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Pubblicazione 04 Maggio 2009

Ktl

Bronson, Ravenna (28 Marzo 2009)

Professionista della catarsi, O'Malley; più che l'impossibilità di staccarsi dal post-rock, non c'è proprio la volontà. Pur tentando il passaggio da grand guignol metal a kraut-rocker. Cartellino timbrato.
Live @ Bronson 28 marzo
Ktl
Edoardo Bridda 2009
Live @ Bronson 28 marzo

I commenti in sala sono sempre il massimo dalla vita. Belli netti, grezzi e senza incertezze. Frasi buttate li come gli eroi di Carpenter. Sputate senza pietà e con la sicumera da vecchio West nostrano che è anche la nostra Romagna. Alle volte sono delle vere genialate come quella che un noto affezionato degli happening Indie mi ha rifilato tra capo e collo. “Questo è il nuovo kraut” dice Mr No e, tra il fumo tossico di Reberg e i delay di O'Malley, è la sentenza definitiva di un processo cortissimo e deludente.

Per il noto chitarrista e il londinese Peter Rehberg, quella del Bronson è stata la classica data “filling” e non li biasimo. Inevitabile che il cartellino lo si timbri con un siffatto impianto. Meglio ancora: utopico pensare un coinvolgimento e un trasporto mesmerico ai massimi livelli ad ogni sacrosanta esibizione, come se chiedessimo loro d’evocare gli inferi ogni volta. Dura, del resto, accontentarsi del professionismo di base pur con la garanzia di non scendere sotto la soglia di un metal ambientale ultra patinato per ragazzini brufolosi. Il pubblico ha dimenticato i vent’anni da un bel pezzo e le motivazioni d’interesse, sotto gli sguardi attoniti e un po’ annoiati, s’aggirano proprio attorno a quella parola di cui tanto si parla in questi ultimi mesi, il Kraut, evidentissimo nell’elettronica rumorosa e spaziale di Rehberg, e nei pulviscoli di suono dello svedese.

Dal grand guignol metal si è caduti poco lontano dal rigor mortis secondo i teutonici. Pur senza la paura che quei suoni provocavano e evocavano. Eppure, ancora in parallelo, allora come ora, la penetrazione psicologica o quel senso di mistero si fanno al di fuori di un sound chiuso e autoreferenziale. Senza appigli melodici. Senza presenza umana. Era il cosmo a fare paura e non la musica. Così, figuriamoci oggi, niente panico per i due Ktl. Niente studio di frequenze allaThrobbing Gristle. Nessuno thrilling. La loro è una catarsi Post (Rock), l’altra faccia della medaglia. Non è forse vero che il suono Slint più dilatato andava a cadere tra Berlino e Colonia? Il cerchio si chiude. Come pure i nostri ragionamenti finiscono assieme a un deludente concerto di sessanta minuti. KTL sono un progetto tra i tanti di OMalley. Per farlo funzionare non basta l’affiatamento bensì l’esperienza e le costrizioni del lavorare assieme continuativamente.

Scheda: Ktl

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