Trovare una chiave di lettura per la nostra passione per i Bachi da Pietra, non è facile. E' un po' come chiedersi per quale motivo in Italia si continui a suonare – e a scrivere di - musica indipendente senza avere a disposizione risorse di alcun genere, nonostante una politica imbarazzante e completamente insensibile, a dispetto di una crisi che prima che essere economica è sociale e culturale. Autolesionismo? Forse, o più probabilmente necessità. Di comunicare, ma anche di condividere esperienze, sensazioni, conoscenze, che nell'altro mondo – l'esterno, il quotidiano, la realtà del paese, direbbe il signor Agnelli - sarebbero precluse. In questo social network di disperati a parametro zero non valgono le lauree o la rispettabilità, il lavoro che fai o i soldi, ma quello che sai dare. La moneta di scambio è l'onestà, il porti senza mediazioni verso chi ti ascolta, l'integrità umana, prima che artistica. E in questo senso i Bachi da pietra sono esemplari, che li si ascolti su disco – andate a riprendervi l'ultimo Tarlo Terzo dalle classifiche di fine anno di Sentire Ascoltare – o su un palco.
Merito di una formula musicale che fa dell'essenzialità e del rigore un punto d'orgoglio, di un blues of consciousness ipnotico ma artigianale, di un mostrarsi senza vergogna evitando stupide coloriture modaiole. Un godere comune che sa quasi di filosofia, umorale e sotterraneo, ruvido e reiterato, per certi versi intransigente. E in grado anche, nella pratica, di cortocircuitare col proprio peso specifico quel chiacchiericcio menefreghista ormai consuetudine del localino di provincia come del club metropolitano, scavando in profondità, toccando gli estremi dello stile, trovando un senso logico solo in sé stesso. Succi continua a rimanere quel chitarrista istintivo e viscerale che era ai tempi del primo Tornare nella terra, senza filtri, come il cantato gorgogliante che sputa fuori nell'ora circa di concerto. Dorella è Dorella, rapito dai tamburi, con gli occhi perennemente chiusi, in uno stato di abbandono che richiama – come del resto la scritta sulla maglietta nera indossata dal Nostro – la ritualità dell'altro brand di cui è depositario, gli Ovo. Entrambi interconnessi, i due musicisti, l'uno all'altro, e entrambi ugualmente persi in una trance fatta di automatismi inconsci e puro feeling. Poetica cadenzata che lavora per sottrazione in cui nulla è superfluo e ogni piccola variazione di temperatura colpisce dritta allo stomaco.
Ecco perché parlare ancora e bene dei Bachi da Pietra. Perché è uno dei progetti più potenti dello “stivale”. Ennesimo aggiornamento di quel rock “declamato” - per chiarimenti, c'è SA n. 50 – che recuperando idealmente il passato dei Madrigali Magri e dei CCCP, si affianca a Offlaga Disco Pax e Massimo Volume. In un cammino che col rock di scuola americana mantiene giusto un legame di parentela ma che è anche e soprattutto, “roba nostra”.
Scheda: Bachi Da Pietra