Poche band, viste e sentite dal vivo, sono una garanzia quanto i Liars. E ad un paio di mesi dall’uscita di Drum’s Not Dead, infatti, l’associazione Electric Priest riporta sul palco gli Hemphill, Gross ed Andrew in grado di tirare fuori il solito live act praticamente imperdibile.
Se l’anno scorso, in occasione del tour dello stregonesco They Were Wrong So We Drowned, Angus Andrew vestiva i panni di una strega con scopa e tanto di cappello (per celebrare a modo il sabba di There’s Always Room For The Broom), questa volta è coperto appena da un completo a quadri colorati dall’apparenza economica e trasandata, con un che di infantile. Dal suo canto Julian Gross, maestro di travestimenti, indossa una tuta arancione aderente da surfer o qualcosa del genere, mentre il ben più timido e dimesso Hemphill si trincera dietro l’anonimato di un completo casual.
In ogni caso, ed in qualsiasi modo siano vestiti, la band è un piccolo esercito, schierato e pronto a far fuoco nel momento stesso in cui si insinua dietro gli strumenti, che come sempre sono ridotti all’osso di una chitarra, una batteria quasi doppia - dovremmo dire sdoppiata, perché Hemphill batte su di una sorta di protesi dell’insieme di casse di Gross -, un basso ed una manciata di pedali.
Andrew, da brava bestia da palcoscenico, scatta come un antilope da un lato all’altro del palco del Link, storcendo il muso in maniera comica e/o grottesca e spogliandosi progressivamente del pudore, e dei vestiti. Marcia cupo su We Fenced Our Houses With The Bones Of Our Own dal disco precedente e disegna scenari apocalittici con lo sguardo sulla nuova Drum And The Unforgettable Can, potenziata dal pestaggio furioso di Aaron Hemphill, almeno quanto Let’s Not Wrestle Mt Heart Attack. E se è in qualche modo vero che la possenza sonora dei Liars su disco quanto dal vivo è data dalla presenza massiccia della sezione ritmica, è anche vero che a concorrere all’interesse dello spettacolo è la sua natura di performance di danza e percussioni a tutto tondo.
Così, mentre dietro le acrobazie di Angus scorre il DVD legato all’edizione di Drum’s Not Dead, sorprendentemente popolato di lumache (?), la cover di Territorial Pissings dei Nirvana compare come un terremoto sottoforma di dedica. E prima di uscire per l’ultima volta - senza suonare il primo singolo del nuovo disco, It Fit When I Was A Kid - viene evocata la foschia del colore del sangue di Broken Witch.
Perfetti, senza troppi giri di parole, i Liars in concerto dimostrano appieno la differenza che separa lo scorso album dal nuovo: da un lato preponderano le parole di morte, le angosce chiamate programmaticamente a raccolta per impilarsi le une sulle altre fino a soffocare in gola ad Andrew, dall’altro giace la tranquilla, ma spessa elegia ai due simboli Drum e Mount Heart Attack, che invece si fa corpo lontano dall’espressione verbale, soltanto per mezzo del suono (e, ribadiamolo, delle batterie dalle tinte esotiche).
La band non cambia direzione, ma muta lentamente percorso. Ed è un percorso buono, che porta lontano, oltre le colline della noia e dei monti Infarto, dove i tamburi da cerimonia non smettono mai di essere battuti. Di questo ci diciamo ragionevolmente sicuri.
Scheda: Liars
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