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Pubblicazione 01 Aprile 2009

Passe Montagne

Oh, mio satana...

Crudi e essenziali tornano i Passe Montagne col nuovo album Oh My Satan. Li abbiamo intervistati
Passe Montagne
2009

In barba alla lontananza che ora li separa geograficamente Gilles Montaufray (chitarra, residenza ufficiale Colombia), Samuel Cochetel (chitarra, Francia) e Julien Fernandez (batteria, Italia) hanno avuto il coraggio d'asciugare ancor più una formula che, nel debutto Long Play (Ruminance, 2006) era già breve e ruvida. E' la perfetta occasione per riparlare di loro, Oh My Satan; un nuovo e cocente assalto all’arma bianca ancor più secco e bastardo, ma che nasconde anche qualcosa di più, una autentica filosofia, non un semplice modo per guadagnar tempo. Il retroterra è sempre riconoscibilmente math-noise, ma gli innesti, i riferimenti, i passaggi strumentali sono lì a rimandare a dimensioni altre rispetto agli usuali scenari di genere. In particolare, alcuni momenti sembrano evidenziare il legame – mai troppo nascosto – tra il rock deturpatamente noise e quello più hard-oriented dei seventies. Pensare a certi momenti più (ehm) pomposi degli Shellac che non invecchiano facilmente non è né inutile, né azzardato.

All’epoca del debutto i tre amavano sottolineare come il gruppo suona senza esistere ed esiste senza suonare. Era il 2004. Ora è come se il chiasma citato si perpetuasse. Come, cosa e quando ce lo ha spiegato il batterista Julien Fernandez, italiano d’adozione nonché titolare dell’etichetta che mette il sigillo a Oh My Satan, la African Tape.

Julien vuoi raccontarci le evoluzioni del gruppo dopo l’uscita di Long Play? Sono passati quasi tre anni e sappiamo che siete sparsi per il mondo...

Quando è uscito Long Play, era già un periodo strano per noi. Il gruppo si era appena formato come trio perché all’inizio Passe Montagne era un duo formato da me e Gilles. Sam è arrivato un po’ così, all’ultimo momento e suona su qualche pezzo di Long Play e Extended Play. Io avevo già un mezzo piede in Italia. Venivo spesso a Pescara e avevo la testa un po’ altrove. In quel momento volevo fare una pausa, prendere un po’ di distanza dalla musica e crearmi una nuova vita qui in Italia. Adesso, la situazione è sempre strana comunque. Io sono il 90% del tempo a Pescara. Gilles vive 3 mesi dell'anno in Colombia e poi torna a Nantes. Sam, lui, vive sempre a Nantes. Si suona poco quindi, ma quando si suona, c’è sempre un’eccitazione particolare che genera l’urgenza della nostra musica.

E di urgenza ce n’è molta visto che bruciate in venti minuti i 12 pezzi dell’album…un’urgenza quasi punk, direi. Siete molto essenziali, sbaglio?

Il termine essenziali mi sembra giusto. Generalmente passiamo più tempo a togliere parti che ad aggiungerne. Vogliamo arrivare all’essenza dell’idea del pezzo. Senza farne troppo. Semplicemente limitare il pezzo a quello che è. Niente di più. Poi, mi chiedo sempre: ma perché i gruppi perdono tempo a ripetere diverse volte i riffs? Hanno paura di non essere sentiti bene?
A me piace l’idea di una musica che si genera e subito, si mangia, si automutila. Una musica cannibale, pulsionale, immediata. Possiamo dire urgenza Punk, si…proprio urgenza Punk.

Allora diciamo che appartenete di diritto alla scena math, anche se ne fornite una prova più essiccata, scarna ed esplosiva rispetto al genere…

La scena math…Il termine math mi ha sempre fatto un po’ ridere perché da un aria un po’ intellettuale e superiore alla musica rock che secondo me è solo una musica viscerale, pulsionale e meccanica. Ho anche notato che fa molto figo durante le serate tra amici: Ascolto math rock o faccio musica matematica…ah ah! va di moda diciamo! In fondo, non credo che la musica rock di oggi sia più math di quella di Elvis Presley ai suoi tempi. La musica cerca solo soluzioni alla noia e cerca di evolvere. Comunque, è solo il mio parere. So che questo termine math è solo un modo per classificare un genere. Per tornare a Passe Montagne direi che è semplicemente un gruppo rock che fa la scelta di concentrare le cose all’estremo. Credo che la nostra musica sia, in fondo, una cosa molto semplice se prendi il tempo di ascoltare bene che cosa succede. Il disco da questa idea di esplosione forse perché tutto va velocemente e ci sono tanti cambiamenti in tempi molto stretti. Ma alla fine, noi suoniamo così per una ragione unica: cercare di non annoiarsi suonando senza cadere nella performance tecnica.

Ok...l’idea di “math band” vi sta stretta e ciò si deduce pure all’ascolto del disco...emergono riferimenti oltre che al noise rock dei primi 90, anche quelli al rock pesante dei 70...insomma, guardate al futuro ma avete i piedi ben saldi nel passato, sbaglio?

Le referenze 60/70 sono molto presenti nel disco. Direi che a volte usiamo degli stereotipi della musica hard rock o garage degli anni 60 e 70 cercando di inserirli in un discorso contemporaneo, come una sorta di riciclaggio. Tutto ciò crea un atmosfera che trovo molto divertente e controcorrente. Forse più che guardare al futuro, guardiamo semplicemente altrove.

Pubblica la tua etichetta African Tape che ha già dato alle stampe l'ottimo nuovo album di Three Second Kiss e l'esordio di Aucan…parlacene…

Ci sembrava naturale pubblicare il disco su Africantape perché l’identità del disco riflette quella dell'etichetta. Africantape è molto giovane e poco conosciuta, ma poco a poco cresce, soprattutto in Europa e in Giappone. È difficile per me parlarne in realtà; diciamo che la concepisco come una sorta di famiglia, di collettivo di persone, musicisti, artisti che guardano nella stessa direzione ma con punti di vista diversi. Non saprei cosa dire di più, tranne invitare i lettori a visitare il nostro sito http://www.africantape.com, ascoltare, documentarsi, andare ai concerti dei nostri gruppi ed anche ordinare dischi!

copertina pdf #91