C’era chi li dava ormai per spacciati, eppure i Six By Seven sono ancora in giro. Il combo di Nottingham guidato dal cantante e chitarrista Chris Olley ha attraversato negli ultimi tempi una serie di peripezie che lo ha portato dagli esordi promettenti ma tormentati di The Things We Make (1998, realizzato ben 7 anni dopo la nascita dalla band), attraverso i fasti di un capitolo riuscito come The Closer You Get (2000, riconosciuto in patria come uno dei migliori album alternative di quell’anno) a subire progressive menomazioni della formazione (prima il chitarrista Sam Hempton, poi il bassista Paul Douglas), fino a ridursi a trio (lo stesso frontman, il batterista Chris Davis e il tastierista James Flower). Concluso il sodalizio con la Beggars Banquet, per cui era uscito il deludente The Way I Feel Today (2002), il presente è all’insegna dell’indipendenza e dell’autoproduzione, con la costituzione di una propria label (la Saturday Night Sunday Morning) e la conseguente pubblicazione del quarto Lp in studio 04 (e di un relativo disco di outtakes, Left Luggage At The Peveril Hotel, pubblicato prima in esclusiva su Internet e poi commercializzato regolarmente), a cui segue a ruota libera nel maggio 2005 il nuovo di zecca Artists Cannibals Poets Thieves . Insomma, una ripartenza in piena regola, di cui però – purtroppo – continuano a non vedersi i frutti sperati: la band sembra condannata irrimediabilmente a una semi-clandestinità che, nel loro caso, diventa quasi elemento indispensabile e caratterizzante.
I Six By Seven sono solo uno dei tanti casi di band promettenti poi cadute nel dimenticatoio; forse più che in altri casi, proprio in considerazione del panorama attuale, la loro vicenda artistica può essere considerata a pieno titolo un vero e proprio paradigma della sconfitta, suffragato dal loro cronico e irrimediabile status di loser eccellenti o - per i più ingenui - di icone di un’etica che si pensa ormai in via di estinzione. Volendo essere onesti, la qualità media della loro produzione non è mai riuscita ad elevarsi significativamente al di sopra dagli standard di quel The Closer You Get, (disco godibilissimo e ricco di spunti, fatto però più di promesse che di sostanza vera e propria), senza lasciare in realtà un segno definitivo, finendo col dare – soltanto? – qualche scossone alla scena di inizio ’00. Forse alla fine quello che rende questi (ormai ex) ragazzi unici all’interno del loro contesto è proprio la caparbietà e l’onestà con cui continuano a fare la loro cosa, nonostante tutto e tutti, mantenendo una dignità e un’integrità artistica che oggigiorno, ammettiamolo, è cosa di pochi (specialmente in Gran Bretagna). Anche se dalla messe di materiale recentemente pubblicato emergono inconfutabili sintomi di vitalità artistica, non siamo ancora certo arrivati al disco definitivo, e forse a Chris Olley e compagni non è questo che interessa. Ciò che conta, probabilmente, è continuare ad avere l’ultima parola. Non è abbastanza?
Tornati ad essere una realtà puramente underground come ai tempi dei difficili esordi nel lontano 1991, con 04 i Six By Seven proseguono imperturbabili il loro percorso sotterraneo, rialzandosi dopo il passo falso di The Way I Feel Today. Se in quel disco la mancanza della chitarra del defezionario Sam Hempton (che aveva contraddistinto significativamente i primi lavori) aveva fatto virare il suono verso un songwriting melodico ma stucchevole e verso un wave-rock banalizzato e privo di mordente, qui quel vigore e quella personalità vengono parzialmente riacquistati, anche se la primordiale furia punk si stempera nei vortici delle tastiere, assolute protagoniste del disco insieme ai laptop.
Prodotto dall’ormai onnipresente Dave Fridmann, l’album è incentrato in prevalenza su un songwriting melodico che tende ad annegare in suggestioni psichedeliche e space-rock ( Spacemen 3 / Spiritualized e My Bloody Valentine sono influenze più che evidenti); tra momenti in cui la scrittura appare decisamente migliore rispetto al recente passato (su tutti l'apertura kraut di Untitled, o Some Times I feel Like e Leave Me Alone, che aggiornano i mantra dell’opera prima The Things We Make), fa capolino qualche caduta di tono ( Say That You Want Me, scialba pop song, o il 4/4 del singolo Bochum) e qualche episodio buono ma non sconvolgente (il mood sacrale di There’s a Ghost, il rock di Ocean e Catch The Rain). Sorprende piacevolmente la presenza di tre brani ambient ( Hours, Lude 1, Lude 2) che precisano ancora di più l’estetica dell’album e danno buoni segnali di vitalità artistica.
