Tune in
Pubblicazione 16 Luglio 2004

Hives (The)

Hail to rock and roll

Antesignani del revival garage che ha inondato il panorama musicale di inizio millennio, gli svedesi Hives sono stati tra i primi fautori di questa “nuova rivoluzione” a colpi di chitarre, giacche alla moda e pantaloni sdruciti. Ritratto di uno dei fenomeni musicali più in vista della nuova ondata degli anni 2000.
Hives (The)

Nella seconda metà dei novanta, tra la morte del grunge, la gloria del post rock e il fiorire dell’elettronica al di fuori del dance-floor, un quintetto di teenager provenienti dall’insospettabile Svezia metteva a ferro e fuoco il Paese, stordendo e stregando i coetanei con una miscela primitiva di Rolling Stones, Stooges e MC5 condita da un’inequivocabile attitudine punk. Musica su cui non c’è tanto da ragionare: rock and roll grezzo alla base, obbediente ai canoni stilistici del genere, frullato sapientemente assieme al garage e alla sporcizia indie-hardcore anni ’80.
Passa qualche anno e, sulla scia della cometa trainata da nomi ultra-cool provenienti da oltreoceano come Strokes o White Stripes, anche per gli Hives il successo di inizio millennio è garantito.
In uno dei suoi corsi e ricorsi senza fine, la storia sembra ripetersi: almeno una volta al decennio, ecco una piccola grande rivoluzione che abbatte ogni incertezza e ogni vecchiume a colpi di chitarra e litri di sudore, che spinge teenager di tutto il mondo a incendiare le chitarra e gli amplificatori.
Chiamala rock and roll, punk, disco, grunge, è una piccola realtà destinata a segnare il costume dei suoi tempi.
E in questo inizio millennio, una nuova tendenza al revival r&r sembra aver decisamente preso piede: dai club rock londinesi a quelli italiani si rileva una rinnovata affluenza ai concerti e pure gli stilisti, da sempre abili vampiri di fermenti che lambiscono la superficie, hanno iniziato a vedere nel rock una risorsa per la loro creatività.
Basta farsi un giro nelle città del rock italiane come Milano e Bologna per rendersi conto di quanto è facile rimanere fuori per sold-out ai concerti di Xiu Xiu, Franz Ferdinand o Mark Lanegan giusto per citarne alcuni, e non occorre fare altro che dare un veloce sguardo alle vetrine dei negozi più alla moda delle nostre città per trovarsi inondati di abiti che richiamano alla mente l’abbigliamento punk prima maniera, quello che venne prima della pelle, delle creste (e dell’eroina).
Giacche bianche come quella che portava Syd nel video di My Way, spille a go-go e c’è pure chi ha stampato magliette che, oltre alle scritte, presentano le icone del vecchio rock: Jagger, Richards, Bowie a 100€ cadauna. Il must dell’estate, oltre a travestirsi da spacciatori terzomondisti (anche qui il richiamo della mitica strada reediana ritorna) è l’indossare un mito punk o proto-punk. One for the money, two for the show, three for ...fashion: sei una rockstar per quello che hai addosso, poco importa se di quelle facce conosci manco un vinile.
D’altronde il punk è punk, lo è sempre stato e quello spirito per molto ancora sarà. Che catalizzi un bisogno innato dei giovani nel far casino o rappresenti un istinto di brada sopravvivenza urbana, sia esso un’astratta attitudine o un’estetica ben definita in ogni dettaglio, poco importa; il punk se ne infischia di tutto, dalla storia alle regole, al saperci fare, al dimostrare qualcosa. Dalla sua il patentino di purezza rock, quello duro e puro dei cinquanta, minimo e primigenio, tolto pure degli assoli. Una licenza che libera da ogni impegno di progressione, di moto verso una meta. Non importa il saperci fare ma il farlo e basta.
