Sul duo di Goteborg che vi andremo a raccontare già saprete tutto: vincitori di un premio svedese come miglior progetto jazz del 2007, beniamini della stampa, coppia d’arte e di vita, Mariam Wallentin e Andreas Werliin hanno tutte le carte in regola per meritare almeno un trafiletto nelle pagine di storia riservate ai grandi. Percussionista androgino e vulcanico lui, algida, ma dall’ugola che fonde il ghiaccio lei, si incontrano nell'Accademia di Teatro e Musica della loro città e dopo un po', stanchi di eseguire musica fortemente codificata, si mettono in proprio servendosi degli strumenti che hanno studiato per anni: voce e batteria. Ne vien fuori una piccola pietra miliare dal nome significativo, Heartcore, dove uno spirito primigenio si va ad incanalare nei solchi del blues del delta, dei roots, del jazz più scomposto e tribale e di una vocalità scura e sofisticata, ma mai leziosa. Pezzi come Doubt/Hope o The Battle In The Water ben ricalcano la doppia personalità incendiario-intimista del duo, ma c’è dell’altro: quel primo capitolo sembra tracciare un simbolico punto della situazione su una serie di esperienze “di coppia” venute alla ribalta negli ultimi anni (dall’ avant-rock sensuale di Young People alla proposta lirico-agogica dei Directing Hand, fino ad arrivare ai nostri Camusi). La distanza da quei progetti viene però marcata immediatamente grazie ad una spiccata originalità, che non sacrifica mai l’arte sull’altare della facile fruibilità, né tanto meno su quello di ricerche matematiche fini a se stesse. E, in tal senso, il paragone più appropriato sarebbe forse quello col fenomeno Fiery Furnaces, anche solo per assecondare il piacere che provocano gli opposti che si legano: là massimalismo e divertissement, qua minimalismo e filologia.
I due ad oggi di strada ne hanno fatta e, dopo aver firmato con la Leaf, sempre attenta alle ricerche ad ampio raggio tra eleganza e sperimentazione, hanno dato alle stampe la loro opera seconda, The Snake, uscita lo scorso anno in Svezia per la Caprice Records. Ed è soprattutto per parlare del nuovo disco, in uscita il 13 aprile, che li abbiamo intervistati, scoprendo che i due, oltre ad essere musicisti di talento, sono anche ben consapevoli del proprio percorso artistico.
"La nascita del progetto, circa quattro anni fa', è stata fortemente liberatoria per noi: Mariam studiava improvvisazione vocale ma era stanca di sottostare a delle regole imposte dall'alto, così mi portò alcuni testi che aveva scritto e, a partire da quelli, iniziammo a improvvisare. Lavoravamo su questi frammenti finché non nascevano delle melodie o delle ritmiche che li sorreggessero. In questo processo solitamente tendiamo a togliere anziché aggiungere elementi. Siamo profondamente convinti che la grande musica sia quella che non dice tutto, che lascia spazio all'immaginazione di chi ascolta. Una sorta di addizione nella sottrazione, che è data anche da quello che l'ascoltatore può aggiungervi mentalmente (una linea di basso, di piano e, perché no, una chitarra stoner!)”.
E' così che Andreas ci introduce nell'alveo creativo dei Wildbirds & Peacedrums, in cui ogni takes rappresenta un passo in avanti nell'espressione di ciò che la loro musica evoca. Anche The Snake ha avuto una simile gestazione, che quando una formula funziona tanto vale premere l’acceleratore e scrivere subito il seguito, tanto più che, grazie ai proventi del premio svedese, i due hanno avuto la possibilità di lavorare in uno studio ben attrezzato per tutto il tempo necessario a comporre e registrare. “Questa volta abbiamo avuto la possibilità di usare strumenti tradizionali del Sud America come la kalimba o lo steelpan, ad esempio. In generale ci interessa molto il modo in cui i vari timbri di cordofoni o idiofoni riescono a interagire con quello della voce e delle percussioni (pensiamo ad un pezzo come So Soft So Pink). Ma non siamo degli studiosi di etnomusicologia, né abbiamo la passione per l'organologia, semplicemente cerchiamo di rievocare istintivamente le radici da cui proviene la musica che ci appartiene. La denudiamo, spogliando noi stessi di tutti quegli orpelli che non permettono ad un artista di realizzare musica 'coraggiosa' e autentica".
La voce di Mariam è stata oggetto di numerosi dibattiti su carta e on line, accostata soprattutto alla vocalità nera e viscerale di Abbey Lincoln e al jazz sperimentale di Patty Waters. "Tra le due è Abbey Lincoln ad avermi ispirato di più, la sua Freedom Suite con Max Roach è un grandissimo disco. Per il resto sono cresciuta ascoltando gente come Chet Baker, Nina Simone, Aretha Franklin, Sarah Vaughan, Elvis Costello, Mark Kozelek e molti altri. Ciò che mi influenza è un mix di tutto ciò. Io amo le voci 'libere' come quelle di Lindha Kallerdahl, Sidsel Endresen, Diamanda Galas, Maja Ratkje, voci che mi spingono a gridare o a cantare con un filo di voce, ad andare in alto o molto in basso".
