Disrupt e la sua etichetta Jahtari sono il miscuglio nerd perfetto per questo 09 post-dubstep. Dopo un decennio di esistenza, il ‘genere-non-genere’ tutto UK bas(s)ed si insabbia nel barocco e si candida a far la fine del drum’n’bass: l’entusiasmo ‘old school’, le serate dubstep-based con i soliti DJ, l’oblio e forse, tra qualche lustro, il ripescaggio. La solita tiritera underground che siamo abituati a seguire travolgerà (o ha già travolto) il figlio ‘intelligent’ del grime.
Jan Gleichmar fa il botto nella scena dubstep nel 2007 con un disco su Werk che sposta l’ago della bilancia sul dub: Foundation Bit è appunto -come dice il titolo- una dichiarazione d’intenti classica, quella lunga linea rossoverdegialla che dalla Giamaica arriva in Europa e si trasforma con i synth. In due anni ne cambiano di cose, e quindi il nostro si stacca dal mainstream (se così si può dire) e fonda un’etichetta indipendente che insiste sull’immaginario a 8 bit: Commodore 64, Atari, Spectrum e le altre consolle che ci proponevano un mondo pixellato rigorosamente in quadricromia che viaggiava su nastro e che in sè aveva un retaggio downtempo. Non c’erano i giga, una volta si viaggiava con le cassettine e per i più fortunati con quei floppy discs che oggi se li guardi ti scende la lacrimuccia.
Quella lentezza strutturale porta il ragazzo a interrogarsi sull’uso della tecnologia. E allora visto che non ha tempo di ‘stare al passo con i tempi’, si mette a rifare tutto da capo con un laptop. Lo stile lo-fi che contraddistingueva le prove dei vari Mad Professor o di altri visionari fumati di erba, si innesta nel continuum breakbeat resuscitato da Pritchard con il suo progetto Harmonic 313. Se fai 2+2 arrivi quindi all’altro spettro che si aggira da ormai 3 decadi: Kraftwerk.
L’immaginario del gruppo di Düsseldorf con i suoi robot che poi si faranno di E, si mixa con il dancehall. Il risultato si chiama The Bass Has Left The Building. Se scorri fra i titoli, ti accorgi che la citazione è palese: It’s More Fun To Dubpute, Hail The Robots e altri titoli sono la connessione con quei suoni proto-hi-fi con la patina krauta di Ralf & Florian. Ma non solo. Nel disco (uscito lo scorso febbraio) c’è anche il ripescaggio della post-coin-op generation: Sega Beats, Bruce Lee, Impossible Mission III sono giochi o consolle che hanno segnato i polpastrelli di milioni di nerd. E in più, per finire c’è pure il dancehall, quel levare che non sconfina mai nell’acido ma che ti fa muovere il culo con la patina da club. A differenza del reggae puro, il dancehall è una cultura da nerd. Un’avventura club-based che nei 70 in Inghilterra avrebbe (s)fondato interi sottogeneri, sempre a contatto con lo sballo. Ma se là ci andavi di blue pills, qui oggi sembra ritornare l’individualismo da cameretta, ovviamente ereditato dal dubstep (obbligatorio citare qui Benga che dice di aver prodotto molte tracce solo con la Playstation...). Uno scarto dalla decadenza che si interroga sulle radici e che ci piace. Sua maestà The Bass ha definitivamente lasciato il palazzo dei bottoni.
Scheda: Disrupt
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