Niente di strano dunque se gli Hives somiglino a mille altri punkster, che li ricordino smaccatamente. E niente di scandaloso se questi ragazzi hanno deciso di darsi un look, di vestirsi di bianco e nero, tutti uguali proprio come i damerini neri di doo-wop dei cinquanta. Puro sberleffo punk. Anche all’epoca del punk era successo lo stesso: tanti gruppi, rapidi, veloci, freschi e vecchie star che cercano di rincorrere le nuove tendenze (perfino Cher si reinventò punkette a un certo punto!). Tanti gruppi, e pochi che rimarranno nella storia… come accadrà adesso, probabilmente, al dissolversi di questo polverone.
Tutto identico, o quasi… gli Hives, ricordiamolo, a differenza dei pur modaioli Pistols, non scandalizzano nessuno, non bruciano alberghi e tanto meno saranno additati come i fautori del declino dell’economia svedese. Certo, il punk “storico” fu contraddittorio come pochi: si legò sì al rumore e alla violenza, ma anche alla moda, come all’urlo per il disgusto di una società andata a puttane e contemporaneamente a un edonismo estremo e autodistruttivo. Emblematici i Clash, che dichiararono in un’intervista che ora che avevano fatto i soldi era imbarazzante ritornare a parlare di Remote Control o di Complete Control; ancor più scomodo per loro ammettere di desiderare una bella macchina più di ogni altra cosa!
E, comunque, venduti o meno, la differenza col famoso ’77 risiede nel fatto che in quel periodo una scena, un’interazione dal basso creava la moda. La strada, la sua miseria ma anche il suo imprescindibile collante, era lì. Tutt’altra cosa il mondo di oggi, dove le realtà sono planetarie e virtuali, unite soltanto da stampa, (M)tv e Internet, dove ciò che le contraddistingue è soltanto l’urgenza espressiva di singoli commando che si distinguono per velocità e scientificità.
Già, quanto sono abili gli Hives nel mescolare e rimescolare quei pochi accordi, nel cesellare punk, ska, Mick Jagger, New York Dolls, Ac/Dc e pure i Devo. Chirurgie post-moderne nel tessuto di un rock morto e risorto troppe volte alla luce di capriole e tuffi carpiati. Ascoltandolo ora, il vecchio rock pare rigido, lento e sì, imperfetto.
Eppure quanta pulsante imperfezione dietro ai brani dei proto-punkster Stones, quanta gioia di suonare assieme nei Clash…i Feelies non sapevano suonare quando pubblicarono il primo album, il loro minimimalismo era perciò condizione imprescindibile; i Gun Club volevano che il loro Fire Of Love fosse più lento e blues ma appena più veloce suonava che era una meraviglia… Dinamiche di gruppo, di vitalità che si scontrano. Imperfezioni. Si ascoltino invece gli Ikara Colt o i nostri Hives: precisi, metronomici, perfetti nella loro sistematica emulazione di modelli vincenti. Dallo spirito rock and roll al teen spirit ridicolizzato e profetizzato da Cobain, il passo è breve.
Tuttavia, tirando le somme di tutta questa tediosissima dietrologia, gli svedesi di Veni vidi vicious (tutta la loro essenza, in quel titolo!) sanno il fatto loro: non vantano natali illustri né sembrano aver frequentato i posti che contano; ciononostante la loro proposta si è subito caratterizzata come una delle più incisive del genere, tenendo conto, ovviamente, di tutti i pro e i contro del caso.
Rock and roll is here to stay, diceva il Saggio Neil nel 1978, all’indomani dell’ondata punk e della morte di Elvis… beh, in fondo aveva ragione: dopo ventisei anni, in barba a tutto, possiamo sempre fruire di quest’anomala ondata di riffettini, urla e boogie da farci ballare e zompare fino a fracassarci le anche e i talloni.
Ancora una volta, Hail to rock and roll… anche se una vocina ci dice che dobbiamo accontentarci del suo sfavillante rivestimento e fidarci poco della sua robotica fattura, della sua forma funambolica e proteiforme.

Scheda: Hives (The)

copertina pdf #91