
Anche da solista - in realtà si presenta con i suoi Jicks al completo - il ricordo dei bei tempi andati continua ad affiorare (e in sala c’è qualcuno che segretamente cova il desiderio di ascoltare una Cut Your Hair o una Unfair), ma ciò non toglie che il nostro Steve sia in forma strepitosa e sarebbe un torto bell’e buono non dargliene atto: chitarre lisergiche, feedback e distorsioni a iosa (molto più che in studio), quel cantato perfettamente stonato là dove serve, coretti uh-uh da perderci la testa (su tutte vale il cazzeggio puro di Pencil Rot, crogiuolo di tutte le prelibatezze malkmusiane). Tutto l’arsenale viene dissipato in un’ora e passa di crescendo infinti (lo splendido delirio di No More Shoes che arriva a toccare i dieci minuti), senza troppe chiacchiere - tranne sporadici “grazie” -, prendendo materiale dall’ultimo album e dal precedente Pig Lib (Domino / Self, marzo 2003) e allungandolo a dismisura. E basta dare un’occhiata in giro per vedere la diffidenza iniziale del pubblico farsi pian piano soddisfazione, tramutandosi infine in un’ondeggiare di teste e culi, in gridolini e incitazioni (me compresa, ovvio), come fossimo a quella festa del liceo in cui c’era, ti ricordi?, il lui o la lei dei nostri sogni, ma che non osavamo avvicinare perché…
Malkmus ci lascia così, con questo spirito adolescenziale mai completamente sopito, che ogni tanto dovremmo andare a recuperare, magari tralasciando la parte più guerrigliera dell’ “io contro il mondo”.
Scheda: Stephen Malkmus
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