Morton Feldman lo ha definito “il Charles Ives italiano”. Un’opinione condivisibile se, al di là dei dati anagrafici, si confrontano i personaggi sul piano del fascino e dell’influenza che entrambi hanno avuto sulle successive generazioni di compositori. Come il compositore americano, infatti, è stato da molti considerato il capostipite dell’avanguardia statunitense, così Giacinto Scelsi, grazie al suo particolarissimo e radicale approccio alla musica, ha precorso di parecchi anni l’avvento del minimalismo e, più in generale, del radicalismo post-strutturalista.
La figura di Scelsi brilla di luce propria nel panorama della musica contemporanea italiana e internazionale. Un isolamento non solo artistico, ma anche esistenziale, che lo ha portato presto a dileguarsi da qualsiasi, seppur minima, visibilità, rifugiandosi nella torre d’avorio delle sue consapevolezze, alla quale hanno avuto modo di accedere solo alcuni suoi studenti, gli unici ad essere veramente in grado di parlare di lui e suonare la “sua” musica così come il Maestro l’aveva concepita.
Misterioso e inafferrabile, Scelsi non ha mai vissuto una vita “normale” o, per meglio dire, paragonabile alla media dei suoi colleghi compositori. Nato a La Spezia da una famiglia nobile, il piccolo conte Giacinto Francesco Maria Scelsi d’Ayala Valva visse la sua infanzia prevalentemente presso il castello di proprietà della famiglia materna (il castello di Valva, in Irpinia), dove ricevette un’educazione alquanto singolare: un precettore gli dava lezioni di latino, scherma e scacchi. Le anacronistiche abitudini aristocratiche, però, non alimentarono mai in lui sentimenti e atteggiamenti elitari e snobisti, ma furono certo una tra le cause originarie del suo isolamento, della scelta di prendere le distanze da un mondo cui non sentiva di appartenere del tutto.
I primi approcci con la musica Scelsi li ebbe a Roma, dove seguì le lezioni di piano del Maestro Sallustio, prima di venire a contatto con l’èlite culturale dell’epoca. Nei salotti bene della capitale conobbe grandi personaggi del mondo artistico come Virginia Wolf e Jean Cocteau, ma fu fuori dall’Italia che trovò i più importanti stimoli musicali della sua formazione. Arrivato a Ginevra con un bagaglio di conoscenze e di influenze molto legato alla figura di Ottorino Respighi e a quella schiera di musicisti neoclassici denominata Generazione dell’80 (dal comune decennio di nascita di tutti i musicisti che vi facevano parte) studiò con Koelher, che lo iniziò al sistema musicale di Skrijabin. Scelsi rimase affascinato dalle alchimie armoniche e dallo spiritualismo del compositore russo più che dalla dodecafonia schoenberghiana, con la quale venne a contatto a Vienna, aderendo solo in parte al serialismo e restando, per questo, più vicino a Berg che al Maestro. Le sue composizioni giovanili, scritte prevalentemente per il pianoforte (strumento che predilesse, almeno fino ad un certo punto della sua carriera artistica), risentono molto del linguaggio atonale, pur conservando un’attenzione formale che richiama elementi neo-classici: la Sonata n.3 del 1939 è un chiaro esempio di come lo stile berghiano, unito alle eteree soluzioni armoniche di Skrijabin abbiano fornito la base all’embrionale creatività di Scelsi. Ma c’è qualcosa, in questa come in molte composizioni di questo periodo (tra le quali spicca il Quartetto n.1 del 1944), che si allontana dai linguaggi di provenienza. C’è qualcosa in quell’insistenza nel girare attorno ad una nota sola, che già prelude alle sue ossessioni future, a quel suo abbandono radicale del discorso musicale che presto sarebbe arrivato all’annullamento totale delle altezze e quindi del rapporto diacronico tra suoni di differente frequenza.
