Ci sono le coordinate per definire una cosa. Ci sono però anche bolle che seppure soggette alla definizione in qualche modo la rifuggono, con piccole pause di riflessione. È facile dire chi sono Cryptacize, da dove vengono e come sono arrivati a noi. Ma è la loro musica che poi, in definitiva, ci fa guardare altrove.
La città dove Nedelle Torrisi (voce, chitarra, synth), Chris Cohen (voce, chitarra), Michael Carreira (batteria) e Aaron Olson (basso) formano la band di cui vi parliamo è Oakland, anche se presumibilmente presto diventerà Los Angeles. Nedelle – di origini siciliane, verso le quali sente una grande affinità - è nata e cresciuta nella Bay Area, più precisamente nella Inner East Bay; ora, ci dice, ha bisogno di cambiare scenario. Chris è una vecchia conoscenza di chi segue e ha seguito le vicende musicali di Frisco e dintorni. È stato membro dei Deerhoof, nonché una presenza fondamentale nel gruppo, che ha orientato durante la sua permanenza verso un suono più pop; probabilmente andava cercando un’entità sonora che solo oggi, crediamo, sia riuscito a corteggiare e possedere pienamente. Di mezzo c’è stata The Curtains, sua emanazione diretta, un’arena dove spiegare la sua passione per la melodia e fare tentativi di ri-percorso pop.
È lì che Chris incontra Nedelle; il sodalizio musicale tra le loro due voci sembra da subito azzeccato, qualcosa da valorizzare; ma solo nel 2007 diventa materia per una nuova band. “Il passaggio è stato dolce; Nedelle e io abbiamo formato Cryptacize quando abbiamo iniziato a scrivere insieme”, ci dice Chris. In effetti la penna che confluisce in Dig That Treasure (Asthmatic Kitty), loro disco d’esordio, segna cambiamenti non indifferenti. Nedelle ci spiega come anche il metodo di scrittura sia cambiato:
“Chris e io ci bilanciamo scrivendo insieme; è questione di chi è ispirato a scrivere in un dato momento. Scrivere canzoni insieme può diventare difficile quando si lavora a parti diverse di un pezzo contemporaneamente. Stiamo ancora lavorando per perfezionare il processo. Riguardo alle melodie vocali, ci ritrovo i diversi generi musicali in cui siamo immersi.
Tutto è pensato per seguire le evoluzioni melodiche di Chris e Nedelle. Aaron Olson e Michael Carriera si sentono pochissimo; l’effetto d’insieme è pastorale, gli strumenti quasi timidi. La complessità vocale fa il paio solo con quella costruita dalla chitarra, che a tratti (The Shape Above) ricorda i Meat Puppets di In A Car, in una versione ultrararefatta, che pecca di un po’ di dispersione. Tutto sommato Dig The Treasure non è altro che l’adattamento in studio delle prove live dei Cryptacize; ora, racconta Chris, pensano prima a farsi il “palato” che a suonare dal vivo.
In Dig That Treasure fanno comunque la loro comparsa quegli elementi che oggi, con Mythomania, possiamo affermare come tratti distintivi della band. Voci a parte, inizia a sprigionare dalle tracce anche quel tocco di chitarra peculiare a Chris, quasi desertico, memore comunque del post-punk più docile (No Coins). E poi compaiono dei momenti in cui il suono sembra spegnersi per ripartire successivamente; quelle pause, che daranno uno straordinario senso della stratificazione della struttura in Mythomania.
“Le pause; un’osservazione divertente. Certo, usiamo le pause, ma come tutti gli altri elementi musicali. Sembra che la maggior parte della musica popolare abbia paura del silenzio. Noi no, se è funzionale alla riuscita di una canzone.”
Ma sono anche i nomi d’altri che iniziano a pioverci addosso. Aldilà delle biografie, e definitivamente con lo splendido Mythomania (Asthmatic Kitty, 2009) l’ascolto dei Cryptacize che dischiude dei mondi. Viene da pensare addirittura a scene intere, più che a singole band. La loro musica si interfaccia con la tradizione pop – possiamo dire soprattutto inglese – con la disinvoltura e la scafataggine di oggi. In questo – ma anche nei suoni – ci fa pensare all’ambiente (più che a uscite precise) della prima Creation, con quella capacità di restaurazione pop con il filtro del dopo post-punk.
Soprattutto però abbiamo un doppio (e raddoppiato) input di cui parlare; non lo si focalizza subito ma i suoi sentori crescono con l’ascolto. È il tepore freddo della Rough Trade degli inizi che si sovrappone alla ricarica di quelle atmosfere che ci hanno concesso i Beach House l’anno scorso. Non solo; il suono Cryptacize non è simile in sé alla Messthetics di allora; è come se quei principi di dolce disordine – che mettevano sotto un’etichetta Young Marble Giants e Raincoats - fossero oggi riadattati per coprire non un elemento alla volta ma il modo stesso di comporre una canzone. Da quello che ci dicono non era però questa la loro intenzione, “ma suona interessante” – ammette Chris. E ciò ci direziona subito verso un bacino enorme (e colmo) a cui fare riferimento nel caso in cui si voglia sapere cosa ascoltano i Cryptcize. C’è il loro blog - cryptacize.blogspot.com – dove è possibile ascoltare i mix che periodicamente il quartetto/duetto pubblica. Un altro rione affollato. Una specie di podcast personale – o muxtape, per essere più aggiornati coi tempi - che mescola soul (anima) e ritmi (corpo), anche scorporati; un esempio è il passaggio tra il calore di Pair Back Up Mass With di The Bowling Hex e la psichedelia di Pixillation di Gershon-Kingsley.
La chiave di lavoro sul revival ‘60 è insomma a tutto tondo, e comprende le origini come i discendenti che già hanno fatto operazioni simili. Lo spettro di ascolti del combo è davvero ampio; ora suoneranno con un altro loro ascolto ricorrente, e stravagante più degli altri, cioè Ariel Pink; e al tempo stesso dall’EP che ci anticipano essere in uscita da qua a uno o due mesi non ci aspettiamo altro che quelle melodie quasi già sentite e però mai scontate; comunque isolate in una bolla di isolamento disperso in una rete.
Scheda: Cryptacize
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