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Pubblicazione 01 Giugno 2005

John Zorn, Gianni Gebbia, Lukas Ligeti, Archie Shepp

Angelica, Bologna (Dal 08 Maggio al 15 Maggio)

Quindici anni di improvvisazioni, sperimentazioni e difficoltà economiche. John Zorn e Archie Shepp, ma anche tanti musicisti dell'estrema periferia del mercato musicale. Cronache dalla XV edizione di un festival che rischia di morire. Ne abbiamo parlato con Giampiero Cane, critico musicale de "Il Manifesto"

Sono ormai quindici anni che Angelica si fa portavoce delle avanguardie e sperimentazioni extra-colte (anti-colte potremmo anche dire). Non solo molte giovani voci-che-non-hanno-voce nel panorama musicale, ma anche grandi nomi, da Chris Cutler a Mike Patton, da Terry Riley a La Monte Young, hanno fatto la storia di un festival che è riuscito costantemente a rappresentare uno spazio aperto per la nuova musica e allo stesso tempo un contenitore importante per la sperimentazione estemporanea. Che però chiude. Questa dovrebbe essere stata, infatti, a detta degli stessi organizzatori, l’ultima edizione. La formula che mette a confronto musicisti che non hanno mai suonato insieme, generando performance totalmente aperte e uniche e che ha funzionato per tre lustri, esaurisce il suo ciclo (speriamo non scomparendo ma trasformandosi in qualcosa d’altro, magari più stabile) lasciando un vuoto fatto di speranza da una parte e preoccupazione dall’altra. Nonostante i problemi economici (che vivono un po’ tutti i piccoli enti legati allo spettacolo, per una crisi di fondi pericolosa) e la difficoltà di doversi arrampicare sull’indifferenza generale (amministrazioni comprese), Angelica 2005 (che si è svolta a Bologna tra l’otto e il quindici maggio) si è comunque dimostrata all’altezza delle aspettative già prima di cominciare. Il ritorno a Bologna di John Zorn e la presenza di un gigante del jazz come Archie Shepp rappresentavano sicuramente il fiore all’occhiello di un programma ricco, come sempre intrigante.

Arresto & Domicilio. Un titolo che di per sé indica la necessità di una riflessione, dopo quindici anni di attività. La necessità di una pausa, ma anche di una ripartenza, che vada molto al di là della settimana primaverile, che dia vita a un laboratorio permanente. Un giro di boa necessario per una manifestazione nata come piccolo microcosmo in un paese poco interessato alla sperimentazione musicale e presto divenuto un punto di riferimento per chi cerca a tutti i costi di dribblare il conformismo. Ma anche la necessità di creare qualcosa di stabile, che vada oltre il semplice festival, confermata dal successo della Settimana Stockhausen dello scorso novembre. A differenza di sei mesi fa, però, a sostegno del festival non c’era il Teatro Comunale di Bologna, che non ha mai avuto un atteggiamento molto aperto nei confronti di Angelica, pur ospitandone alcune edizioni. C’era invece il Comunale di Modena, che insieme al Link (finalmente con la tanto agognata nuova sede) ha ospitato le due serate d’apertura, dedicate a John Zorn.

Il musicista americano si è esibito prima a Bologna con il Cobra Ensemble, risultato di un workshop con musicisti noti e meno noti tra cui Alvin Curran, Ikue Mori, Lukas Ligeti e Stefano Scodanibbio. Un “game piece” in cui il direttore, attraverso dei cartelli indirizzava gli esecutori lasciandogli massima libertà e decidendo solo la successione degli interventi, totalmente improvvisati. Ne veniva fuori un suono aggressivo, tutto il contrario rispetto all’altra performance di Modena con gli Electric Masada, formazione (Marc Ribot , Jamie Saft, Ikue Mori, Trevor Dunn, Cyro Baptista, Joey Barron e Kenny Wallesen) collaudata da anni a con diversi e specifici intenti musicali.