La crisi e l’approccio alle filosofie orientali: l’”atomizzazione del suono singolo”
Trascorso l’intero periodo della seconda guerra mondiale in esilio forzato nella neutrale Svizzera, Scelsi soffrì, qualche anno dopo il conflitto, forti problemi psicologici, la cui causa scatenante fu, con molta probabilità, la fine del suo matrimonio. Questo episodio segna una tappa importante nella vita così come nel percorso musicale del compositore ligure, che uscì dalla sua crisi attraverso un brusco cambiamento di rotta delle sue ricerche. A partire dalla Cantata “La Nascita Del Verbo” (scritta nel 1948, ed eseguita solo nel 1950) il linguaggio musicale di Scelsi virò verso quello che Daniela Tortora ha definito “atomizzazione del suono singolo”, culminata negli splendidi Quattro Pezzi Per Orchestra, basati su una singola nota ciascuno. Il fascino per la filosofia orientale, per le tecniche yoga, mutuate per lo più dalla cultura indiana, contribuì non poco ad alimentare questo nuovo procedimento compositivo che, annullando la dimensione melodica, si proponeva di concentrare l’elaborazione musicale unicamente sul timbro. Restando solo con le sue metamorfosi, il suono singolo perde il suo ruolo di semplice punto all’interno di una composizione, per caratterizzarsi come suono, essenza stessa della composizione, che diventa così, a sua volta, una continua elaborazione di una singola frequenza. Un minimalismo ante-litteram, costruito attraverso un massiccio utilizzo della tecnica degli armonici e dei quarti di tono, ottenibili solo dagli strumenti a corda e a fiato. Ragione questa, o conseguenza, del fatto che in questo periodo Scelsi abbandonò del tutto il pianoforte, lo strumento meno adatto per mettere in pratica le sue idee.
L’isolamento in cui si chiuse una volta tornato a Roma, pur collaborando a progetti importanti come l’associazione Nuova Consonanza e l’omonimo gruppo di improvvisazione (cui aderirono, tra gli altri Franco Evangelisti, Aldo Clementi ed un giovane Ennio Morricone), contribuì a creare un’aura di mistero attorno al compositore, sempre più capitolino d’adozione. Stanco, irreversibilmente spossato dalla crisi di nervi, Scelsi, negli anni ’50 decise di non scrivere più e di affidarsi a dei trascrittori da lui stesso istruiti, che avrebbero riportato nero su bianco le sue improvvisazioni registrate su nastro magnetico. E’ per questo motivo che la datazione delle opere di Scelsi è spesso complessa e difficile, tenuto conto del fatto che può capitare che siano trascorsi anche molti anni tra la composizione e la sua trascrizione, come nel caso di due tra i suoi capolavori cameristici, Elegia per Ty, per viola e violoncello (concepita nel 1958 e venuta alla luce solo otto anni dopo, nel 1966) e la Trilogia per violoncello solo, la cui composizione cominciò nel 1957 per terminare definitivamente nel 1961 ed essere trascritta nel 1965.
Come un profeta con i suoi discepoli
Durante gli anni della svolta, Scelsi non abbandonò del tutto la tradizione, ma la elaborò da particolari punti di vista, lontani dal neoclassicismo e molto legati a concetti musicali essenziali, come quello di polifonia. Ne sono un esempio i Divertimenti per violino solo (decisamente tonali), la già citata Trilogia per violoncello e il brano per soprano solo Ho, nei quali la polifonia è ricreata a partire dalla monodia, attraverso giochi percettivi (favoriti dalle risonanze) che ricreano nella mente una dimensione verticale dei suoni apparentemente inesistente. Una “polifonia virtuale”, come la definisce Dujka Smoje, già nota a Bach e Telemann e riscontrabile in altri autori contemporanei a Scelsi come Berio (Sequenze), Xenakis (Nomos Alpha, Kottos, Keren, Theraps) e in un altro grande maestro del Nostro, Edgar Varèse (Density 21,5).
Ma tradizione per Scelsi fu esso stesso un concetto molto ampio, profondo, non semplicemente legato alle origini della cultura occidentale, bensì a quelle dell’uomo: la mitologia, la cultura delle civiltà antiche, dai Maya alla grecia classica, dall’antico Egitto agli assiri, le culture orientali, contribuiscono ad alimentare il suo misticismo. A partire dai titoli, le sue opere divengono sempre più criptiche, attingendo da lingue e culture arcaiche (Pwill, Kya, Uaxuctum, Hurqualia, -“catarsi” in sanscrito).