Le buone impressioni vengono confermate da Left Luggage At The Peveril Hotel, raccolta di outtakes e demo da 04 prima messa in vendita esclusivamente attraverso il sito della band e successivamente distribuita nei negozi. Accantonato ogni dubbio sul lato puramente commerciale di quest’operazione (nelle liner notes che accompagnano il cd Chris Olley è trasparente come l’acqua: “these songs were worthy of an album compilation.. and, besides, we need your cash...”), i dodici episodi “naufraghi” del lavoro ufficiale ci mostrano un gruppo in parte diverso, ma sostanzialmente uguale a sé stesso, anche se le sorprese non mancano. Dall’ascolto di queste tracce è evidente come la band abbia voluto dare coesione al quarto disco, lasciando fuori episodi che si discostavano dal mood space-rock al laptop di fondo (che qui ritroviamo comunque in My Own Haunted Life e ACremix); ecco quindi brani decisamente più rock e guitar-oriented, in cui i Nostri si muovono in territori forse a loro più congeniali, benché già ampiamente esplorati in precedenza (vedi Around, l'abrasiva Wallflower o What’s Wrong With Understanding, parente stretta di So Close da The Way I Feel Today). Ma è nella seconda metà del disco che si coglie – finalmente! - una verve che latitava da un po’ di tempo nella musica di Olley e soci: nelle movenze Primal Scream di Bring Down The Government, nell’indie pop (inedito per i Nostri) Pixies/Cure Dreaming Of A better Life, nello scarabocchio noise su una base Talking Heads (Memories Can’t Wait) di I’ll Take My Chances With You, nel gorgo spaziale in stile Dark Side Of The Moon (con tanto di sax voluttuoso alla Us And Them) diHere Comes The Sun, nelle scosse Neu! di Wasted ci sono i Six By Seven che potrebbero essere, ma che ancora non sono del tutto.
Non solo un prodotto per fan (come inizialmente era stato concepito), Left Luggage At The Peveril Hotel mostra da un lato quanto 04 fosse legato a una precisa estetica, dall’altro come i Six By Seven abbiano ancora un potenziale che, anche se talvolta finisce per girare a vuoto a causa di una scrittura non sempre all’altezza (Clouds e AC su tutte), aspetta ancora di sbocciare in pieno. In ogni caso, un’ulteriore conferma che i Six By Seven stanno rialzando la testa.
Segno inequivocabile di questo andazzo è la fulminea realizzazione e pubblicazione di Artists Cannibals Poets Thieves (Saturday Night Sunday Morning, 23 Maggio 2005). Divertendosi a parafrasare la The Fly degli U2 nel titolo (every artist is a cannibal, every poet is a thief… come a voler confessare una delle palesi ispirazioni del sound dei Six By Seven), Olley consegna un lavoro sicuramente più rock - leggi: più ”suonato” - rispetto a ‘04, che conferma ancora una volta gli elementi caratteristici dello stile della band di Nottingham. Quello che spicca rispetto alla produzione immediatamente precedente è di certo una maggiore omogeneità, ma soprattutto una carica abrasiva che latitava da qualche tempo: Tonight (I wanna make it out)e Let’s Throw Some Mud At The Wall sono vere e proprie colate di lava, mentre All I Really Want From You Is Love, Stara Paris Rescued Me e You Know I Feel Alright Now mettono a fuoco intuizioni precedenti in direzione di un’identità più compatta, ovvero uno psych-rock venato di wave e benedetto da numi tutelari come Spiritualized, Neu!, Primal Scream e gli U2 e Bowie berlinesi. Resta comunque la sensazione che i Six By Seven si siano ormai accontentati (rassegnati?) di giocare in serie b. Preso atto di ciò, non resta (per chi volesse) che godere di una musica sicuramente sincera ma che il più delle volte finisce per girare a vuoto, retta principalmente dalla sua caparbia volontà di esistere, nonostante tutto.
Scheda: Six By Seven
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