L’occasione è delle più importanti, eppure non potrebbe esserci giornata più anonima per un concerto di questa portata. Non se lo meritano proprio il lunedì ma tant’è, all’interno della rassegna Gender Bender organizzata dal burocratico Cassero, arrivano finalmente in Italia in anteprima nazionale gli otto di Toronto, gli Hidden Cameras che per, chi ancora lo ignorasse, sono la pop band dell’anno.
Pochi mesi fa il combo dava alla luce Awoo, una collezione di melodie leggiadre e folky, tanto brit quanto americane, un piccolo capolavoro di sintesi tra il sound ottanta dei migliori Housemartins, i sempiterni Smiths e il country-folk tagliato jingle jangle dei R.E.M. di Peter Buck. A suonarlo una pop-rock band avvezza al sintetico di cinque elementi e arricchita da confidenze cameristiche, uno xilofono sbarazzino e un paio di tastiere indie kitsch . È troppo? Per nulla, tutto è poggiato sulle spalle di Joel Gibb: strofe leggere - omospiritual dicono - potenti e impeccabili, cariche di quello spessore mèlo che le allontana dagli apostrofi gai avvicinandole invece a quei sentimenti dolceamari a cavallo tra sixties ed eighties.
Premessa necessaria a un evento che mantiene tutte le promesse del caso, a partire dall’antefatto: gli otto compaiono allo scoccare della mezzanotte percorrendo il giardino esterno del locale in fila indiana, suonando totalmente in acustico un’aria folk (un po’ come gli Yo La Tengo a Urbino due estati fa, un po’ come gli Akron Family, ma ovviamente molto più aulici). Visti così sembrano gli Architecture In Helsinki, impressione che sul palco si fa più forte, ma è soltanto estetica. C’è la componente boy e girl anni ’50, chic quanto basta per aggiornare i B52’s e c’è il look western di Gibb; poi c’è lo scazzo novanta della sezione archi e il Rapture look del bassista. Premio ovviamente alla batterista, con quel giacca-cravatta che fa tanto Christian Rainer e gli Hidden Cameras ci sono tutti, sul palco, a passare dall’acustico all’elettrico. Via. Attaccano con un duetto di brani recenti ed è festa tra il pubblico ammirato e danzereccio. Poi arriva la botta emotiva con AWOO, emblema di un manierismo folky e fanciullesco conquistato sul campo e dopo tutta l’alternanza tra il passato più o meno recente. Una manciata di brani dal precedente Mississauga Goddam, un bel po’ da The Smell Of Our Own, dunque Heji , altro scossone sottoforma di efficacissimi stop and go. Una pausa e poi rientro per altri tre brani. Uno spettacolo musicalmente ineccepibile e visivamente a dir poco spassoso come soltanto gli otto architetti di Helsinki erano riusciti a creare. Il pubblico all’unanimità applaude. Rivediamoli. Andateli a vedere. È il loro momento, ma anche il nostro.
Scheda: Hidden Cameras
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