Dopo i due concerti di apertura le esecuzioni si sono spostate al teatro San Leonardo, sede “stabile” scelta per quest’anno. Un teatrino piccolo e modesto, che ha ospitato anche per questa edizione le più aperte e disinvolte combinazioni di musicisti. Sebbene il duo continui ad essere la formazione prediletta dalla manifestazione, non sono mancate interessanti esecuzioni soliste e suggestive sperimentazioni di gruppo.

Se dovessi scegliere due figure chiave di questa edizione di Angelica, non esiterei a fare i nomi di Barre Phillips e Stefano Scodanibbio. Due contrabbassisti, due esperienze musicali molto diverse, che pur senza incontrarsi sono riusciti meglio di tutti gli altri a dare una visione totale di musica. Il primo, oltre ad esibirsi in duo con Archie Shepp, ha presentato uno spettacolo musicale risultato di un workshop biennale con giovani musicisti. Fete Foreign è stato un incontro tra 28 diverse anime musicali che scegliendo un personaggio lo hanno modellato a proprio piacimento: un panettiere getta farina suonando la tromba, uno tra i tanti chitarristi si traveste da totem, mentre Barre Phillips sembra una sorta di strega-befana incappucciata. Il tutto eseguito con una libertà assoluta sia di movimento che di esecuzione strumentale. Più di un’ora di suoni provenienti da ogni dove, che creavano un ambiente ipnotico e fiabesco insieme, per quanto difficilmente sostenibile per l’orecchio umano.

Dal canto suo Scodanibbio ha omaggiato Berio presentando una sua versione per contrabbasso della sequenza XIV per violoncello, oltre ad eseguire due sue proprie composizioni (Amores e Je m’enallais) insieme al Fontana Mix Ensemble. Un approccio molto diverso nei riguardi dell’improvvisazione, che parte dalla scrittura, dal segno e per questo si rapporta a tutta una tradizione “colta”, ma con una flessibilità, una freschezza linguistica che ben si adatta all’attitudine sperimentale e “libertaria” di Angelica.

Tutt’altro che sorprendente, invece, Archie Shepp. Chi si aspettava di ascoltare uno dei più radicali jazzisti dell’avanguardia anni ’60 è rimasto sorpreso nel trovarsi di fronte un vecchio bluesman, che si divertiva a suonare il piano come se si trovasse in un bordello di un secolo fa. Qualche meraviglioso fraseggio di sax è tutto ciò che Shepp concede a un pubblico che si emoziona anche solo vedendogli abbracciare lo strumento. Il resto è blues confidenziale al pianoforte con forti accenni alla tradizione nera che vanno da Motherless Child a Round Midnight, con Barre Phillips che si diverte a modo suo, ma non sembra essere sulla stessa linea d’onda del sassofonista-pianista-cantante. Se non altro c’è da dire che Shepp non ha per nulla una cattiva voce.

Difficile definire “il resto” (se non per problemi di spazio) le altre performance che si sono susseguite sul palco del teatro San Leonardo, in cui in più di un’occasione ha prevalso l’unione di gesto musicale e gesto teatrale, a tratti in maniera clownesca e informale (Tristan Honsinger con Eugenio Sanna; Caric e Venitucci). Di tutt’altra natura i dialoghi elettronici tra Alvin Curran (campionamenti, piano e corno di montone) e Domenico Sciaino, che campionava e rielaborava i suoni con un laptop. Degni di nota anche i bellissimi paesaggi sonori creati dal sassofonista Gianni Gebbia e dal batterista Lukas Ligeti, figlio del compositore Gyorgy, legati a uno standard più strettamente jazzistico; mentre gli esperimenti “respiratori” del flautista Stefano Zorzanello e la maniera poco convenzionale di suonare la viola di Charlotte Hug hanno dato risalto alla dimensione della performance individuale.

Alla fine, tutti contenti, come gli altri anni. Una contentezza, però, velata di preoccupazione per una manifestazione che rischia la vita ogni giorno e che si trova a un importante bivio dove scegliere tra il suo sviluppo, la sua trasformazione o la sua fine. La speranza è che gli organizzatori si occupino di cambiare Angelica e che nessuno pensi di distruggerla.

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