A partire dal 1958 Scelsi ritornò, dopo una lunga pausa a comporre per la voce: gli 8 Canti Popolari per coro di 4 voci e i YgghurTre Canti Sacri, per 8 voci, rappresentano un altro importante passaggio del suo stile e anticipano le complessità corali di Uaxuctum. Le tecniche di scrittura vocale, basate sulla costruzione di masse sonore verticali, formate da suoni sovrapposti a distanze micro tonali gli uni dagli altri (in modo da provocare il fenomeno acustico dei “battimenti”), da qualcuno sono state paragonate alle micropolifonie di Ligeti. E il paragone sarebbe in parte giustificato, se non fosse per il carattere decisamente più mistico che contraddistingue le opere di Scelsi. Non solo quelle vocali, in verità, chè anche gli ultimi lavori sinfonici rispondono a queste caratteristiche. In realtà Hurqualia (1960), Aion (1961) e Hymnos (1963) potrebbero essere considerati anche movimenti di un’unica grande sinfonia, l’ultima di Scelsi. Che continuò a comporre sempre più a rilento, spesso rielaborando opere precedenti, come nel caso di Anagamin (1965), Ohoi (1966) e Natura Renovatur (1967) generate, rispettivamente, dal Secondo, Terzo e Quarto Quartetto. Ma non mancano certo opere di un certo rilievo tra la fine degli anni ’60 e il decennio successivo, composte per variegati organici, spesso inediti (Tkrdg del 1968 per coro di 6 voci, chitarra elettrica e percussioni) o composti in coppia (Pranam I e Pranam II, 1972-73), anche se il capolavoro di questo periodo è considerato Knox-Om-Pax, mastodontico lavoro per coro e orchestra, seguito da un timido ritorno al pianoforte, stavolta “preparato” (Aitsi, 1974).
Nel frattempo, come un profeta, ma anche un po’ eremita, Scelsi cercava di trasmettere il “verbo” ai suoi pochi pupilli. Quelli che diverranno gli unici detentori del suo sapere e, di conseguenza i suoi migliori, se non gli unici, esecutori della sua musica. Tanto che alcuni, come il cantante giapponese Michiko Hirayama (per la cui voce furono scritti, nel 1962, i Canti Del Capricorno) e la violoncellista statunitense Frances-Marie Uitti, sono diventati dei veri e propri simboli della sua musica, che, a tutt’oggi, rimane, in parte, inedita.
Scelsi continuò a comporre fino a poco prima di morire e la sua ultima composizione, oltre ad assumere il carattere del commiato sin dal titolo (Un Adieu), ritorna significativamente al pianoforte solo, quasi a voler chiudere un cerchio. Il cerchio più grande.
Se ne va così, con un poetico e raccolto addio, in maniera quasi mistica, il “compositore di una nota sola” come qualcuno lo ha definito, chiudendo i contatti con il mondo il giorno 8.8.88 e gli occhi il giorno dopo.
The Essential Giacinto Scelsi
• Rotative (Poema sinfonico per fiati, percussione e tre pianoforti) – 1929
• Trio No. 1 (per violino, violoncello e pianoforte) – 1936
• Sonata No. 3 (per pianoforte) - 1939
• Quartetto d’archi No. 1 - 1944
• (versione per orchestra d’archi) - 1962/72
• La Nascita del Verbo (Cantata per coro misto e orchestra) - 1946/48
• Quattro Illustrazioni "Quattro illustrazioni delle metamorfosi di Vishnu" (per pianoforte) – 1953
• Pwyll (per flauto) – 1954
• Divertimenti No. 2-3-4 (per violino) – 1954/55
• Tre Pezzi (per trombone) – 1957
• Trilogia "Triphon, Dithome, Ygghur" (per violoncello) - 1957/65
• Tre canti popolari (per coro misto di 4 voci) – 1958
• Tre canti sacri (per coro misto di 8 voci) – 1958
• Elegia per Ty (per viola e violoncello) - 1958/66
• Quattro pezzi su una nota sola (per orchestra da camera) – 1959
• Hurqualia (per grande orchestra, con strumenti amplificati) – 1960
• Hymnos (per grande orchestra) – 1963
• Uaxuctum (per Quattro voci soliste, ondes martenot, coro misto e orchestra) – 1966
• Okanagon (per arpa, tamtam e contrabasso) – 1968
• Konx-Om-Pax (per coro misto e orchestra) – 1969
• Antifona (per coro maschile) – 1970
• Pranam I &II – 1972-73
• Aitsi (per pianoforte preparato elettronicamente) - 1974
• (versione come Quartetto d’Archi n.5) – 1985
• Maknongan – 1976
• Un Adieu (per pianoforte) - 1978/88
Scheda: Giacinto Scelsi