Pubblicazione 03 Maggio 2009

Monks (The)

Il tempo dei monaci

Il loro disco è stato sdoganato, recuperato, riascoltato da molti e che c’è chi dice sia stato profondamente influente. Un dovere ritornare sulle tracce dei monaci
Monks\' first haircut.
Monks (The)
Monks' first haircut.

Una storia da raccontare

Read on! It's monk time - it's hop time. Don't read this. We said: don't read this.” (dalle note di copertina della prima edizione di Black Monk Time)

La storia è di quelle che si sentono una volta e poi si corre dagli amici a diffonderla. Gustosa, ma attenti; può classificarvi come dei fissati, non proprio dei nerd, ma dei cultori dello stesso aneddoto. In effetti gli elementi ci sono tutti per farvi pervenire a questo stato dal punto di vista dei vostri ascoltatori. E però oggi il caso vuole che una concomitanza di ristampe ci faccia finalmente riprendere quella storia e ri-diffonderla. Non che sia una fragile tradizione orale da mettere per iscritto, anzi; ha fatto la sua comparsa in un libro arcinoto, il libro più famoso sul krautrock. Ovviamente si tratta di Krautrocksampler di Julian Cope, quella breccia, uscita a metà dei Novanta, che con entusiasmo intaccabile ha rimesso in circolazione un giro di nomi che arrivando dalla Germania già si sentivano nominare in Inghilterra tra fine Sessanta e inizio Settanta. Un libro da infervorato appunto ma soprattutto una guida personale, come l’autore tiene a sottolineare a più riprese; ciononostante non scevra di alcuni spunti interessanti da un punto di vista più ampio rispetto a quello musicale; diremmo culturale; ed è qui che – nel discorso introduttivo alla nascita del krautrock – trova posto la vicenda di The Monks. Parliamo dunque di un primo importante tassello, che riguarda l’importanza, quando si parla di krautrock, di sviscerare la relazione tra rock tedesco e rock anglosassone.

Uno di quegli elementi sociali che Cope mette a fuoco è appunto quanto la Germania dell’Ovest di metà Sessanta fosse vittima dell’impero, e quanto ne fosse lontana provincia disposta a subire l’imprinting. Il rock era arrivato ai tedeschi d’Occidente e ne aveva irrimediabilmente colpito i giovani. Eppure quella cosa da far strapazzare i corpi era già virata in un ambiente che oggi chiameremmo senza misure mainstream. Era musica commerciale che seguiva l’andamento delle vendite, punto. In quel contesto cercarono forse inizialmente di inserirsi cinque ragazzi americani di stanza a Francoforte, cioè in trasferta forzata in Germania in quanto GI – cioè militari di fanteria, soldati semplici - a copertura di uno dei baluardi dell’Occidente verso la DDR e il mondo sovietico.

I loro nomi sono Gary Burger, Larry Clark, Dave Day, Roger Johnston e Eddie Shaw. Iniziano a suonare insieme – tutti tranne Roger, che si aggregherà un paio di anni dopo, già nel 1962. Nel 1964 la formazione è fatta; il nome che si scelgono è The Five Torquays, poi semplificato in The Torquays. Gary, oltre a suonare la chitarra, è la voce principale, ma ai cori partecipano tutti; Larry si dedica all’organo; Dave, Roger ed Eddie si occupano invece, come si confà a un gruppo tradizionalmente rock and roll, della sezione ritmica, rispettivamente chitarra ritmica, batteria e basso. I cinque iniziano a suonare nei club di mezza Germania (non è un modo di dire, come potete immaginare), da Heidelberg a Berlino, e si prestano alla tendenza di cui sopra; cercano di riprodurre gli standard che in quegli anni gli ambienti anglosassoni propongono; fanno cover di Chuck Berry, scimmiottano la surf del paese d’origine e seguono naturalmente gli esiti di quella che oggi (dopo la Seconda, forse anche la Terza, la Quarta, chissà) chiamiamo la First British Invasion. Insomma partecipano a quella funzione ideologica, stando al post-strutturalismo delle scienze sociali, che la musica giovanile stava acquisendo nella Germania legata alla NATO. Eppure basta un anno e poco più perché si crei quello scarto che oggi ci invita a parlarne. I cinque giovani americani si stufano presto di seguire le mode del rock a loro coevo di altre parti nel mondo; cosa che li fa arrivare all’attenzione di quegli altri giovani musicisti in erba che in quelle lande stanno studiando composizione con Stockhausen; coloro che in quegli anni ancora considerano i generi sbarbini della musica popolare anglosassone come un gioco da classifica o poco più; i futuri krautrocker, insomma.

Tempi monastici

Di fatto i Monks alla fine del ‘65 scoprono di voler sperimentare un poco, con la propria musica, con lo spasso di suonare, con la propria immagine, con gli automatismi del rock, e con la provocazione di testi e argomenti anti-militareschi. Anziché scegliere uno stile o un altro tra quelli che si davano il cambio in America o Inghilterra, iniziano a miscelarli tutti; anziché selezionare un registro o un altro – quello “militante” o quello comico, quello pop o quello grottesco - danno vita a un calderone; atteggiamento per Cope non così lontano dal krautrock prossimo venturo. Alla fine dell’esperienza Torquays iniziano a registrare quel fantastico e incomprensibile (senza argomentazioni contestuali) capitolo che è stato Black Monk Time.

