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Pubblicazione 01 Marzo 2006

Lou Reed Live

Teatro Verdi, Firenze (24 Febbraio 2006)

Lou Reed dal vivo, ovvero come rimanere sé stessi eliminando dalla scaletta tutto ciò che ha portato fama...

Di solito le tournée si fanno per promuovere un disco o per sfruttarne il successo. Altre volte per proporre vecchi brani in una nuova veste sonora, o magari per riassumere la carriera in un concerto-disco live; altre ancora per il puro amore dell'attività concertistica, o più prosaicamente per denaro. Tutto ciò senza mai tralasciare la celebrazione della gloria passata.

Lou Reed ha intrapreso questo tour italo-slavo senza album in giro. Un live (il sesto) lo ha pubblicato due anni fa. E quanto a nuova veste sonora, il gruppo che lo accompagna è composto dai soliti collaudati: Mike Rathke (chitarra e una specie di synth), Fernando Saunders (basso e contrabbasso) e Tony Smith (batteria), con l'unica novità costituita dal recupero di Rob Wasserman (contrabbasso), già sui capolavori New York, Magic and Loss (e tour dell'epoca).

Dunque, i soldi? Probabile, ma non solo. L'amore per l'attività live? Certo, la serata lo dimostrerà. E la gloria passata? Anche, ma trattandosi di Lou Reed questo concetto bisogna prenderlo con le molle.

La scaletta, infatti, esclude le canzoni dei Velvet Underground (eccettuata una sbracata Sweet Jane di chiusura) e i capisaldi del suo successo solista Transformer, Berlin, Coney Island Baby, New York, Songs For Drella, nonché dell'ultimo The Raven. Insomma, col suo tipico atteggiamento Reed ribadisce che "lui fa come gli pare", e che non saranno due remix e qualche canzone ceduta alla pubblicità a mutare una storica ostilità verso le logiche di mercato (Metal Machine Music vi dice nulla?).

E se escludiamo i successi, cosa resta? A parte una serie di ripescaggi più o meno oscuri, le cose "famose" sono tre brani da Magic and Loss (rinomato, ma non certo un blockbuster), il classico Street Hassle (idem) e, udite udite, la famigerata My Red Joystick (sempre citata per dire che anche lui ogni tanto ha fatto qualche minchiata), trasformata in un prolungato funk-rock sporco e grezzo, con i due bassi a tirare la locomotiva. Soprattutto, restano Lou Reed e il suo suono aspro, distorto e inconfondibile, dispiegato attraverso canzoni diverse dai soliti classici ma inequivocabilmente Lou Reed al 100%. Tanto semplici strutturalmente quanto uniche, con i testi più mormorati che cantati e le dinamiche alternate forte/piano, eseguite a dovere da un gruppo che magari non spicca per personalità (non c'è nessun John Cale o Robert Quine a tener testa al cocciuto leader), ma si mostra fedele esecutore del progetto sonoro del Nostro. Il quale appunto mantiene il controllo incontrastato su tutto e dirige la band con gesti da direttore d'orchestra (aveva annunciato per questo tour "concerti sinfonici", ma deve "dirigere" anche a causa delle poche prove: quella di stasera è solo la seconda data dopo l'ora-showcase di Torino); il che si traduce in siparietti fatti di facce rassegnate e dialoghi coi fonici per risolvere qualche problema di bilanciamento.

E alla fine, tra qualche sbavatura, originata più dalle cause appena dette che dal genuino spirito VU, Lou Reed riesce ancora a promuovere dal vivo la gloria di un songbook disseminato di sorprese e finezze. Che riproposto con la serena forza di stasera, può trovare il bello anche in una vecchia canzoncina su un videogioco.

Scheda: Lou Reed

copertina pdf #91
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