Trame intricate, tempi dilatati, costruzioni complesse, tempi irregolari: tutto cị che qualche anno prima aveva caratterizzato la nuova attitudine del post rock, veniva qui trasferito ai suoni brutali dello stoner. Qualcuno lo aveva definito avant-metal e, al di là della poca utilità delle etichette, ci aveva azzeccato.
Eppure, oggi, a distanza di appena sette anni da quel fatidico album, gli Isis sono riusciti a perdere per la strada tutta la loro carica propulsiva e propositiva, oltre alla loro originalità, per trasformarsi in una sorta di appendice di gruppi come Slint e alter ego dei Pelican, quando non sembrano la versione banalizzata dei Godspeed You! Black Emperor.
Restano i tempi dilatati, ma è il sound metal ad essere scomparso quasi del tutto, relegato a pochi brevi episodi “di maniera”. La sostanza del concerto della band di Los Angeles all'Estragon di Bologna, sta tutta in queste scelte estetiche ormai assolutamente prevalenti. La scaletta è tutta imperniata sugli ultimi due lavori in studio del quintetto, Panopticon e il recente In The Absence Of Truth, album che prediligono le atmosfere tenui e concedono ampio spazio a melodie lineari dalla leggera vena darkeggiante.
Il risultato è di una prolissità senza confini, con uno schema, sempre lo stesso, che vede nell'aumento d'intensità l'unico vero elemento variabile di una composizione. Un po' poco. Sicuramente meno di quanto avevano proposto gli Oxbow un'oretta prima, per quanto anche loro, sorprendenti in studio per fantasia e sperimentazione, abbiano optato per soluzioni semplici rispetto al loro stile originale, che a tratti potrebbe ricordare perfino i Pere Ubu.
E pensare che in parte del tour europeo (non in Italia), le due band erano affiancate dai Boris, che, se non altro, avrebbero aggiunto un pizzico d'interesse a compensare la noia della serata.
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