Cambiano il loro nome in “Monaci” e per sottolineare l’estetica provocatoria – ma anzitutto caciarona – si fanno rasare la sommità del capo; si fanno la chierica, come il loro nuovo statuto immaginifico impone. Ma soprattutto immolano tutta la propria musica al sacro fuoco della percussività. Se devono salvare una cosa del rock’n’roll, quella si chiama beat, non di certo melodia. “Bam, bam, bam. Over-beat”, come sottolinea con un guizzo di espressività quasi-verbale Eddie, il bassista, le cui quattro corde diventano settimana dopo settimana sempre più una massa critica amplificata al limite. La chitarra ritmica di Dave diventa un banjo suonato esclusivamente dandoci di pennate, come un tamburo armonico. Roger elimina quasi del tutto i piatti dal proprio strumento e si dedica esclusivamente all’ipnosi folle dei tamburi.

Non solo: è forse la “prima” chitarra di Gary a subire lo stravolgimento più interessante, se valutato con la profondità del tempo. Accade infatti che, dopo un anno di tentativi per trovare il timbro giusto, un giorno il nostro abbandona le prove per fare pipì e si dimentica amplificatore e volumi al massimo. Il frastuono che ne risulta sorprende gli altri Monaci, che lo trovano strabiliante e iniziano a suonarci sopra. Una piccola invenzione del feedback come migliaia di altre volte sarà capitata. Un aneddoto che permette a Gary di usare il rumore della sua chitarra come parte del tribalismo rock’n’roll che permeerà Black Monk Time, - che esce nel 1966 per la Polydor - dall’iniziale Monk Time alla finale That’s My Girl, passando per la citatissima Complication, con quel suo testo anti-militarista, urlato nelle balere tedesche a gente che non capiva una parola di quello che gli veniva blaterato addosso.

The Tourquays / Monks
Monks (The)
The Tourquays / Monks

Ciò a cui spesso poi non si fa riferimento rispetto ai Monks è proprio quel lavoro di ricerca, condotto soprattutto in studio; un’attenzione recuperata solo negli ultimi anni, specialmente grazie a due raccolte/ristampe: Demo Tapes 1965-1966, uscita a inizio 2007 per la Munster Records, e Early Years, appena pubblicata dalla solita Light In The Attic - responsabile anche di una agognata (vedremo perché) riedizione di Black Monk Time, in doppio vinile a 180 grammi. Raccolte dove si sente maggiormente il filtro della produzione soprattutto rispetto all’unico album dei Monks, dove l’impatto vitale del combo si accompagna a una resa quasi mono, per virulenza e fedeltà dell’effetto live; cosa che sarebbe stata impossibile, sottolinea ancore Cope, se questo disco fosse finito nelle mani di un’azienda musicale britannica.

Immaginatevi dunque cinque ragazzi maturi vestiti da monaci e con la chierica in testa fare a gara di ritmo tra di loro. Ma non fatevi ingannare dalle parole scritte sopra. Lo sperimentalismo dichiarato ed esplicitato in maniera intellettualistica è assente. Ciò che funziona di Black Monk Time è il fatto che questa musica è comunque r’n’r. I cori sono orecchiabili e “mongoloidi”, il piglio è sempre ballabile. Le canzoni sono canzoni, il cantante scimmiotta ancora gli shouter. E però il tutto è un marasma tribale eppure evoluto, un ritmo corale; e tutto viene fatto con un senso del paradosso di suonare musica aliena per un popolo alieno. Il disco non vende e inaugura commercialmente una vicenda che non ha mai permesso a questi cinque pazzi di fare dei soldi. Ne seguono appena due singoli, in totale quattro ulteriori canzoni che già segnano un allontanamento dall’aspetto sanguigno dell’album. E poi lo scioglimento del gruppo, per trent’anni.

Il resto della storia ci parla di una reunion, a fine Novanta, dove come spesso accade i figlioli prodighi tornano a casa; una tournèe negli Stati Uniti, dunque, compreso un documentato concerto a New York a cui Gary arriva con la bronchite, con evidenti problemi vocali conseguenti. Ci parla anche dell’ennesima sfortuna commerciale legata alla prima riedizione di Black Monk Time in CD, avvenuta nel 1994 per iniziativa della Repertoire Records; operazione dichiarata illegale dalla Polydor – detentrice dei diritti di produzione – e mai riconosciuta dai cinque ex-giovani e ormai attempati rocker americo-germanici. Pare addirittura che la cosa sia stata possibile grazie al furto provvisorio di un master da parte un funzionario della Polydor, che poi ha rimesso tutto a posto, senza farsi accorgere. Oggi le cose paiono cambiate, se è vero che i Monks segnalano come una liberazione la ristampa della Light In The Attic di cui sopra.

Concluderemmo la vicenda condendo ancor più l’influenza che la band può aver avuto sopra i rocker di mezzo mondo, e soprattutto segnalando una linea di lettura che imparenti in qualche modo il loro sound con quei Nuggets a metà Sessanta ancora misconosciuti, e che fecero il botto quando il krautrock era esploso e già abbondantemente masticato. Ma la mossa migliore è chiudere con l’immagine dei cinque Monks che urlano in un falsetto surreale in una bettola di Francoforte. Cosa urlano? “It’s monk time!”

Scheda: Monks (The)

copertina pdf #91