Per alcuni, è proprio vero, gli anni sembrano non passare. Rivedere quel Mike Patton ora, trascorsi dieci anni da quella piccola parentesi bolognese nella quale il musicista familiarizzò con la cultura più thrash del nostro Paese, comparve a sorpresa nei negozi di dischi e mise a soqquadro via del Pratello, è come tornare indietro nel tempo, all’epoca dei Faith No More: i capelli leccati come un siciliano sono gli stessi e uguali pure le caratteristiche pose da tenore indemoniato, gli altrettanto noti scatti isterici (ma prosaici) e soprattutto quel sorriso arcigno, affilato, unico.
Eppure Patton è cresciuto, e negli anni successivi allo scioglimento del suo progetto più famoso ha sempre guardato avanti e sempre più in là, tanto che sul palco di Ferrara sotto le stelle, più che al concerto degli zii degli Isis, assistiamo all’esibizione di una costola dell’archibugio Tzadik con il leader maximo dei Fantomas nella parte del maestro John Zorn (che di quella realtà rappresenta il fondatore e capofila) e una macchina ritmica al servizio di quello che ha tutto il sentore di uno spasmodico e febbricitante schizzo sonico da manuale d’avanguardia newyorchese (anzi diciamo pure del XX secolo).
Non che chi vi scrive abbia scoperto l'acqua calda, le collaborazioni e gli intrecci musical-sperimentali tra i due sono risaputi tanto dalla critica quanto dal pubblico emiliano, orfano del personaggione dai tempi dell'ultima apparizione ai giardini margherita a Bologna, che adesso attende pacificamente l'evento sapendo cosa aspettarsi dallo show. Fatto salvo per l’assenza di Dave Lombardo, il micidiale picchiatore in controtempo della formazione originale, il quartetto è, al solito, costituito da King Buzz Osburne alla chitarra, Trevor Dunn al basso e il Patton ai microfoni e alle manopole; al posto del tentacolare degli Stayer, Terry Bozzio, una macchina ritmica dalla fama indiscussa negli ambienti virtuosi che contano per aver suonato in numerosi album di Frank Zappa (e figlio), senza contare una trentina di collaborazioni (tra cui non sono mancate nemmeno le marchette quali i Duran Duran e - squilli di tromba - i Dokken…). E con il batterista trincerato dietro un torrione di gong e pelli che pare una macchina da guerra di Leonardo, lo spettacolo può iniziare e i musicisti posizionarsi ai posti di combattimento.
La sensazione più forte è che stiamo assistendo al più scientifico degli approcci musicali: non sorprende che Bozzio abbia un leggio di fronte a sé, tanta e tale è la complessità raggiunta dalla musica dei Fantomas. Patton, poi, concentratissimo e divertito, dirige i musicisti con un’energia e una professionalità impeccabile che non ammette fuori programma e scherzi col pubblico (a parte quando si fa scappare volontariamente un “soccmel” durante un brano, oppure quando si rivolge al pubblico chiamandolo “ferraresi”).
L’ottovolante ipercinetico gira che è una meraviglia: preciso e veloce, macina sequenze spezzate e centrifugate di Black Sabbath, cartoni animati giapponesi, pose liriche, film dell’orrore, incidenti domestici, deliri assortiti insomma le (in)solite cose a cui Fantomas ci ha abituato fin ora con il sospetto intermittente che tutto suoni “un po’ uguale alla fine”. L’uomo lo sa e cerca di evitarlo a tutti i costi tanto che, alla fine del concerto, dopo aver toccato tutti i generi e i gargoyle possibili, la partita è vinta e il dado tratto. Ma se per molti questa performance tracotante poteva bastere e avanzare, per altri il vero evento doveva ancora arrivare: gli headliner della serata infatti sono i Sonic Youth.
E dei sonici si è già detto molto in queste pagine web tanto che parrebbe più onesto rimandare il lettore altrove piuttosto che rimuginare le solite considerazioni. Eppure la serata a Piazza Castello merita un credito particolare per il successo di una performance come non se ne vedevano da tanto tempo. Si sa, Moore e co. sono dei professionisti sì, ma un po’ lunatici, amano confrontarsi corpo a corpo dal vivo, improvvisare tanto attraverso dei canovacci quanto su delle palle cosmiche rumorosissime. Ebbene a Ferrara, dopo un inizio un po’ (e al solito) da mestieranti – quelle Pattern Recognition, Unmande Bed, I Love You Golden Blue, Stones, New Hampshire e Papercup Exit da Sonic Nurse che live non sanno di fuffa ma nemmeno emozionano – , l’atmosfera si scalda a tal punto che le versioni di Teen Age Riot, Kool Thing, Eric's Trip, Bull In The Heather, Rain On Tin, The Empty Page sono migliori (e non di poco) rispetto a quelle eseguite, ad esempio, al Primavera Sound 2005 o all’Indipendent Day dello scorso anno. Il finale è una coda di distorsioni assortite della miglior tradizione del gruppo: con in particolare un O’Rourke molto scenografico a colpire la chitarra con uno spago, e gli altri a sfregiare le corde degli strumenti a più non posso.
Se l’aspettativa era quella un po’ snob d'assistere a due soliti concerti di altrettante affermate e prevedibili band, il compendio a fine serata è d’aver passato tre ore in compagnia di gente che merita tutto il successo e la stima che ha ottenuto in questi anni. Lunga vita e prosperità.
Scheda: Sonic Youth, Fantomas
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