Se c’è un artista che ha messo d’accordo critica e pubblico convincendo la prima in virtù delle notevoli doti canore e conquistando il secondo grazie ad una musica febbrile e intensa come poche, quell’artista è Antony Hegarty. Un musicista cresciuto sotto l’ala protettrice di un paterno Lou Reed, ma ormai talmente originale da diventare più di una costola dell’Adamo di Heroin, nonché il “caso discografico” dell’anno. Ne sono testimonianza le sue apparizioni italiane, sempre toccanti e capaci di richiamare un pubblico numerosissimo, non ultima la data di Ferrara Sotto le Stelle.
A vederlo sul palco non si direbbe e invece sotto la parrucca dai lunghi capelli neri stampata sul volto pallido e una doppia t-shirt che nasconde a fatica un corpo ingombrante, c’è un artista così innocente da sembrare quasi finto, così trasparente da tradire un certo timore reverenziale anche nei confronti di una platea letteralmente rapita.
Davanti al pianoforte a coda e circondato da chitarre, violini, fisarmoniche e viole, il musicista americano delinea melodie a metà strada tra un Marvin Gaye folk e un J.J. Johanson plagiato dal soul, stropiccia ricordi dolorosi e si lascia sovrastare da frammenti di emozioni, mette a nudo l’anima e la dà in pasto al pubblico. E il pubblico è lì, certo d'aver di fronte l'Elephant Man di turno, pronto a cogliere ogni respiro, impegnato a tradurre i sussurri in battiti o magari deciso a seguirlo in gospel improvvisati voce e clapping hands come il divertissement conclusivo Water And Dust, rilascio primordiale dopo tanta lirica bontà.
Il concerto ripercorre gran parte degli episodi dei due album dell'artista - Antony & the Johnsons e I’m a bird now -, arricchendosi di alcune cover - Leonard Cohen, Nico, Reed - e dell'immancabile Cripple and the Starfish, per una durata complessiva vicina alle due ore. Un lasso di tempo che ha esaltato ampiamente uno stile in bilico tra femminee latitudini e intimismo espressivo in vibrato, contorni strumentali essenziali (spesso ridotti al solo pianoforte) e crescendo vorticosi, grazie anche a un ensemble calibratissimo nel suo essere presente e al tempo stesso invisibile.
Potremmo ricordare Hope There’s Someone, You Are My Sister, ma è doveroso annoverare anche le tre cover (che dopo il lungo tour sono perfettamente integrate nella scaletta live del cantautore): le velvettiane Candy Says e Afraid (di Nico) e The Guests, una dolente ballata di Leonard Cohen.
Trattasi soltanto di citazioni estemporanee: quella di Antony è sublime poetica, slancio sincero e incorrotto, che tuttavia - come si è visto - rischia, in una contemporaneità che divora il talento come un lollypop all'arancia, d'esser principio di fine, inizio di cristallizzazione, soffocante visione di un Donkey che si spegne di perfezione tra lacrime di ragazzine e plausi della sinistra radical chic.
Scheda: Antony and the Johnsons
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