E, per quanto riguarda gli inserti melismatici presenti nel nuovo disco (penso a pezzi come Island o So Soft So Pink ), Mariam ammette l' influenza delle sue origini mediorientali in certe coloriture vocali, ma al di là dello studio di tecniche particolari: "Mio padre è persiano e in qualche modo tutto ciò ha influenzato la mia musica. D'altro canto io non ho mai studiato le tecniche vocali nordafricane, semplicemente inserisco degli abbellimenti 'falsificando' un certo tipo di vocalità! Quello che faccio è sempre al servizio dell'efficacia evocativa del pezzo.” Anche per la formazione di Andreas sono stati fondamentali i grandi dischi che ascoltava il padre, principalmente musica svedese degli anni Settanta, dai National Teatern a Bo Hansson.
E, a proposito degli artisti che lo hanno influenzato maggiormente, dichiara: “Io traggo ispirazione da molta musica diversa e da altre forme d'arte. Ultimamente ho capito che c'è un minimo comun denominatore nella musica che mi piace: riesce ad essere senza tempo e ad accogliere idee nuove, senza sacrificare l'onestà. Penso agli Earth, a Miles Davis, ai Talk Talk, ai The Thing, ai My Bloody Valentine e a Micachu, ad esempio."
Tornando al disco, se i testi di Heartcore descrivevano la tristezza, la speranza e l'illusione, in The Snake si parla della famiglia, delle relazioni, di frustrazioni, dubbi e ricerca. E se il vecchio disco esprimeva un’urgenza forte ed erano le radici nere a prevalere, nel nuovo la scrittura risulta più variegata. Ascoltandolo, non si può non notare come la pietra minimale rifletta le varie anime dei Wildbirds & Peacedrums in maniera più netta che in passato: a partire dalle terre desertiche di Island che tremano al grido di fragilità di My Heart, tra un intermezzo heartcoriano come There Is No Light e il vezzo pop vagamente studentesco di Chain Of Steel. E loro non si impongono a tutti i costi di essere attuali, nè si confrontano troppo con ciò che li circonda. “Ci piace la scena svedese, ormai florida da molti anni, e ci sentiamo vicini a tutti coloro che non si accontentano di percorrere strade già battute. Il rischio è un elemento essenziale nella nostra musica”. E se i Nostri non stanno lì a guardare se somigliano un po’ troppo a questi o a quelli, noi ritroviamo nelle maglie della loro musica l’irriverenza e la permeabilità di gruppi come Xiu Xiu, Fiery Furnaces o Indian Jewelry, coniugata ad una rilettura iconoclasta del colto, molto ricorrente nei migliori artisti degli ultimi anni (Joanna Newsom, Hjaltalin, gli ultimi Parenthetical Girls). C’è poi la minimal wave, rievocata soprattutto dalle melodie di Mariam, di quando in quando posseduta dallo spettro di Siouxsie, che è un elemento fondamentale per comprendere una certa attitudine punk del duo. Un andirivieni spazio-temporale in cui i Wildbirds non corrono mai il rischio di spersonalizzarsi. E quando gli chiediamo se è oggi necessario possedere un apprezzabile bagaglio tecnico per poter realizzare musica “coraggiosa”, Mariam incalza: “Non necessariamente! Ci sono molti modi per diventare bravi ;). Penso però che per entrambi sia importante avere il controllo sugli strumenti, così da poterci muovere più agevolmente in territori inesplorati. Noi amiamo i nostri strumenti e io amo usare la voce in molti modi diversi che riflettono i miei vari stati d'animo. Ma qualche volta mi piace anche fumare e suonare strumenti che non conosco bene, come lo zither o lo steel drum (tamburo d'acciaio, n.d.r.)”.
In chiusura, chiediamo ai due se sono soddisfatti dei risultati ottenuti fin’ora, sia a livello artistico che di popolarità. "Siamo molto contenti, suonando in tante città diverse abbiamo capito che abbiamo molto da dare. La nostra musica è molto coinvolgente dal vivo e ogni sera proponiamo qualcosa di diverso, in quanto non rispettiamo in tutto e per tutto una scaletta prestabilita. L'energia che riusciamo a comunicare e a ricevere dal pubblico è un elemento fondamentale."
E, a proposito del terzo album.“Ci stiamo pensando, sta iniziando a crescere lentamente. L'unica cosa che posso dirti è che sarà meraviglioso! Sia Heartcore che The Snake erano più un documento di ciò che noi eravamo nel momento in cui li abbiamo scritti, impulsivi, passionali, onesti. Ma il terzo album scaverà più a fondo, o volerà più in alto!" E a noi, a questo punto, non resta che rimanere in attesa, che di gruppi così, negli ultimi anni, se ne sono visti davvero pochi.
Scheda: Wildbirds & Peacedrums
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