Turn on
Pubblicazione 27 Maggio 2005

Stephen Malkmus

Silent Kid

Possibile ripartire dopo un'avventura folle, esaustiva, definitiva come quella dei Pavement? Tra autoreferenzialità e nuove vie di fuga, il cammino in solitaria di Stephen Malkmus.
Stephen Malkmus

Londra, 20 Novembre 1999. Terror Twilight, l'ultimo disco dei Pavement, è stato un discreto successo, e il pubblico inglese è lì a dimostrarlo: la Brixton Academy è colma fino all'inverosimile. Lo show, l'ultimo del tour, fila liscio come i precedenti ma, guardando bene il palco, non si può fare a meno di notare un curioso particolare: dal microfono di Stephen Malkmus pendono un paio di manette. E' lo stesso cantante a farlo notare durante lo show, e le indica dicendo "this is like to be in this band". Anche se sono ancora in pochi a saperlo (l'amara verità verrà fuori soltanto nei mesi successivi), quello sarà l'ultimo concerto dei Pavement. Il bellissimo dvd Slow Century (uscito nel 2002) documenta fedelmente questi toccanti momenti finali: una lacerante, sfiancante, bellissima Stop Breathin', attraverso la catarsi/celebrazione del sabba Conduit For Sale!, fino al commiato definitivo affidato a Here, le cui parole "I was dressed for success, but success it never comes" mai furono tanto emblematiche. Si chiude il sipario. Stephen è finalmente libero. Sì, ma da cosa? Da un meccanismo diventato più grande delle sue intenzioni (al punto che ha sempre amato definire i Pavement come una "minor league band"), o forse da una creatura che, dopo la sua progressiva "normalizzazione", probabilmente non riusciva più a soddisfare le sue esigenze artistiche (o, più semplicemente, aveva ormai esaurito la sua ragione d'essere)? Quali possano essere le effettive ragioni della fine della storica band americana, la questione per Stephen non deve essere stata semplice. Cosa fare adesso? Possibile ripartire dopo un'avventura folle, esaustiva, definitiva come quella dei Pavement? Come scrollarsi di dosso tale e tanta eredità?

Malkmus non è certo il primo ex-leader a doversi misurare con la fatidica "avventura solista". Sono stati davvero in pochi a riuscire a ricostruirsi una carriera senza far rimpiangere il passato (su tutti, Lou Reed). Il rischio che si corre, in questi casi, è di invecchiare precocemente, di inaridirsi, di entrare nel vicolo cieco dell'autoreferenzialità. Tutte eventualità che il Nostro deve aver di certo calcolato e dalle quali sta sicuramente cercando - anche oggi - di fuggire: il suo percorso in solitaria si è finora delineato tra legittima continuità e una certa sicurezza (l'esordio omonimo), e ricerca di nuove vie di fuga, ora sotto il tetto di una band (i fidi Jicks, perfetti nell'assecondare la sua cercata sintesi tra perfezione formale e impeto improvvisativo, soprattutto in Pig Lib), ora da solo in uno studio a giocare coi generi più disparati per esorcizzare i propri, crescenti demoni interiori (il nuovo Face the Truth). nonché l'onnipresente spettro del "già sentito". Comunque vada, Malkmus non è e non potrà mai essere un semplice songwriter, un cantautore come gli altri, anche se ci sta provando da un lustro, ormai (come l'ex sodale Spiral Stairs/Scott Kannberg nell'irrimediabile mediocrità della sua Preston School of Industry). Questo il suo massimo punto di forza e al contempo il suo tallone di Achille, che lo pone in una posizione per certi versi tutt'altro che invidiabile. Una cosa è certa: anche se non riuscisse mai a centrare del tutto il bersaglio, noi continueremo a tifare per lui.

copertina pdf #91