Sono passati soltanto due anni, eppure sembra una vita. Il ricordo di quegli occhioni blu e profondi che guardano dritto in camera, di quella voce tra olio e carta vetrata, di quel mood languidamente romantico e irrimediabilmente maledetto sembra essere rimasto intrappolato lì, nel video di Lavinia, la ballata melodrammatica che nel 2004, fra migliaia di cuori spezzati, aveva lanciato il fenomeno The Veils. Oggi Finn Andrews appare diverso. Cresciuto, sì. Più maturo, forse. Di fatto la sua carriera è ancora all’alba, e nonostante i chilometri fatti negli ultimi due anni da un continente all’altro, ora per promuovere l’esordio The Runaway Found sui palchi di tutto il mondo, ora per realizzarne il seguito Nux Vomica tra Nuova Zelanda e States, dimostra ancora tutti i suoi ventiquattro anni. La distanza - artistica e umana - che corre tra lui e il coetaneo Micah P. Hinson, (per dirne uno) è enorme, ma Finn non sembra curarsene troppo: la macchina The Veils è giusto ripartita, dopo il guasto che l’aveva ingolfata sul nascere e nonostante i frutti raccolti - specie qui in Italia, dove il suo indie pop decadente ha mietuto diverse vittime. Non c’è troppo tempo, quindi, di pensare ai dettagli; la cosa più importante è rimettersi in gioco il prima possibile. Fa niente se le idee non sono ancora chiarissime; l’importante in questi casi non è finire, come diceva qualcuno, ma (ri)cominciare.
Tutto aveva avuto inizio nel 2001, quando il diciottenne Finn, trasferitosi a Londra dalla nativa Nuova Zelanda, aveva cominciato a strimpellare insieme agli amici Oliver Drake (chitarra), Adam Kinsella (basso) e Ben Woollacott (batteria) dopo aver abbandonato una precoce carriera di pittore. D’altronde l’arte, come si suol dire, il ragazzo ce l’ha nel sangue: il papà è Barry Andrews, uno dei fondatori degli XTC insieme a Colin Moulding e Andy Partridge, con cui realizzò i primi due album per poi continuare negli Shriekback. Vuoi per pedigree vuoi per talento, dei neonati The Veils si accorge subito il sig. Geoff Travis, che assicura loro un contratto con la Blanco Y Negro; il futuro però si chiama – ovviamente - Rough Trade, per la quale nel 2004 esce The Runaway Found.
Per una serie di controversie burocratiche, l’album arriva nei negozi in ritardo di almeno un paio d’anni rispetto al compimento, e si sente: l’ambientazione riporta di peso a quelle atmosfere decadenti e romantiche che, a inizio millennio, dominavano l’Inghilterra del post-brit pop. Tra chitarre squillanti e riverberate e malinconiche progressioni armoniche, la memoria corre alle band di allora come Coldplay (Talk Down The Girl sembra un calco da Parachutes): accanto alle medesime ascendenze Jeff Buckley / Smiths, Finn però aggiunge di suo un tocco d’innocenza pre-puberale, suggerito anche da un aspetto efebico – e androgino – che tradisce la giovane età. Nondimeno, si fa notare per un timbro nasale e graffiante, di sicuro peculiare ma - nei momenti peggiori - accostabile alle moine di Brian Molko o agli struggimenti di James Walsh (Starsailor); cosa che si fa perdonare nei momenti in cui l’indole autoindulgente si sposa a un’efficace scrittura indie pop (Guiding Light, The Leavers Dance), che altrove lambisce rock (l’acida More Heat That Light) e folk (The Nowhere Man).
Il pezzo di punta però è la ballatona strappalacrime Lavinia, carica di inquietudine glam come potevano essere i Cockney Rebel o il primo Bowie, attraversata da un arrangiamento che, fra crescendo e acuti, non risparmia niente in pathos e artifici orchestrali; vuoi o non vuoi, il brano colpisce là dove deve colpire, ed è ad esso che si deve buona parte del successo della band. Per il resto, pur se confezionato con cura, The Runaway Found mostra tutti i difetti di un progetto artistico cresciuto troppo in fretta, che alla lunga non mantiene ciò che promette. (6.1/10)
A dispetto di qualche critico particolarmente esigente, il disco comunque funziona e gli orfani tanto di Grace quanto di The Queen Is Dead restano sufficientemente contenti (o almeno, così pare). Chi invece ha da ridire sono i compagni d’avventura di Andrews, che subito dopo l’uscita dell’album lo lasciano lungo la strada, a gestire una carriera ancora tutta da sviluppare.
Il resto è storia recente: Finn si ripresenta oggi tutto di nero vestito, barba incolta, cappellone da predicatore, con un disco registrato in California e una band fresca fresca che tinge le sue nuove composizioni di umori desertici. Troppo presto per dire se questa rinnovata identità possa rilanciare una carriera, ma per il momento la partita è aperta.
Scheda: Veils (The)
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